Blade Runner, i 30 anni di un cult movie

14 ottobre 1982: arriva nelle sale italiane il capolavoro di Ridley Scott, una pietra miliare della fantascienza (e del cinema in generale). E pensare che sul set è successo di tutto...

Sean Young in "Blade runner" (Ansa)

Alberto Rivaroli

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Lo dico subito, così mi tolgo il pensiero: non ho mai visto cose che voi non potreste neppure immaginare. Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione? Purtroppo no. Raggi ß balenare nel buio, vicino alle porte di Tannhäuser? Nemmeno. In compenso ho visto Blade Runner una ventina di volte, e non me ne sono mai pentito. È il bello dei capolavori, non ti stancano mai, e poi nei vicoli fradici di Los Angeles, come nello spettrale grattacielo della Tyrell Corporation, trovi sempre qualcosa di nuovo da gustare, qualche emozione mai vissuta prima.

Nel frattempo è passato qualche anno. Trenta, per la precisione: il film di Ridley Scott è arrivato nei cinema italiani il 14 ottobre 1982. Non si può dire che sia passato inosservato: anche qui, come in tutto il mondo, ha influenzato già dalla prima apparizione il linguaggio, l'immaginario, la grafica, il design, la musica, perfino il make-up: quante imitazioni ha avuto il look della replicante Daryl Hannah... Al di là degli effetti collaterali, che comunque condizionano ancora oggi il nostro modo di pensare al futuro, è soprattutto la forza espressiva del film che lascia stupiti, la sua capacità di mutare continuamente registro, alternando eleganza e brutalità, mistero ed eloquenza, cinismo e poesia.

Può un film formalmente misurato essere anche coinvolgente? Blade Runner ci riesce. Ti fa entrare in un mondo che, per quanto gelido e inospitale, diventa subito il tuo: è quello buio e piovoso della Los Angeles del 2019, una città che lo smog e il sovraffollamento hanno reso invivibile. Qui a un poliziotto tocca un compito poco invidiabile: “ritirare” (ovvero fare fuori) quattro replicanti in fuga: sono androidi identici agli esseri umani come intelligenza, ma molto più forti fisicamente. Il loro unico problema è che sono programmati per vivere tre, al massimo quattro anni. Ecco perché sono scappati dalle colonie extra-mondo e, violando la legge, sono tornati sul pianeta Terra: vogliono incontrare chi li ha progettati, per farsi allungare la vita...

Fermiamoci qui, per rispetto ai pochissimi che non hanno ancora visto il film. Una storia che ormai non ha più personaggi, ma icone. Lo sbirro Rick Deckard (Harrison Ford), svogliato e malinconico; Ray Batty (Rutger Hauer), il più carismatico dei replicanti, combattuto tra rabbia, disperazione e il sentimento per la bellissima Pris (Daryl Hannah); Rachel (Sean Young), la donna che s'innamora di Rick ma scopre con orrore di essere lei stessa un androide. Tutti accomunati da un senso di vuoto e sconfitta che li rende struggenti e indimenticabili. