Cinema

Così nel mio "Padre" ho diretto Battiato, Abramovic e mio marito Willem Dafoe

La regista e attrice Giada Colagrande racconta il suo cinema multiartistico. Dove si incrociano pittura, musica, canto, teatro. E suggestioni esoteriche

Giada Colagrande

Antonella Piperno

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Che Willem Dafoe abbia sfilato sul red carpet del Festival di Venezia, dove trasformandosi in Vincent Van Gogh di At Eternity’s Gate ha vinto la Coppa Volpi, lo sanno un po’ tutti.  Che qualche sera dopo la premiazione l’attore americano fosse a Roma, sulla molto più defilata passerella del cinema Aquila nell’alternativo quartiere Pigneto, è invece assai meno noto.

L’occasione era la prima capitolina di Padre, film per raffinati cinefili sull’elaborazione del lutto dove l’attore di Platoon, insieme a Franco Battiato e Marina Abramovic, è diretto da sua moglie Giada Colagrande, che è anche protagonista e cosceneggiatrice del film.

C’è molta arte anche qui, come nel film su Van Gogh. Ma a basso costo. E il tuffo carpiato dalle grandi produzioni a un film svincolato dalla logica industriale che mixa teatro, musica, pittura, canto e suggestioni esoteriche, si deve appunto a un’artista che più poliedrica non si può.

Oltre ad aver diretto cinque film, tre documentari e quattro cortometraggi che hanno preso la strada dei festival, Colagrande è anche videoartista e ora ufficialmente cantante: il 16 ottobre presenta in concerto a Roma il suo primo concept album,  realizzato con la sua band The magic door e ispirato all’esoterismo della  Porta magica di piazza Vittorio, a due passi da casa sua.

La poliartista, 42 anni, è metà abruzzese, metà romana e, da quando ha sposato Dafoe, nel 2005, anche un po’ newyorkese: vivono sei mesi nella Grande mela e altrettanti a Roma, all’Esquilino, nella casa dove insieme ai libri e ai pregiati pezzi di antiquariato spicca un ritratto di Giada firmato da Battiato. E sulla cui terrazza Colagrande si racconta a Panorama, parlando del suo film molto autobiografico ispirato dalla morte di suo padre e dalla necessità di riconnersi a lui, del suo percorso spirituale, di reincarnazione, sincretismo, meditazione, buddismo tibetano, ipnosi regressiva... 

La vita e l’arte di Colagrande, che nonostante tanta profondità e introspezione si pone con grande semplicità e spontaneità, insomma, sono molto spirituali: "Non voglio farmi monaca, ma le mie priorità si sono definite", chiarisce. Inevitabile, quindi che quello con Dafoe, che dirigerà per la quinta volta nel suo prossimo film Tropico, noir contemporaneo ambientato in Brasile, "in una comunità indigena col culto sciamanico della Luna Blu", sia definito "un incontro karmico".

Addirittura. Racconti il vostro primo incontro.
Credendo nella reincarnazione sono sicura che le anime connesse si ritrovino sempre. Ho conosciuto  Willem nel 2003 a Roma dove stava girando Life Acquatic, scoprendo subito due punti in comune: la spiritualità e l’approccio concreto nel creare. L’incontro lo devo a un mio amico che lo portò alla proiezione del mio primo film Aprimi il cuore, gli piacque molto, anche se era un film a bassissimo costo.

Lo realizzai con 5 mila euro, un regalo di mia nonna Lucia, che ho coinvolto anche in Padre, nella parte del fantasma di se stessa. Poco dopo è morta, improvvisamente. Forse quello è stato il suo modo di salutarmi. Aveva 90 anni, era la roccia di casa, mi ha cresciuto insieme a mia madre, antiquaria: lei e mio padre, scienziato, si sono lasciati quando avevo quattro anni, non ho mai vissuto con lui.  

È complicato dirigere un marito mostro sacro del cinema?
Dalla prima volta abbiamo avuto una complicità istantanea e ora c’è una comunicazione quasi telepatica. E poi lui si rimbocca le maniche, se c’è da aggiustare qualcosa o se bisogna provvedere al cibo per la troupe lui lo fa. Su qualunque set, quelli hollywoodiani, come i miei da sette persone.

