Stefania Berbenni

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"Ma emigrano in Germania?", hanno chiesto alcuni bambini africani mentre scorrevano i titoli di coda di Tempi moderni, il film con un Charlie Chaplin disoccupato, senza casa, innamorato. Hanno visto un poveretto con un fagotto su una strada sterrata, desolata che diceva alla donna in lacrime, "Su con la vita, ce la caveremo!" (il film è del 1936, muto, corredato di dialoghi scritti), e hanno pensato che i due stessero partendo in cerca di una vita migliore. Perché, nel nulla sahariano, il 2016 assomiglia tanto al 1936. È facile da capire.

Come è facile capire quanto sia magica, geniale, generosa, l’idea di questi due trentenni trentini, Davide Bortot e Francesca Truzzi: trasformare un camion in cinema e portare in giro per il mondo la più piccola sala cinematografica al mondo, per far conoscere il mondo. Asia centrale, Mongolia, Africa sud-sahariana, Russia, Romania, Turchia, Bulgaria sono le tante periferie aride del pianeta dove il singolare mezzo di trasporto ha proiettato film e spesso consegnato aiuti umanitari.

Cinéma du désert è nato nel 2009 come progetto di un’organizzazione non governativa italiana, Bambini nel deserto: è un Nuovo cinema Paradiso in versione Terzo millennio; al posto degli occhi incantati del bambino di Giuseppe Tornatore, ce ne sono migliaia su volti di asiatici, africani e di rifugiati provenienti da Paesi disperati.  

All’incontro a Bologna con i due trentini globali, caffè e dolcetti, c’è anche Luca Iotti, anima di Bambini nel deserto che definisce i due ragazzi "spacciatori di consapevolezza". Francesca ha un passato da assistente sociale, Davide si è sempre occupato di ecologia, ha mani d’oro da muratore mancato e da elettricista. Dice: "Ho sempre creduto di poter comunicare bene con le immagini".

Un sogno a quattro ruote, ma nato da che cosa
FRANCESCA.
Dalla voglia di andare in Africa con un gruppo di amici. Ci siamo informati su internet e siamo incappati in Bambini nel deserto: in cambio di un po’ di gasolio per il camion abbiamo portato dei letti a un orfanotrofio. Una sera, siccome avevamo un proiettore e uno schermo, ci siamo inventati un cinema in mezzo al nulla proiettando, senza diritti, i cartoni animati Alice nel paese delle meraviglie e Il libro della giungla.

E poi, dopo questi titoli "piratati", come si è organizzata la vostra cineteca?
DAVIDE
Il nostro cavallo di battaglia è Home di Yann Arthus-Bertrand, un docu-film sull’ambiente e cambiamenti climatici. Il giorno successivo alla proiezione (eravamo in Burkina Faso), tre donne sulla cinquantina ci hanno comunicato che avevano deciso di non accettare i trattori delle Ong francesi ma di investire sui sistemi d’irrigazione. Un’altra volta, un maestro ci disse. "C’è molto da ragionarci, a emigrare". Quell’uomo viveva in un villaggio della Guinea, dove c’erano 900 alunni, nove insegnanti, tre latrine. Non gli era piaciuto il resto del mondo visto nel film:Tokyo caotica, Las Vegas finta… e questa era stata la sua reazione.

Altri titoli?
FRANCESCA
Cartoni come Kirikù, Il castello errante o film come Il popolo migratore, Bébé, L’orso. Ma anche uno sulla mutilazione genitale femminile, Mooladè.

Reazioni?
DAVIDE
Un papà in lacrime ci ha detto che vedeva ridere sua figlia di 4 anni per la prima volta. E sempre per la prima volta un villaggio ha denunciato alla gendarmeria la mutilazione di una ragazza, che è illegale ma è prevista dalla tradizione.
FRANCESCA Spesso i bambini ci si attaccano, scoprono che esistono altri mondi e vorrebbero ripartire con noi. Certe volte sono i genitori a chiedercelo: "Prendi mio figlio, sta a casa tua, quando è dottore lo rimandi indietro".
DAVIDE Ci vedono come un’alternativa ad una vita passata a vedere i cespugli portati via dal vento.

