Claudio Trionfera

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Dolcemente e quasi sussurrando Antonio Albanese plana sull’immigrazione. Naturalmente in commedia, con la sua quarta regìa per il cinema e la vendetta di un uomo tranquillo, solitario e “perbene”, tutto giardinaggio e tessiture pregiate nel suo negozio di calze e cravatte. È il milanese Mario Cavallaro, protagonista di Contromano (in sala dal 29 marzo, durata 102'), film delicatamente sociale tutto all’insegna di un “contrario” – anche nell’inversione di ruoli e percorsi -  che tuttavia esclude antagonismi e inconciliabilità. Nell’acume sintattico di un film che maneggia con gentilezza ironia e humour, risparmiandosi morali facili ed escursioni nel politicamente corretto ad ogni costo.

È balzana e paradossale l’idea del mite Cavallaro, peraltro tormentato dagli ambulanti che saltano fuori a ogni angolo di strada chiamandolo “ehi amico”, proprio lui che amici non ha e vive raccolto nella sua realtà meticolosa, croccante, abitudinaria. Che sa d’antico e di vèggia Milan. Così, quando il tenace riccioluto senegalese Oba (Alex Fondja) lo prende di mira e, forse a dispetto, gli si piazza davanti alla vetrina vendendo calzini a pochi soldi, l’uomo tranquillo matura la risoluzione di riportarlo a casa sua, in Africa, offrendogli una sorta di surreale vacanza umanitaria.

Una variabile impazzita chiamata Dalida

Lo stende con un sonnifero, lo carica in macchina e via, sull’autostrada, asfalto e svincoli finché Oba non si risveglia, tramortito ma non abbastanza da strapazzare il buon Cavallaro: tramortendolo a sua volta tanto da crederlo morto per davvero.  Di qui la variabile imprevista e per molti versi impazzita: perché il giovanotto, terrorizzato, lo trasporta in un’abitazione dove lavora la sua fidanzata Dalida (Aude Legastelois) come badante del simpatico esuberante Umberto e della sua tetraparesi spastica (lo recita David Anzalone, il popolare “Zanza” che l’handicap ce l’ha per davvero e ne fa un ironico strumento d’arte).

Sembrava amore ma era una “trappola”

E paff. Il gioco è fatto. Oba presenta Dalida a Cavallaro come sua sorella: la quale, bellissima e pure lei senegalese diventa per il brav’uomo, ça va sans dire, oggetto d’un inatteso, paradisiaco invaghimento, peraltro astutamente ricambiato nella sceneggiata ordita dai due per tornare uniti in patria. Infatuazione destinata a rimanere senza esito una volta che al raggiro sarà saltato il coperchio, ma capace di commutare l’intolleranza dolciastra e viperea di Mario in solidale, convinto sodalizio.

Il trio rotola così dagli aromi marini di una Italia trapassata in belle località turistiche, alle  nuvole di polveri arancio del Senegal verso un finale ameno, fantasioso e riconciliante: con quell’angolo d’Africa a manifestarsi come una terra promessa, incantata e fraternizzante; e il prode Cavallaro a stemperare le sue insofferenze (non la sua natura ordinata) in una nuova dimensione d’esistenza.

I pregi di un apologo gradevole e rassicurante

Epilogo in linea, del resto, con i climi di favola che, all’inizio, sembrano volgere ad una oscurità sinistra, quasi da borghese piccolo-piccolo, pure nella matrice pacatamente comica voluta da Albanese. Ma che, con l’andare del racconto e l’evolversi del viaggio (per favore: non chiamatelo film on the road e non profanate la definizione, Jack Kerouac si rivolta nella tomba) guadagnano progressioni e consistenze: consegnando, in definitiva, un apologo rasserenante e gradevole. Dove l’elemento grottesco mai divaga nel caricaturale o nel gridato, anche per merito di una recitazione estremamente vigilata in termini di garbo e misura.

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Voto: 3/5
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