La nicchia sembra il suo terreno preferito, perché?
Se è per questo Padre l’ho girato con gli amici, il mio omeopata Claudio Colombo ha scritto con me il soggetto e la sceneggiatura e interpreta il ruolo del medico. Il mio bisogno personale non è creare intrattenimento, ma esprimermi.  Ho realizzato anche film a normale budget ma riesco a svelare meglio il mio mondo in quelli fatti in casa. Tropico, coproduzione internazionale, per i miei canoni sarà quasi un kolossal. E comunque Padre, partito con una microdistribuzione, mi sta dando soddisfazione. È molto richiesto e a novembre sarà all’ Uk film festival.

Come è arrivata alla sua idea di cinema multiartistico?
Dopo la laurea in Storia dell’arte ho cominciato a lavorare con la videoarte che con la musica e la danza mi ha nutrita più del cinema, soprattutto grazie agli artisti a grande dimensione spirituale, come la Abramovic. Ho scelto il cinema perchè è un mezzo onnicomprensivo dove può confluire tutto. 

Abramovic nel film è sua madre...
L’ho conosciuta quando a 19 anni realizzavo video per le gallerie d’arte. Poi siamo diventate amiche e cinque anni fa l’ho diretta in The Abramovic method. Oltre che una persona cara per me è sempre stata un punto di riferimento.

Grazie a lei Battiato si rivede, perlomeno sullo schermo, dopo mesi di assenza. Come nasce questo vostro rapporto così stretto?
In questo film ho messo molto di me stessa, ho addirittura sognato la sceneggiatura. E mio padre aveva il volto di Battiato. L’ho chiamato e lui mi ha detto "Ma questo è un segno bellissimo", spronandomi a dare vita a questo film dove compare in veste di fantasma. Sono andata a trovarlo un mese e mezzo fa, sta meglio, si sta riprendendo da due pesanti infortuni, è in convalescenza. Franco ha rappresentato la più forte influenza nel mio percorso di ricerca, prima ancora di conoscerlo. Ho scoperto il maestro di esoterismo George Ivanovitch Gurdjieff attraverso le sue canzoni, ho letto i libri che citava nelle varie interviste. Mi ha nutrito. E quando dieci anni fa Enrico Ghezzi me lo ha presentato, ci siamo messi subito in contatto. È stata una folgorazione, è diventato il mio Maestro. È lui che mi ha iniziato al sincretismo, alla meditazione e al buddismo.

Che posto occupano oggi nella sua vita?
Sono diventate scelte di vita. Mi dedico alla meditazione tutti i giorni, associata a pratiche spirituali e ritiri. E da quattro anni mangio vegano, anche se non in modo ortodosso. All’estero mi concedo anche il formaggio, altrimenti morirei di fame.

Willem condivide?
Lui è vegetariano e ogni tanto mangia anche il pesce. E ogni mattina, appena sveglio, pratica un’ora e mezza di yoga. 

Ma in una vita così meditativa, una debolezza leggera ce l’avete?
Ogni tanto in tv vediamo programmi trash tipo Malattie imbarazzanti facendoci delle grandi risate. 

Vita mondana?
Pochissima. Girando così tanto il nostro lusso è stare a casa, o andare a vedere un film. Gli ho fatto conoscere il cinema italiano degli anni Sessanta e Settanta, si è appassionato a Pietro Germi e innamorato di Stefania Sandrelli, cui io ho sempre sperato di somigliare. Tanto che per un compleanno gli ho regalato il poster di Sedotta e abbandonata  che campeggia nel nostro salotto.

Ha dovuto rinunciare a qualcosa per Willem?
Al tango. Quando ho conosciuto Willem ero assuefatta. Lui ha preso lezioni, era diventato anche bravo, ma spostandoci in continuazione è diventato complicato. Quando siamo stati un mese a Buenos Aires per un film però abbiamo ballato tanto. 

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