C’era una volta in America: ritorna il capolavoro di Sergio Leone, restaurato

Il 18 ottobre il film esce nelle sale, con 25 minuti inediti. Altro che Gomorra, questi sì che erano veri gangster. Che sembrano eroi

Credits: Olycom, Everett Collection

Marco Giovannini

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"La vendetta è un piatto che si serve freddo" commenterebbe uno dei suoi gangster citazionisti che alternano violenza e aforismi. Ci sono voluti 28 anni ma alla fine Sergio Leone ha avuto la sua rivincita. C’era una volta in America, il suo ultimo film e, per quelli che non hanno occhi solo per i western, il suo capolavoro è finalmente come lo aveva immaginato lui e non la censura del mercato e della distribuzione americana. Col recupero di 25 minuti finora inediti, il film ora dura 4 ore e un quarto e cancella le due versioni precedenti: non solo quella uscita nei cinema americani nel 1984 di 2 ore e 19 minuti, ma anche quella presentata al Festival di Cannes dello stesso anno di 3 ore e 49.

"Sono contenta perché finora la lamentela più comune di chi ama questo film è il fatto che finisse" dice Raffaella Leone, la figlia, che insieme al fratello Andrea ha braccato il produttore americano Arnon Milchan per ottenere il via al restauro, sponsorizzato dalla Film Foundation di Martin Scorsese e realizzato dalla benemerita Cineteca di Bologna. Dal 18 ottobre la nuova versione sarà nelle sale con cinque scene che chiariscono vicenda e personaggi: in una c’è Louise Fletcher, premio Oscar per Qualcuno volò sul nido del cuculo, finora scomparsa dal film; in un’altra c’è il produttore Milchan nei panni di un autista in livrea che rifiuta di essere pagato da Noodles, cioè Robert De Niro.

È risaputo che Leone amasse lentezza e tempi dilatati, come dimostrano simbolicamente due delle scene che hanno divertito metà del pubblico e innervosito l’altra metà: i 24 squilli di telefono senza risposta nella fumeria d’oppio e i 63 secondi che il cucchiaino di Noodles impiega a girare la tazza di caffè. E se il primo montaggio di C’era una volta in America durava 10 ore, ce ne era un altro di 6 quando il regista sperava di dividere il film in due parti, come Novecento di Bernardo Bertolucci.

Franco Ferrini, uno dei quattro sceneggiatori, lo considera l’opera più matura di Leone e anche la più coraggiosa per avere affrontato temi per lui inusuali: la vecchiaia, il senso della vita che sfugge. Ed è anche la più letteraria: il romanzo di partenza, Mano armata di Harry Grey, è diventato un contenitore in cui stipare tutte le passioni di Leone. "C’è molto di Raymond Chandler e Dashiell Hammett, ma anche echi del Grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald, e una concezione architettonica del tempo e della memoria che definirei proustiana" dice Ferrini.

Nelle interviste dell’epoca, Leone citava altri scrittori che l’avevano fatto appassionare al mito americano, come William Faulkner, John Dos Passos, oltre a Ernest Hemingway; quando ha dovuto scegliere un libro da fare leggere al giovane Noodles al gabinetto, gli ha messo in mano Martin Eden di Jack London.

Negli oltre 10 anni necessari per riuscire a mettere insieme il film, c’è stata una gran quantità di scrittori americani assunti come consulenti: il giornalista Nicholas Pileggi, futuro autore di Quei bravi ragazzi e Casino; Stuart Kaminski, chiamato per i dialoghi e le situazioni ebraiche, e il grande Norman Mailer, che lavorò per 15 giorni di fila senza mai uscire dalla sua stanza d’albergo (quando Leone rifiutò la sua versione, Mailer gli fece causa).

Quello che ancora colpisce è la rappresentazione romantica dei gangster: "Noodles e i suoi compagni sono manieristici, nel senso di 'alla maniera di', e rappresentano una rivisitazione di miti cinematografici, e letterari del noir. Ma sono fascinosi, gente con cui usciresti a cena" dice Ferrini.

Tutto il contrario degli ultimi gangster made in Italy, quelli di Gomorra? "Per Leone, pur nella sua crudezza, un gangster è un ribelle, un anarcoide, o come diceva Friedrich Nietzsche 'l’uomo forte posto in condizioni sfavorevoli'. Ha del melodramma, del pupo siciliano. Quelli di Gomorra sono invece malavitosi giornalistici, cronachistici, perché Gomorra dice: 'Guardate che le cose stanno così', mentre C’era una volta in America: 'Attenti che vi racconto una favola'".

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