Non sarà facile dare una risposta...
DAVIDE
Cerchiamo di spiegare che non possiamo.

Pericoli ne avete mai corsi?
DAVIDE
Di solito, parliamo con il capovillaggio usando foto e facendoci capire a gesti. Se ci vogliono, montiamo il nostro cinema, mettiamo le stuoie per terra e due panche per gli anziani e il capo. E di giorno facciamo disegnare i bambini e montiamo lo scivolo gonfiabile.
FRANCESCA È pericoloso perché c’è il pregiudizio al contrario: "Ecco i bianchi che vogliono predicare la buona novella e insegnarci a vivere". Altro fronte: le malattie. Una volta mi sono sciacquata la bocca in un pozzo e sono stata in ospedale per 12 giorni.
DAVIDE E lì devi pagare per il letto, comprare tu le medicine, le bende…
FRANCESCA È dura. C’è la mattina che non si ha voglia di alzarsi. Ci sono i 50 gradi di calore e i tanti chilometri da fare. C’è anche la fatica di gestire le dinamiche del gruppo in viaggio. Ogni volta stiamo in giro sei-nove mesi. Certe volte viene da chiedersi: "Ma chi me lo fa fare?". Ma basta montare il cinema e tutto passa.
DAVIDE Vedere la Mongolia da Google-map è una cosa, attraversarla è un’altra: è capitato che rimanessimo da soli, senza soldi, al freddo, perché i tedeschi e i francesi che erano nella nostra carovana, avevano mollato. Per fortuna, molti dei turisti incontrati, una volta tornati a casa, hanno fatto un versamento per aiutarci. Sono arrivati soldi da 26 Paesi.

Chiedete aiuti economici anche con il crowdfunding?
DAVIDE Sul nostro sito ci sono varie formule, per un certo periodo abbiamo previsto "compra 5 chilometri con un euro". E da poco c'è un indirizzo dedicato: https://www.produzionidalbasso.com/project/cinema-du-desert-2016-2017. Sa, le spese da affrontare sono tante.

Per esempio?
DAVIDE Nuove batterie per il cinema, le gomme da cambiare, un sistema per rendere potabile l’acqua. Ora dovremmo fare la manutenzione al camion, e costerà 8 mila euro. Poi c’è l’impianto fotovoltaico dei pannelli da sistemare…

Già, perché il vostro cinema funziona con l’energia solare.
DAVIDE Chiaro! Sarebbe una contraddizione: cerchiamo di sensibilizzare sulla salute del pianeta, e poi usiamo energie non rinnovabili?

L’80 per cento delle vostre spese è rappresentato dal gasolio.
FRANCESCA Compriamo i cibi locali nei mercati, viviamo con poco. Dormiamo e mangiamo nel camion.

Ha per caso un nome, il vostro camion da Nuovo Cinema Paradiso
DAVIDe "Maggie": ha 42 anni, apparteneva ai pompieri. È il nostro terzo Cinéma du désert, l’abbiamo comprato 16 mesi fa. Ha già toccato 20 Paesi in tre continenti, e fatto 45 mila chilometri.

L’ultima vostra spedizione?
DAVIDe In Grecia nei campi profughi, poche settimane fa.

Che cosa avete visto?
DAVIDE
Tende montate dentro capannoni industriali abbandonati. Poche toilette chimiche. Le persone caricate sui camion, separando magari i gruppi famigliari. Mi sono tornati in mente i treni degli ebrei… Un sistema di aiuto militarizzato, perché noi abbiamo la protezione civile, loro l’esercito.

Non è troppo severo?
DAVIDE
Ha ragione. Ci sono anche tantissimi volontari e associazioni che rendono questa emergenza meno dura.

E i vostri film che effetto hanno fatto?
DAVIDE
Siamo stati lì più giorni. Abbiamo fatto divertire soprattutto i bambini. Ma poi, quando si sono messi a disegnare, sono venute fuori gabbie, prigioni.E nessuno di loro ha usato i colori.

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