Cinema

Cannes 2015, ecco perché gli italiani non hanno vinto

Nonostante la normale delusione, alla larga dall'autocommiserazione. I Coen hanno scelto "lavori che cambiavano lo spettatore che è in noi". Strizzando l'occhio ai francesi

Youth, il cast

Simona Santoni

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Il Festival di Cannes quest'anno ci aveva riempito di alte attese. In concorso ben tre italiani, tutti e tre apprezzatissimi in patria e a livello internazionale, soprattutto dalla kermesse francese che sempre aveva avuto un occhio di riguardo (e spesso un premio) nei loro confronti. E invece Paolo Sorrentino, Nanni Moretti e Matteo Garrone sono usciti dalla Costa Azzurra a mani vuote.

Sarebbe sciocco però ora circondarsi di profiche e versare lacrime di rabbia o autocommiserazione. Per dirla alla Rafael Benítez, ma senza tono da polemica da bordo campo, "ci può stare". Negli ultimi anni le punte di diamante del nostro cinema - attorno a cui il piatto piange, questo sì - ci hanno dato delle belle soddisfazioni. A parte il folgorante Oscar raggiunto da La grande bellezza di Sorrentino, già l'anno scorso il Festival di Cannes aveva assegnato il Grand Prix Speciale della Giuria (il secondo premio più importante) a Le meraviglie di Alice Rohrwacher, il bel futuro del nostro manipolo di perle. Nel 2012 lo stesso premio era andato a Reality di Garrone.

 

Ma come mai Youth - La giovinezza, Mia Madre e Il racconto dei racconti quest'anno non hanno convinto? "Non avevamo premi per tutti", è la laconica risposta di Ethan e Joel Coen, registi statunitensi d'eccellenza e presidenti di giuria. La giurata spagnola e attrice almodoriana Rossy de Palma invece ha speso una parola favorevole per Mia madre: "Mi ha molto impressionato l'interpretazione di Giulia Lazzarini nel film di Moretti, peccato che non ci siano premi per questi ruoli". A Moretti è andato almeno un riconoscimento minore, il Premio della Giuria Ecumenica, per "la maestria e l'elegante indagine, piena di umorismo, sui temi luttuosi che la vita ci pone di fronte".

I Coen hanno motivato così le loro scelte: "Abbiamo tenuto conto di tutti i film allo stesso modo e su ogni film abbiamo aperto un dibattito: quello che ci interessava erano i lavori che cambiavano lo spettatore che è in noi". Questo potere l'ha indubbiamente avuto Dheepan di Jacques Audiard, il film vincitore della Palma d'oro: il regista francese si muove tra guerra in Sri Lanka, soprusi, immigrazione e difficile integrazione nelle banlieue di Parigi. Un cinema che guarda prepotentemente al sociale. 

Anche San Fia (A Son of Saul) dell'ungherese Laszlo Nemes, vincitore del Grand Prix, è un altro film dagli alti contenuti etici e sociali, che propone l'olocausto dal punto di vista di un membro del Sonderkommando, gruppo di prigionieri ebrei costretti ad assistere i nazisti nel loro piano di sterminio: "È un film molto emozionante che mi ha colpito perché non avevo mai visto un tema come i campi di concentramento trattato in questo modo. E poi l'attore (Geza Rohrig, ndr) è davvero strepitoso", parola dell'attrice britannica e giurata Sienna Miller. 

Chronic di Michel Franco, premiato per la sceneggiatura, scruta le relazioni tra un infermiere e dei malati terminali. "È un lavoro che mi ha colpito perché è difficile trattare certi temi senza cadere nel melodramma", ha commentato l'altro giurato, il regista messicano Guillermo del Toro. Se non si concentra su tematiche forti e universali il fantasy d'autore di Garrone, però anche Moretti in Mia Madre affronta il lutto per eccellenza, quello materno, senza cadere nel melodramma, con ironia e sensibilità. 

"Non ho visto tutti i film e penso che i verdetti delle giurie vadano accettati e non discussi", ha detto a La Stampa Alberto Barbera, direttore artistico della Mostra di Venezia, commentado l'esito di Cannes. "Resta il fatto paradossale che il cinema francese, peraltro il più bravo in Europa a produrre, distribuire e a fare squadra, esca come grande vincitore nell'anno in cui ha espresso i suoi risultati più modesti". La Francia ha infatti vinto anche i premi per gli attori, a Vincent Lindon per La loi du marché di Stéphane Brizé e a Emmanuelle Bercot per Mon Roi di Maïwenn (ex aequo con Rooney Mara per Carol). Per Barbera, e non solo per lui, ha pesato l'assenza di un giurato italiano.

A guardare il palmarès del Festival, l'ultima volta che un italiano ha vinto la Palma d'oro è stato nel 2001, proprio con Moretti per La stanza del figlio. Allora in giuria c'era il regista italiano Mimmo Calopresti. Mi piace però pensare che questo abbia inciso solo in minima parte e che ieri, oltre a un connaturale senso di riverenza verso i padroni di casa francesi e a una predilizione per l'impegno sociale, sia stato il giudizio estetico il principale campo magnetico della bussola dei Coen & Co.

"È sbagliato considerare i film secondo la nazionalità, fare delle differenze, abbiamo considerato solo ciò che c'era di meglio in quello che abbiamo visto". Del Toro dixit.

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