Addio a Carlo Lizzani, narratore appassionato del Novecento

Si è suicidato buttandosi dal terzo piano della sua casa a Roma. Aveva 91 anni. Come regista ha raccontato la storia politica del secolo andato - L'intervista a Lizzani

Carlo Lizzani alla Mostra del Cinema di Venezia per "Hotel Meina", 2 settembre 2007 (Ansa/Claudio Onorati)

Simona Santoni

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Carlo come Mario, un tuffo nel vuoto da una finestra aperta. È morto oggi a Roma, precipitando dal terzo piano del palazzo dove abitava, il regista Carlo Lizzani, voce riflessiva del nostro cinema, narratore della politica e della storia italiane che tanto lo appassionavano. Aveva 91 anni. Il suo gesto non può che riportare alla memoria quello di Mario Monicelli, che pose fine alla sua vita il 29 novembre 2010.

Nato il 3 aprile 1922, Lizzani ha attraversato il secolo scorso, il Novecento, da protagonista e osservatore, da intellettuale e cineasta, tant'è che la sua autobiografia uscita qualche anno è intitolata Il mio lungo viaggio nel secolo breve (Einaudi, 2007).

È stata l'esperienza del 1946 come aiuto regista di Roberto Rossellini in Germania Anno Zero a convincerlo a tentare l'avventura della regia, debuttando nel 1951 con Achtung! Banditi, film che venne realizzato grazie a una sottoscrizione di "azioni" da 500 lire, tramite una cooperativa di operai che decise di finanziare pellicole coraggiose.

Da quel momento la carriera di Carlo Lizzani regista è ricchissima di titoli e dettata da una volontà di testimonianza storica che lo collega strettamente al grande filone del neorealismo e poi alla sua moderna traduzione realista. Quattro anni fa, per l'omaggio che gli ha consacrato il Festival di Pesaro, Lizzani stesso volle riorganizzare la sua filmografia secondo una sorta di ideale storia d'Italia in cui tutti i momenti salienti sono stati da lui raccontati. Il Novecento è tutto racchiuso nei suoi film, da Il gobbo sulla resistenza a Roma a Il processo di Verona sulla fine del fascismo, da Svegliati e uccidi sul criminale degli anni '50-'60 Luciano Lutring a Banditi a Milano sulla banda Cavallero e la malavita milanese, da Mussolini ultimo atto a San Babila ore 20 sui neofascisti milanesi, da Un'isola sui confinati antifascisti come Giorgio Amendola a Caro Gobaciov.

Come intellettuale ha trasposto scritti celebri e amati, da Cronache di poveri amanti, tratto dall'omonimo romanzo di Vasco Pratolini, a Fontamara (ispirato a Ignazio Silone) a Celluloide, dal libro di Ugo Pirro in cui si rivive in maniera romanzata la genesi del film Roma città aperta.    

Come regista si era dedicato anche a miniserie tv come Nucleo zero (sul terrorismo seguendo il romanzo di Luce D'Eramo) e Maria Josè, l'ultima regina.

Non meno caro gli era il documentario che puntella la sua carriera, dagli esordi con Viaggio al sud (1949) e Modena, città dell'Emilia Rossa, passando per La muraglia cinese, lavorazione epica nella Cina maoista degli anni '50, fino al collettivo Un mondo diverso è possibile girato a Genova nei giorni del G8.    

In veste di saggista di cinema ha firmato con tre edizioni una Storia del Cinema italiano. Da appassionato e cultore della settima arte, dal 1979 al 1982 fu direttore della Mostra di Venezia, che riportò al livello dei grandi festival internazionali dopo otto anni di stop forzoso.

Poche settimane mancò l'appuntamento del Lido: voce narrante del documentario Il Neorealismo. Non eravamo solo... Ladri di biciclette di Giovanni Bozzacchi, non poté lasciare Roma per i postumi di una caduta.

Uno dei suoi ultimi titoli ammirati al cinema è del 2007, Hotel Meina, che rievoca una strage dimenticata della seconda Guerra mondiale, un rastrellamento nazista compiuto sul versante piemontese del lago Maggiore. Ancora tanto impegno civico e tanta voglia di strappare i fatti al silenzio. 

Il trailer di Hotel Meina:

 
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