La dark side di Paolo Genovese. Variante fanta-horror non tanto di Perfetti sconosciuti quanto dell’oggetto “cellulare”, capace in Cell (uscita in sala il 13 luglio) del newyorkese Tod Williams (suo il sequel di Paranormal Activity) di scatenare un flagello planetario con un impulso acuto, stridulo e terribile lanciato attraverso i telefoni.

Colpiti e trasformati in zombi famelici e assassini tutti coloro (immaginarsi quanti) che in quel momento sono all’apparecchio. Il teatro è Boston, ma il mondo è divorato. Pochi gli indenni, tra questi il disegnatore di fumetti Clay Riddell, che per sua fortuna in quel momento ha il telefono scarico e un conducente di metró Tom McCourt (validissimi nelle rispettive parti John Cusack e Samuel L. Jackson), prede di una rutilante, ingorda e abbaiante caccia splatter in capo alla quale troneggia, al comando di un demònico tiranno di internet, l’Antenna Assoluta, attorno alla quale milioni di sudditi decerebrati ruotano adoranti e voraci.

In guerra contro una folla “posseduta”

In mezzo,  l’odissea di Clay e Tom nel lungo viaggio verso la casa di Clay che spera di ritrovarvi moglie e figlioletto. Insieme con loro, a ingaggiare una devastante battaglia contro una umanità “posseduta”, delirante e cannibale, un manipolo di sopravvissuti guidato dalla temeraria e furente Alice (Isabelle Fuhrman) che via via, per forza di cose, si assottiglia tragicamente. Amica, ma non tenera, è la notte, durante la quale milioni di zombi si spengono dormienti ma in realtà si “ricaricano” come cellulari (dis)umani per tornare, il mattino dopo, più aggressivi, sanguinari e voraci di prima.

L’input lo dà Stephen King col suo romanzo omonimo. E in linea col suo metodo narrativo che mette al centro dell’orrore gli oggetti d’uso quotidiano, modificandone la natura, trasformandoli in antagonisti: ostili, spesso repugnanti, qualche volta killer. Williams, con molta abilità, ci mette le immagini, cianotiche e maculate, rinfrescando nella trasparente allegoria ciò che George Romero ha sfoderato nel tempo coi suoi morti viventi, qua spalancando molte porte emozionali ad uno spettacolo agghiacciante, vischioso, apocalittico e istruttivo nella elaborazione del concetto di “dipendenza” globale dall’egemonico controllo dello smartphone.

Tra horror e fantascienza, il film rotola in una cupa voragine d’incubo: equilibrando e compensando i due generi  con un intelligente dosaggio di tensione e una misura realistica che, nonostante l’ebollizione mostruosamente paradossale della storia, riesce a materializzare uno scenario di verosimile angoscia.

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