Davide Ferrario
Cinema

Caporetto, Davide Ferrario ci anticipa Cento anni: un secolo di disastri e riscatti

Un film sulla storia italiana e le sue diverse cadute e risurrezioni. "Il nostro popolo ha un'incredibile capacità di resistenza"

Panorama.it ospita in esclusiva un’anticipazione di Davide Ferrario (regista, scrittore, sceneggiatore e studioso di cinema - tra i suoi film Guardami, Dopo mezzanotte, Se devo essere sincera, La luna su Torino -) sul suo nuovo film Cento anni che sarà in sala dal prossimo 4 dicembre e in anteprima mondiale al Torino Film Festival. Il tema dell'opera riguarda la storia italiana e le sue diverse "Caporetto" ed è suddivisa in quattro capitoli. La disfatta del 1917: i luoghi e i racconti di profughi, orfani e prigionieri. La Resistenza: la storia famigliare di Massimo Zamboni, le speranze diverse e i conflitti tra chi è rimasto. La strage di piazza della Loggia a Brescia: "I morti servono a capire le ragioni per cui sono morti". Lo spopolamento del Sud oggi: il poeta Franco Arminio in viaggio tra Irpinia e Basilicata. Il soggetto è di Giorgio Mastrorocco, produzione Rossofuoco e Rai Cinema, in collaborazione con Lab 80 Film che lo distribuirà nelle sale.


Di Davide Ferrario

L'idea di Cento anni è venuta a Giorgio Mastrorocco, con cui in questi anni ho realizzato una trilogia sulla storia italiana le cui due prime parti sono Piazza Garibaldi (2011) e La zuppa del demonio (2014). Film che per mancanza di termini migliori definiremo “documentari”, ma che certamente hanno poco del documentario tradizionale. Tre anni fa, pensando all’anniversario di Caporetto, Giorgio mi ha detto: ma perché noi italiani abbiamo sempre bisogno di una catastrofe per mettere in moto le energie migliori della nazione?

È vero: perché per vincere la Grande Guerra abbiamo dovuto subire una vergognosa disfatta? Perché, prima di riscattarci con la Resistenza, abbiamo inventato il fascismo? Lo schema caduta-risurrezione è in effetti una costante del nostro Novecento, in tutti i campi: militare, civile, economico, perfino sportivo. Cento anni, il cui progetto è stato subito sposato da Rai Cinema, è la ricognizione cinematografica su un secolo di disastri e di riscatti, dal 1917 fino all’ultima Caporetto, attualmente in corso: quella demografica, narrata osservando lo spopolamento delle zone interne del Sud.

 

Confesso che mi ero accostato alle riprese con un pensiero inconsapevole: il gusto di narrare la decadenza, la sconfitta, il male del Paese. Mostrarlo e compiacersene è una tentazione classica dell’intellettuale, forse del carattere italiano tout court. Ma lavorando sul campo la prospettiva si è ribaltata. Il nostro popolo ha un'incredibile capacità di resistenza, un suo modo peculiare di elaborare il disastro, una resilienza biologica e culturale che alla fine prende il sopravvento. Il film prova a raccontarla senza la retorica dell'happy end, perché le sconfitte implicano comunque un prezzo da pagare: il fascismo abbattuto, per esempio, non è scomparso dalla storia.

D'altra parte, come racconta Prezzolini, quando si diffuse la notizia della resa degli austriaci, dalle trincee non si levò il grido di "Vittoria!", bensì di "Pace!". Il popolo sa essere saggio a modo suo. E come dice un vecchio in un bar del Sud alla fine del film: "Il futuro non accade mai come te lo immagini". Il che – contro ogni evidenza – ci lascia una speranza per quello che aspetta le giovani generazioni.


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