Cannes, prima della premiazione

Un commento alle giornate del Festival a poche ore dalla Palma d'Oro

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Le polemiche iniziali hanno lasciato spazio ai red carpet e soprattutto ai film, al Festival di Cannes 2018. Un programma criticato sulla carta per l’assenza di alcuni grandi nomi di casa su queste spiagge, tra questi Paolo Sorrentino, ma che si è dimostrato interessante ed equilibrato, nel suo alternare autori consolidati con novità promettenti.

Sono stati dieci giorni intensi di proiezioni, ma non solo. Come al solito, Cannes è anche una vetrina per la Francia intera, e per una città che si sta rifacendo il trucco, con un nuovo sindaco deciso a riportarla allo splendore glamour degli anni d’oro. Il rischio? Renderla una glaciale e plastificata filiale vacanziera dei nuovi ricchi russi o degli emiri del golfo. Proprio di fronte al Palazzo del Cinema è in costruzione un nuovo palazzo per appartamenti di alto livello, tutto vetro e acciaio, il cui ultimo piano pare sia in vendita per 35 milioni di dollari.


È stato il primo anno senza selfie e foto sul red carpet - non che il divieto sia stato poi così rispettato -, ma anche l’anno in cui il direttore ha stretto la mano con tutti gli onori a John Gotti jr, figlio del padrino della mafia americana interpretato in un film da John Travolta. Quest’ultimo si è raccontato in una masterclass e ha accennato qualche passo di danza prima della proiezione di Grease sulla spiaggia di Cannes, a 40 anni dall’esplosione della brillantina mania. A proposito di anniversari, cinquant’anni fa usciva nelle sale 2001 Odissea nello spazio, qui presentato dal fan d’eccezione Christopher Nolan. Nel ’68 le proteste del maggio parigino si trasferirono sulle coste mediterranee, con gli autori inferociti contro il perbenismo del festival, al punto di creare una sezione autonoma, la Quinzaine des réalisateurs, ancora oggi viva, vegeta e fra le più amate dai festivalieri.


Un’edizione che ha fatto segnare un calo visibile di presenze, con ristoranti più accessibili e sale con qualche posto libero in più del solito. Un richiamo contro una certa politica di rigidità dei vertici del festival, che hanno rifiutato, per il concorso, i film di Netflix, e aumentato in controlli di sicurezza ai livelli di un aeroporto. Mai arrivare all’ingresso del Palazzo o delle sale con troppe monetine: le più scomode da riprendere, una per una, dopo i controlli.

Ma una manifestazione lunga ed estrema come il Festival di Cannes, prima proiezione alle 8.30 del mattino, ultima anche oltre mezzanotte, prevede delle regole di sopravvivenza e degli antidoti al crollo per stanchezza.


Prima di tutto, conosci il tuo vicino di posto. Cerca di intuire, con una rapida occhiata lombrosiana, se la sua alimentazione è compatibile con la convivenza in spazi limitati per due ore. Attenzione a chi consuma aglio h24, per esempio, visto che la traspirazione potrebbe essere implacabile specchio, non dell’anima, ma del suo ultimo pasto.

Prima arrivi in sala al mattino, più alta è l’età media di chi trovi già seduto, mentre con il passare dei minuti si affacciano i più giovani, quelli pieni ancora di entusiasmo per la cornice festaiola, facilmente riconoscibili dallo spessore delle occhiaie o dal rossore delle palpebre.

Un anno pieno di rivendicazioni, a Cannes, con le donne protagoniste, sul tappeto rosso come nei dibattiti, per chiedere parità di rappresentazione nelle stanze del potere, anche cinematografico, e uguale retribuzione rispetto ai colleghi maschi.

Un anno di tensione, però, in cui la consueta spensieratezza ha lasciato posto a un certo nervosismo generale, mentre la concorrenza dei festival autunnali, come Venezia, sembra ormai aver sottratto i titoli americani in corso per i successivi Oscar.


Passando a un bilancio cinematografico, l’Italia ha fatto un’ottima figura, con i due titoli in concorso accolti molto bene, anche dalla stampa internazionale. In particolare elogi unanimi sono arrivati per il ritorno di Matteo Garrone, Dogman, ma anche Lazzaro felice, della giovane Alice Rohrwacher, è stato apprezzato per il suo stile originale.

A proposito di titoli che hanno convinto, ecco un nostro rapido elenco dei film che hanno segnato questo Festival di Cannes 2018, lasciando un ricordo forte negli spettatori, con la speranza di vederli presto nelle nostre sale.


Oltre al citato Dogman, ci piace segnalare il russo Leto di Kirill Serebrennikov, autore agli arresti domiciliari nella Russia di Putin. Un divertente racconto di due rockstar nella Leningrado sovietica dei primi anni ’90, in un triangolo amoroso vitale e malinconico, all’interno di una comunità che sognava la libertà, e la cantava, svegliandosi ogni giorno in un paese che l’umiliava.

Una prima, e un’ultima, storia d’amore sono protagoniste del commovente Plaire, aimer et courir vite di Christophe Honoré. Protagonisti un giovane bretone e un più maturo scrittore parigino. Anche qui siamo negli anni ’90, in cui un’altra comunità, quella gay, colpita dall’epidemia di AIDS.


Qualche decennio prima, fra la fine degli anni ’40 e la metà dei ’60, si svolge la storia d’amore contro tutto e tutti di un musicista e una cantante polacca, da una parte e l’altra della cortina di ferro. In Cold War, del regista premio Oscar per Ida, Pawel Pawlikowski, tutto cambia così velocemente che i due protagonisti non riescono a stare al passo, nemmeno del loro amore.


Spike Lee è tornato. Sospiro di sollievo per tutti gli amanti del regista newyorkese, da troppi anni non più in forma. Questa volta ha sfruttato al meglio una storia molto forte, quella di un nero che si iscrive a una filiale del Ku Klux Klan negli anni ’70, incanalando la sua nota rabbia sociale in un film, Blackkklansman, divertente, appassionante e profondamente attuale, pieno di stoccate all’America di Trump.


Il film scandalo non è mancato, e come spesso accade a creare scompiglio e uscite dalla sala è stato un regista danese schivo e geniale, Lars Von Trier. Il suo The House That Jack Built è la violenta storia di un sanguinario serial killer nell’America degli anni Settanta. Molti l’hanno odiato, a noi è sembrata una mirabile seduta di auto analisi, furba e provocatoria, ma anche tenera e molto personale.


Passando a un film decisamente più classico, almeno come la tematica, molto bello è En guerre di Stéphane Brizé, il racconto di una trattativa sindacale fra operai e impresa, sotto la minaccia di chiusura dello stabilimento. Vincent Lindon è eccellente protagonista di una pellicola intensa, tutta concentrata nelle stanze chiuse di due parti che si confrontano e dialogano per convincere l’altro delle proprie ragioni. Elogio della democrazia, nonostante i suoi tempi lunghi.


La Corea si conferma, infine, in prima linea nei festival con il thriller Burning di Lee Chang-Dong, tratto da un racconto dello scrittore giapponese Murakami Haruki. Due giovani e una ragazza, fra Seoul e un paesino al confine con il Nord, in una storia semplice che cattura subito e dipinge una gioventù inquadrata nella propria condizione sociale e mentale.


di Mauro Donzelli

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