Cinema

Bollywood da bere

L’industria cinematografica indiana sbarca in Italia. Merito di due ragazzi lucchesi e delle "film commission" regionali. Che grazie alle pellicole contano di incrementare il turismo proveniente dall’Asia

Qualche turista avrà pensato a una visione provocata dal solleone di luglio. Perché non capita spesso di imbattersi in 30 indiani che si dimenano davanti al Duomo di Milano diretti da un coreografo connazionale con le infradito e il cappuccio della felpa tirato sulla testa. Invece è tutto reale, tutto autorizzato, nonostante lo sguardo perplesso di un "ghisa" (vigile) di passaggio. Sotto la Madonnina si gira Baadshah, una produzione della cosiddetta Tollywood, l’industria cinematografica dell’Andhra Pradesh, stato dove si parla telugu, lingua che dà il nome al neologismo che affianca la più nota Bollywood, l’industria cinematografica dell’ex Bombay.

Il regista, una celebrità locale, è Srinu Vaitla, un signore baffuto con camicia di lino bianco e infradito di cuoio: si confonde con gli extracomunitari impegnati a vendere pupazzetti di plastica. La protagonista è la bella Kajal Aggarwal, star telugu che aspetta il ciak spalmandosi crema protettiva. Il suo partner è Nandamuri Taraka Rama Rao, detto Jr Ntr, sposato con la figlia dell’ex primo ministro dell’Andhra Pradesh. Ha un curriculum sterminato dovuto, sussurrano a Milano, anche all’importante parentela. Nel film lei è un’indiana che studia in Italia, lui il figlio di un malavitoso. Si conoscono davanti al Duomo e ovviamente si innamorano al primo sguardo. Lui per conquistarla organizza un flashmob con l’inevitabile balletto. Quello al quale la cronista sta assistendo.

Se il gruppone tollywoodiano si è spinto fin sotto il Duomo per girare una parte della solita melensa storia di cui gli indiani vanno pazzi, il merito è di due ventiseienni di Lucca, Ivano Fucci e Michele Saragoni, ex colleghi di scienze del turismo. Hanno portato Bollywood e Tollywood in Italia fondando Occhi di Ulisse, agenzia di consulenza turistica specializzata in trasferte cinematografiche. Un’idea destinata a risollevare lo spirito di tanti ragazzi italiani rassegnati a precarissimi impieghi. «Non mi ci vedevo dietro a una scrivania. E poi oggi il lavoro bisogna inventarselo e, soprattutto, essere flessibili» spiega Fucci, ciuffo ribelle e anellone argentato che dopo due anni tra Delhi e Mumbay ha coinvolto nell’impresa il suo ex collega di studi. "Inizialmente volevo solo migliorare l’inglese" continua "ho scelto l’India perché avevo pochi soldi. Mia madre è casalinga e mio padre, camionista, ora lavora con me come autista delle troupe".

In India Fucci si è arrangiato con il couch surfing, pratica turistica che consiste nel dormire sui divani delle famiglie ospitanti. Questo gli ha consentito di imparare i costumi locali e il terribile accento inglese degli indiani. Particolare tornato utile dopo un paio di significative esperienze in India.

Già discreto portiere in una squadra toscana, lì è stato ingaggiato dalla Pifa Colaba, serie B, meritandosi pure il titolo di un giornale estasiato: "L’arrivo del calcio italiano in India". Quindi ha lavorato come assistente dell’Enit ed è lì, chiarisce, dopo la tesi di laurea Bollywood in valigia e il libro per Franco Angeli La cultura del turismo in Italia, che gli è venuta l’illuminazione cineturistica. "In India il cinema è il primo passatempo sociale, in sala tifano come allo stadio" riferisce. Ha scoperto pure che gli indiani adorano andare in vacanza dove, sullo schermo, le star vivono le loro passioni. I balletti delle dichiarazioni d’amore devono svolgersi in luoghi d’incanto. Finora erano ambientati soprattutto in Svizzera, che con 300 film dagli anni Ottanta è la prima meta europea per le location (nel mondo vince l’Australia) perché le montagne ricordano il Kashmir.

Ma adesso Fucci e socio stanno imponendo anche l’Italia, con 10 film in un anno e mezzo e altri cinque in calendario entro la fine del 2012, tutti con il coinvolgimento delle film commission regionali. Il primo, a Milano, è stato Paglu, un successone. Poi in Toscana è stato di scena Rajapattai. Quindi sono arrivati Valle d’Aosta e Piemonte e, adesso, è tornata la Lombardia, prima con Ajab Gazabb Love prodotto da Vashu Bhagnani, uno dei più importanti di Bollywood, e ora con Baadshah ambientato tra Duomo, Stazione Centrale e Vigevano.

La film commission lombarda ha calcolato che le ultime due produzioni svizzere hanno portato 600 mila turisti nelle valli di Heidi e, ingolosita, con la Occhi di Ulisse sta organizzando un tour sui luoghi di Baadshah e di Ajab Gazabb Love da proporre ai tour operator indiani: "Milano è l’unica città italiana ad avere un volo diretto per Nuova Delhi e gli indiani la adorano per lo shopping" chiarisce il direttore generale Alberto Contri.

Fucci lo aiuterà a persuaderli anche sul fronte turistico. Di lui gli indiani si fidano perché capisce anche la loro comunicazione non verbale: per esempio, l’oscillazione laterale della testa, che all’inizio sconcertava i ballerini italiani convinti che il coreografo non fosse soddisfatto, in realtà significa approvazione. Uno schiocco della lingua accompagnato a un movimento laterale ma netto della testa è, invece, un no.

Il duo toscano guadagna circa 7 mila euro a location e non si ferma mai. "Si comincia un mese prima con i visti, poi si passa a permessi, alberghi e trasporti" racconta Saragoni. "Ma il vero problema è il cibo. Gli indiani si fidano solo dei loro cuochi e delle loro speziatissime pietanze. Ci siamo arrangiati con un van attrezzato a cucina che si presenta sul set". A un’ora dalla pausa però Fucci scopre che il van non ha il permesso per passare e dopo una decina di telefonate cuochi e attori vengono dirottati in un ristorante vicino: ospiterà il "pranzo indiano al sacco" in cambio della consumazione per le comparse italiane.

Un piccolo ostacolo se paragonato a quanto è successo a La Thuile, durante Ajab Gazabb Love: la pioggia stava fermando le riprese e il regista ha pensato a un rito propiziatorio. Dai due ragazzi italiani ha preteso (e ottenuto dopo affannose ricerche) quattro noci di cocco da piazzare su un altarino. A La Thuile è tornato il sole e ora la foto di quell’altarino- trofeo è sugli smartphone del duo lucchese.

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