Claudio Trionfera

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“Radicali rosselliniani come Paulo Cézar Saraceni, fordiani come Walter Lima Jr., ejzensteiniani come Leon Hirszman, neorealisti come Nelson Pereira Dos Santos… L’ambizione era quella di sintetizzare il Neorealismo italiano e il cinema rivoluzionario russo, lo spettacolo del New American Cinema e l’evoluzione formale della Nouvelle Vague con le tradizioni del cinema brasiliano, che erano poche ma c’erano”. Pensieri e parole di Carlos Diegues, cineasta e critico, uno dei protagonisti di quel formidabile movimento chiamato Cinema Nôvo che all’inizio degli anni Sessanta tentò, in modo ardimentoso e intellettualmente elaborato, di dare voce ed espressione alle zone sommerse o semplicemente sopite del Paese.

Decine di titoli in un montaggio emozionante

Cinema Nôvo è anche il titolo  di un magnifico documentario di Eryk Rocha (in sala dal 5 marzo, durata 92’), figlio del celebrato Glauber che fu tra i padri fondatori del movimento, scomparso a soli 42 anni dopo aver consegnato opere fulminanti come Barravento, Il dio nero e il diavolo biondo, Terra in trance, Antonio das mortes e L’età della terra. Tracce visive che si ritrovano nel film di oggi in un lavoro di montaggio  concitato, emozionante e dinamico accanto a decine di altri titoli celebri come Vidas secas, Rio 40 Graus e Rio Zona Norte di Nelson Pereira dos Santos, La morta e Saõ Bernardo di Leon Hirszman, Ganga Zumba di Carlos Diegues e via così, a coprire una filmografia sterminata che si allunga sui nomi di Joaquim Pedro de Andrade, Gustavo Dahl,  Geraldo Sarno, Maurice Capovilla, Humberto Mauro, Mário Peixoto

Alla ricerca di una vera “unità narrativa”

Sono gli stessi cineasti, affioranti da un repertorio vasto e pregevole, a raccontarsi e a raccontare quell’avventura incredibile e suo modo “eroica” nell’eccitante legame tra loro, la macchina da presa, il cinema e la realtà. Quella stessa immagine del mondo reale che si volle rappresentare in un movimento da identificarsi non tanto nella ricerca di un’unità stilistica (come era avvenuto, per esempio, nel Neorealismo o nel cinema sovietico) quanto narrativa e “cinematografica”. Per rappresentare, appunto, la realtà senza rispettare una scissione radicale tra la realtà stessa e la finzione.

Straordinaria condivisione di idee e di intenti

Né macchina di Hollywood né teatri di posa. Solo il mondo esterno, la vita ripresa nei suoi aspetti immediati entrando non solo nel cuore dei problemi d’un Brasile povero, nelle favelas e nelle campagne ma anche all’interno della società borghese. Colpisce l’unità di quel gruppo di registi, la loro straordinaria condivisione d’idee e di intenti, il diffuso senso di amicizia unito ai concetti di creatività, anticonformismo, arte, utopia e rivoluzione con la macchina a mano che formulavano quel manifesto artistico (testi e documenti si possono ancora rintracciare in due splendidi – e a questo punto rari - quaderni informativi della Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro allora diretta di Lino Miccichè e datati 1975).

Dal tramonto della “chanchada” al golpe del 1964

Un’avanguardia: nata dal tramonto della chanchada (la commedia ingenua e burlesca in voga dagli anni Trenta) e da una posizione antagonistica rispetto a questa, cresciuta sull’onda delle nouvelles vagues del cinema mondiale, scoperta e legittimata anche dalla critica europea attraverso i festival internazionali, benedetta dai Cahiers du cinéma nella sua fase più elevata nei primi anni Sessanta. Un gruppo destinato tuttavia a sciogliersi con il golpe del ’64 e l’avvento di una dittatura che costrinse all’esilio molti di quei protagonisti capaci, negli anni a venire, di consegnare opere importanti nonostante il distacco dal loro Paese.

C’erano i film ma non il loro pubblico

Resta, di quel cinema - sottolineata dai suoi stessi artefici - una singolare contraddizione: tra la vocazione squisitamente popolare della sua ispirazione e l’assenza, di fatto, di una vera area di fruizione, proprio quella stessa cui il Cinema Nôvo si rivolgeva. C’erano i film, ma non avevano un pubblico. Per ovviare almeno in parte a questa défaillance cineasti e produttori avevano addirittura creato una distribuzione diretta (la Difilm) per arrivare nei circuiti importanti. Non ebbero però il tempo di svilupparla fino in fondo. Un bell’esempio e un altro atto di coraggio.

Voto: 4/5
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