Cinema

Boyhood, che bel film! 5 motivi per vederlo

12 anni di riprese, sempre con gli stessi attori. Richard Linklater tesse un'indagine umana emozionante e profonda. Una scommessa col tempo. Vinta

Boyhood

Simona Santoni

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Boyhood è uno di quei film che aspetti per settimane e settimane di visioni più o meno svilenti o interessanti e dopo il quale puoi esultare con un gioioso: "Finalmente!". È una sorta di regalo, prezioso, originale, bello. Un film da consigliare senza alcuna esitazione e portare nel cuore. 
È un esperimento di cinema, fortemente voluto dal regista Richard Linklater, che ha sfidato il destino e le sue beffarde svolte, portando a compimento un lungometraggio che è un progetto lungo 12 anni: 12 anni di riprese, con gli stessi attori, seguendone la maturazione fisica (ed artistica).
Al centro della narrazione il piccolo Mason, interpretato da Ellar Coltrane. Vediamo il bambino crescere, dai 6 ai 18 anni, tra cambi di scuole, case, amici, da Houston a San Marcos ad Austin, accanto alla sorella maggiore Samantha (Lorelei Linklater, figlia del regista) e alla madre Olivia (Patricia Arquette), u
na mamma separata e imperfetta, che non rinuncia alle proprie passioni e a nuovi amori, ma cerca di bilanciarli col suo ruolo materno. Come genitore part-time, eterno ragazzo che nel tempo comincia ad assumersi le sue responsabilità, il padre, Mason Senior (Ethan Hawke).

Ecco 5 motivi per vedere Boyhood, dal 23 ottobre al cinema. 

 

1) La scommessa col tempo. Vinta

Quasi tutti i film di fiction sono realizzati in un periodo di tempo che dura settimane o mesi. Ma Linklater alza l'asticella e fa un salto nel buio, pensando a un dramma contemporaneo girato su un periodo di tempo di gran lunga maggiore, che ricopre il tempo necessario per assistere alla crescita di un ragazzino, anno dopo anno, fino a diventare adulto.
All'inizio la sua sembrava una sfida creativamente sbalorditiva e finanziariamente impossibile, un impegno controcorrente rispetto ai meccanismi dell'industria cinematografica moderna. Eppure il cineasta americano ha vinto la sua scommessa col tempo. Le riprese si sono svolte per brevi periodi tra il 2002 e il 2013. La narrazione di Boyhood ha la fluidità della vita. Sullo schermo assistiamo al graduale maturare o invecchiare dei protagonisti, senza ricorso a make-up o effetti speciali. Cinema puro, fascino vero
"È stato come fare un grande atto di fede verso il futuro", ha detto Linklater, già autore della trilogia Prima dell'alba (1995), Before Sunset - Prima del tramonto (2004) e Before Midnight (2013). La sua fiducia è stata ripagata. 

2) Un esperimento innovativo e intrigante, una produzione irregolare

Linklater è anche autore della sceneggiatura, che però non è stata uno script convenzionale, ma qualcosa di simile a un progetto strutturale. È riuscito a ottenere un sostegno a lungo termine da parte della IFC Films. Successivamente ha ipotizzato un potenziale cast tecnico e artistico, spiegando come si sarebbe svolto il programma di questa produzione irregolare: si sarebbero dovuti tutti incontrare annualmente, ogni qualvolta i loro svariati impegni lo permettessero, per 3-4 giorni di riprese. Linklater avrebbe potuto scrivere e modificare in itinere (con la sua collaboratrice di lunga data Sandra Adair) la programmazione. Nessun altro all'infuori del gruppo sapeva cosa stessero creando durante i 144 mesi di produzione, e solo una volta terminate le riprese finali, si è giunti alla prospettiva complessiva del film.
"È stato un processo diverso, davvero emozionante ", ha detto Patricia Arquette, attrice Emmy Award per la serie tv Medium. Per ingaggiarla Linklater ha esordito con questa domanda: "Che progetti hai per i prossimi 12 anni?".
"Non c'è mai stato un precedente di un tale coinvolgimento di cast e troupe", ha affermato il cineasta. "Non c'è mai stato un contratto lungo 12 anni in questo settore. Così è stato davvero chiedere alle persone di fare un atto comune di fede e impegno".

3) Profonda osservazione umana

Le 2 ore e 46 minuti di visione di Boyhood sono ugualmente una sorta di atto di fede da parte dello spettatore, che sarà ampiamente ricompensato. La narrazione di Linklater non cade in nessun momento di noia o di stanchezza, guidata con mano rigorosa e sensibile. La sua è un'indigine attenta e profonda della condizione umana, da fine conoscitore della materia.
Il racconto di formazione del piccolo Mason racchiude tutte le emozioni, dalla fanciullezza all'adolescenza all'età adulta. Linklater cesella una sorta di poema epico, eppure essenziale e intimo

4) Ellar Coltrane cresciuto insieme a Mason

Frangetta biondastra su viso da bambino, poi chioma più folta, capelli rasati, l'accenno di peluria sul labbro superiore, una barbetta chiara a incorniciare un viso da giovane uomo... È appassionante seguire la crescita - anche fisica -di Mason. Con lui, intanto, è cresciuto il suo interprete, Ellar Coltrane, figlio di artisti e quindi vicino al mondo dell'arte, ma scritturato quando aveva 6 anni e poco consapevole dell'impegno che stava assumendosi. 
Durante i 12 anni Ellar ha lavorato in uno spazio riservato e invisibile al mondo, è comparso in pochi film e soli in piccoli ruoli, ad esempio in Fast Food Nation (2006) sempre di Linklater e con la Arquette.
 "Sono estremamente grato del fatto di non essere apparso subito sugli schermi", ha commentato oggi che è ventenne. "Penso di esser più pronto ora, piuttosto che all'inizio di questo processo".
Nella scena finale, quando stiamo per lasciare Mason, non più ragazzino, mentre si dirige verso le montagne e verso l'ignoto, è impossibile non emozionarsi. 

5) Stilisticamente attento

Nel passare degli anni di narrazione, a fluttuare non è solo il giro vita di Olivia o il colore dei capelli di Samantha, ma si assiste in maniera delicata anche alle transizioni della sfera culturale circostante, dal mutare degli abiti alle tendenza del design, alla forma dei dispositivi tecnologici... Sullo sfondo si muovono i tempi di Bush e della sua guerra in Iraq, la campagna elettorale di Obama, i video di Lady Gaga...
Formalmente Linklater riesce a mantenere un'uniformità stilistica che fa sembrare Boyhood un lungo racconto ininterrotto e non il collage di 12 anni di riprese.
È stato girato interamente in 35mm, cosa che è diventata sempre più difficile da mantenere verso la fine della produzione. 
In fase di montaggio inizialmente aveva pensato di rappresentare 10 minuti di ognuno dei 12 anni, fino ad arrivare a 120 minuti di film. "Dopo il primo anno di lavoro, però, ho capito che non avrebbe funzionato", ha detto il regista. "Ho quindi deciso di lasciare che il film fosse più scorrevole, senza imporre quel tipo di restrizione".

Voto: 5/5
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