Clint Eastwood, con 'Gli spietati' è entrato fra i grandi

18 dicembre 1992: vent'anni fa arrivava nelle sale il capolavoro western prodotto, diretto e interpretato dall'artista californiano. Un gioiello che ha finalmente (e meritatamente) proiettato il divo nell'Olimpo di Hollywood

Clint Eastwood con gli Oscar vinti per "Gli spietati" (Photo Mike Nelson/AFP/Getty Images)

Alberto Rivaroli

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A volte il bene vince. Anche al cinema. Prendete Gli spietati, un film che non aveva niente per piacere al grande pubblico, se non il fatto di essere meraviglioso. Perché ribadirlo proprio oggi? Ve lo spiego tra un attimo. Dicevo, prendete Gli spietati: niente belle donne né aitanti cowboy, niente effetti speciali o scene spettacolari, niente scene di sesso né scenografie sontuose. Solo quattro baracche e tre grandi attori: due, Morgan Freeman e Gene Hackman, si limitano (si fa per dire, vista la performance) a recitare. Il terzo invece ha fatto gli straordinari: per prima cosa è andato a ripescare un copione di 15 anni prima (ci aveva messo gli occhi anche Francis Ford Coppola, ma poi aveva lasciato perdere); poi ci ha messo il grano, decidendo di produrre in prima persona un lavoro in cui credeva molto, e infine lo ha diretto e interpretato.

Quest'uomo, lo sapete tutti, è Clint Eastwood . Quello di cui, per almeno una trentina d'anni, si è detto che aveva due espressioni: con il cappello e senza. Quello lanciato negli anni '60 dalla trilogia del dollaro di Sergio Leone, e consacrato nei decenni successivi dalla saga dell'ispettore Callaghan. Un cineasta che, prima de Gli spietati, aveva già diretto una quindicina di film, molti dei quali eccellenti (due titoli su tutti: Bird e Cacciatore bianco, cuore nero), ma che sembrava condannato ingiustamente a rimanere sempre a un passo dalla porta principale, quella che accoglie i grandissimi di Hollywood. Uno di quelli che giocano bene, ma perdono sempre in semifinale: questo era Eastwood.

Poi tutto è cambiato: non so quanto sia importato al diretto interessato, una persona che preferisce piacere a se stesso prima che agli altri. Di certo, però, ai milioni di fan che ne hanno sempre apprezzato spessore umano e talento artistico, vedere Clint alla notte degli Oscar carico di statuette e di applausi ha fatto un bell'effetto di risarcimento danni morali e materiali. Un piacere amplificato dal fatto che, da quel momento in poi, il grande Eastwood ha dimostrato di meritare ogni grammo della considerazione ricevuta dall'Academy, firmando un film più bello dell'altro, da Mystic River a Million Dollar Baby, fino a Gran Torino .

Nelle sale italiane Gli spietati è arrivato pochi giorni prima del Natale 1992, il 18 dicembre. Ecco perché torniamo a parlarne oggi: sono passati 20 anni esatti. Rischiava di essere stritolato da cinepanettoni e altre miserie assortite ma, come spesso accade in questi casi, l'arma vincente è stato il passaparola. E sì che, scusate se mi ripeto, Eastwood non ha fatto proprio nulla per ingolosire il pubblico: qui di epico non c'è proprio niente, la storia è quanto di più scarno si possa immaginare e, quanto al protagonista William Munny (il personaggio di Clint), è uno degli antieroi più laceri e dimessi che si siano visti in uno studio cinematografico.

Ex bandito con dozzine di morti sulla coscienza (compresi donne e bambini), deve la redenzione dal crimine (e dall'alcol) alla moglie Claudia che, quando il film si apre (siamo nel 1880), è morta da tre anni, lasciando il marito alle prese con la miseria e due bambini da sfamare. Ecco perché, quando un giovane pistolero (Jaimz Woolvett) gli propone un "lavoretto" vecchio stile, Munny decide di accettare: si tratta di intascare una taglia di 1000 dollari, che pende sulla testa di due cowboy, rei di aver sfregiato una prostituta nel villaggio di Big Whiskey. Visto che lo sceriffo locale, Little Bill (Gene Hackman) non li ha puniti a dovere, le colleghe della vittima hanno fatto una colletta, offrendo i loro risparmi a chi farà fuori i due sadici clienti. Nonostante gli acciacchi (quasi non riesce neppure a salire a cavallo), la mira ormai imperfetta e i suoi nuovi ma saldi principi etici, Will si mette in cammino, spalleggiato da un vecchio compare, Ned (Morgan Freeman). La missione a Big Whiskey, però, non sarà né semplice né indolore...

Clint vince due Oscar (miglior regia e miglior film) e Hackman quello di sua competenza (miglior attore non protagonista) soffiandolo a Freeman, che se lo sarebbe ampiamente meritato ma che comunque si consolerà anni dopo, nel 2005, grazie a un'altra perla di Eastwood (Million Dollar Baby). Eppure, nonostante questo micidiale concentrato di talento, il meglio del film sta nella scelta, rivoluzionaria e ammaliante, di spogliare di ogni fascino un genere che per sua natura si nutre di eroi e gesta memorabili.

Qui invece manca tutto: la bellezza, il coraggio, l'eroismo. Si uccide per necessità, per guadagnarsi lo stipendio, per pagare i debiti: di "Bene contro Male" neppure l'ombra. William Munny è un vecchio tormentato dal rimorso, che si rotola nel letame per dare da mangiare ai suoi figli ma poi, sconfitto ancora una volta dalla vita, si lascia andare al suo passato senza però alcun compiacimento. Un uomo incapace di perdonarsi, ma che sa ancora cos'è l'amicizia.

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