Claudio Trionfera

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Qualche migliaio di chilometri. La distanza è ampia, ma pare proprio che l’abominio sia lo stesso.  Dal New England a Enfield, dalla famiglia Perron a quella Hodgson il poltergeist che ha tracciato un solco di sangue e di terrore ad Amityville ha le medesime profondità di tenebra.

Storie vere. The Conjuring – Il caso Enfield (in sala dal 23 giugno) ne racconta un’altra, nella livida piovosa cittadina a nord di Londra, nel cuore dell’allegra Inghilterra anni Settanta, ancora così beat da risvegliare ricordi e nostalgie capaci di impastarsi e rianimarsi con le scene e i costumi minuziosamente vintage del film. Già, rianimarsi. Come lo spirito maligno in casa Hodgson, orchestrato in modo magistrale da James Wan, il cineasta malese naturalizzato australiano il quale, non ancora quarantenne, ha attraversato lo schermo con la velocità del fulmine, disegnando i nuovi confini del terrore (Saw, Dead Silence, i due Insidious,  il primo Conjuring) o spazzando via col numero 7 tutto quel che c’era stato dei precedenti Fast & Furious.

Quella poltrona di cuoio

Gli Hodgson, dunque. Una donna separata e tristemente single, Peggy (Frances O’Connor) e i suoi quattro figli Janet (Madison Wolfe), Margaret (Lauren Esposito), Billy (Benjamin Haigh) e Johnny (Patrick McAuley). Un sacco di problemi per sbarcare il lunario, sterline latitanti e una casa umida, scrostata, grigia e sgangherata. E c’è la poltrona di cuoio, scorticata, délabrée, minacciosa e cigolante. La predestinata: ad ospitare lo spettro dispettoso del suo vecchio rantolante proprietario, a sua volta prigioniero di un’entità orrenda che gl’impedisce di varcare le soglie dell’al di là e trovare la pace eterna. Medium di questo sfracello la piccola Janet, che in maniera – ci mancherebbe altro - del tutto involontaria si fa portatrice malata e messaggera  di una tempesta  infernale che tutto stritola e travolge.

Due investigatori dell’incubo

Poi ci sono loro, gli investigatori dell’incubo: i coniugi Ed e Lorraine Warren (l’icona horror Patrick Wilson e Vera Farmiga) chiamati dall’America e dalla Chiesa a scandagliare i fondali di un caso ancora da verificare come “autentico” ma, per quel che abbiamo visto finora, integralmente sepolcrale, grifagno,  mostruoso, perverso e, naturalmente, demònico. I due, così, ripiombano in quello sprofondo di baillame e di raccapriccio cui, dopo gli strapazzi passati, rinuncerebbero volentieri. Ma tant’è. Per audacia, passione, dovere, esperienza e voglia di aiutare quella famiglia disperata si gettano nella mischia acherontea rischiando di rimetterci, anche loro, le penne.

Un uragano dell’occulto

Vietato, comme d’habitude  - e  specialmente qua – descrivere il finale. Basti dire che il climax di spaventi e  sconquassi, peraltro attivato fin dall’inizio della storia e mai sopito, tocca i suoi punti apicali tra saette, scrosci di pioggia, devastazione, sdoppiamenti, dentiere morsicanti, metalliche bocche sanguinanti  e atrocità d’ogni genere. Una bomba horror. In un finimondo e un pandemonio del paranormale accompagnati da scoppi, urlanti uragani dell’occulto, sguaiate esultanti possessioni, scatenate ripugnanti deformità glaciali. Il sobrio, insomma, non abita qui. Ma James Wan, come si dice, ci sa fare. E lascia fuori dalla porta ruvidezze, colpi bassi ed effetti triviali per sfoderare una tecnica formidabile combinando – visivamente e dinamicamente - l’horror tout court con il miglior cinema d’azione. Senza che, con questo, si restringa o si snaturi lo spessore ansiogeno di un racconto che, passo dopo passo, fabbrica ed esibisce allarme, spavento, inquietudine. In una parola: fifa. Della più schietta e gratificante per i fan di genere.

La macchina da presa? È un serpente

Carrelli volanti e gru in pianosequenza, long take che s’infilano come serpenti nelle viscere di casa Hodgson sembrano quasi non voler interrompere il ciclo del terrore e comunque dell’intensità narrativa, pure alternati ad un montaggio stretto e ad un componimento della fotografia (di Don Burgess, marchio Robert Zemeckis) che, oltre le evoluzioni della macchina da presa, si abbandona a raffinati giochi prospettici. Un touch originale, allineato al talento di un autore che continua a cambiare le carte in tavola dei modi più convenzionali di far cinema. Anche oggi, anche qua. Tra l’altro dirigendo impeccabilmente gli attori, benissimo i più giovani e a di là delle consolidate esperienze degli “adulti” più stazzonati, Wilson e Farmiga per primi, ovviamente. Regia rapace, in grado di controllare ogni mossa. Al contrario dei personaggi che rappresenta, nessuno dei quali, totalmente perduto in quel delirio, può controllare le proprie azioni e reazioni.

L’appoggio musicale, allineato all’epoca e a metà strada tra la tarda Swinging London e i suoni d’America, si concede, tra i tanti, scampoli di Bee Gees (I Started A Joke), The Clash (London Calling), The Hollies (Bus Stop), Elvis Presley (Can’t Help Falling In Love, ben ribadita alla chitarra da Patrick Wilson). Che lusso.

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