Bruce Willis, intervista al protagonista di Die Hard

L'eroe della saga cinematografica, in occasione dell'uscita in blu-ray dell'ultimo capitolo Un buon giorno per morire, racconta i suoi esordi e le aspettative future

Bruce Willis (Foto Ansa/EPA/Facundo Arrizabalaga)

Marida Caterini.

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Attore, produttore cinematografico e musicista statunitense, Bruce Willis con alle spalle circa ottanta pellicole girate solo per le sale, rappresenta una pietra miliare nella storia del grande schermo. Ma è grazie ai film d'azione e soprattutto al ruolo del poliziotto John McClane, interpretato nella saga Die Hard, che ha fatto breccia nell'immaginario cinematografico del pubblico a livello internazionale. Nell'attesa che il 7 giugno l'ultima pellicola Die Hard - Un buon giorno per morire sia disponibile in Blu-Ray, Willis parla con Panorama.it ricordando la sua esperienza e i suoi esordi di attore in commedie brillanti. E svela quello che si aspetta, oggi, dalle nuove generazioni, da figli, cioè, di quei ragazzi che 25 anni fa videro e apprezzarono il primo Die Hard.

Come lui stesso ricorda, l'avventura era inziata nel 1988 con Die Hard - Trappola di cristallo. Era proseguita con 58 minuti per morire - Die Harder nel 1990, con Die Hard - Duri a morire nel 1995 e Die Hard - Vivere o morire nel 2007. L'ultimo capitolo Die Hard - Un buon giorno per morire è approdato nelle sale lo scorso febbario. In Italia Bruce Willis è ricordato anche per un ruolo molto particolare che esula dai personaggi nei quali si identifica: è stato presidente di giuria nell'edizione del 2005 di Miss Italia. A livello internazionale, invece, è comparso nel videogioco per Playstation Apocalypse: il personaggio principale ha la sua faccia digitalizzata e parla con la sua voce. Questa l'intervista rilasciata a Panorama.it.

Lei inizialmente si divideva tra cinema e tv. Come è nato il desiderio di puntare maggiormente sulla carriera cinematografica?
Nella vita ci sono situazioni singolari che non si sa come nascono e come si sviluppano ma che rappresentano una vera sorpresa man mano che vanno avanti. Una di queste è capitata a me a proposito di Die Hard: gli eventi grazie ai quali ho girato la prima pellicola si sono svolti in maniera davvero sorprendente. Mi era stato chiesto più volte di interpretare il ruolo di McClane. Ma in quel periodo, la fine degli anni '80, non potevo perché ero impegnato nelle riprese della serie televisiva, molto seguita dal pubblico, Moonlighting, in cui recitavo con Cybil Shepherd. Poi accadde che Cybil scoprì di essere incinta e, in concomitanza con l'ultimo periodo della gravidanza, il regista e produttore Glenn Carron decise di interrompere le riprese per undici settimane. È stato proprio durante quel lasso di tempo che, essendo libero, ho potuto interpretare il primo Die Hard.

Dopo una lunga carriera cinematografica iniziata con Abel Ferrara nel 1979 e infiniti ruoli interpretati, cosa crede che abbiano rappresentato i cinque film Die Hard finora realizzati?
Fanno parte di diritto della storia cinematografica, rappresentano una vera e propria istituzione nel mondo del grande schermo. Ma il protagonista, nonostante il tempo trascorso, è maturato ben poco dalla prima volta che apparve sul grande schermo, perché continua a cadere nei medesimi errori di venticinque anni fa. Ad esempio: lui crede di aver sempre ragione mentre invece non è così ed è sicuro di capire i suoi figli molto più di quanto, invece, non li comprenda. E, particolare non secondario, ingigantisce ogni evento che gli accade intorno. Tutto ciò sarebbe divertente per un attore portato a magnificare sempre quello che fa. Ma è un comportamento singolare che, lo confesso, suscita sempre molta simpatia. Ed è il motivo per cui i film giranti durante gli anni, diventano sempre storie accattivanti, compresa l'ultima che non fa eccezione.

Come riesce a dare sempre al pubblico tutto ciò che si aspetta dai suoi film?
Glielo spiego proprio con l'esempio di Die Hard. Io ho intuito che tutti i fan che amano i miei film sanno già in anticipo come sarà la prossima storia da me interpretata, conoscono cosa farò e in quale maniera interpreterò il mio personaggio. In questo modo hanno sempre la speranza che accada proprio quello che loro si aspettano e desiderano, ovvero ritrovare in ogni film una nuova storia, bella e appassionante come quella precedente. Certo, non si possono ricreare i film del passato, le nuove pellicole rappresentano i capitoli successivi delle storie precedentemente raccontate, ma sono arricchite dalla figura del protagonista del quale si conoscono i progetti e si intuiscono gli obiettivi. In questo consiste la grandezza della saga di Die Hard.

Il suo pubblico in 25 anni ha attraversato più generazioni. Perché queste ultime dovrebbero amare Bruce Willis e i suoi film?
Amo pensare che tutti coloro che erano giovani quando hanno visto il mio primo Die Hard, adesso hanno dei figli e li portano al cinema a vedere i miei film successivi. Per me è una gran bella soddisfazione. Un'esperienza di sicuro effetto. È come se il mondo intero divenisse grande e si amplificasse di continuo sotto i nostri occhi per sottolineare la nostra gioia.

Nei suoi film tocca spesso i temi della famiglia. Crede possibile che un essere umano possa tagliare definitivamente il legame con i propri genitori?
Assolutamente no. Ogni persona adulta vuole ritrovare se stesso e le proprie radici nei genitori e negli antenati e non è solo questione di Dna. È un bisogno che, però, non si avverte durante la fase giovanile, perché a quell'età nessuno di noi ha mai pensato di potersi identificare o solo assomigliare ai propri genitori. La verità è che ogni ragazzo vuol essere solo e soltanto se stesso. Poi arriva una una sorta di richiamo alla famiglia e alle proprie origini. È vero, nei miei film il concetto di famiglia è molto forte, a cominciare dal primo Die Hard per finire con l'ultimo. Infatti in Die Hard - Un  buon giorno per morire il rapporto tra padre e figlio sembrava definitivamente rotto. I due non si parlavano da tempo. Ciononostante, io genitore vado fino a Mosca, dove si è trasferito mio figlio, per cercare il mio ragazzo un po' testone che nel frattempo si è messo nei guai e faccio di tutto per aiutarlo. Alla fine non gli do un aiuto molto consistente, ma insieme troviamo la maniera di collaborare e di assicurare un lieto fine a una storia che si è dimostrata valida e accattivante come le precedenti. È bello vedere come genitore e figlio riescono a ritrovarsi di nuovo, accomunati dai medesini ideali positivi e da un obiettivo di pace.

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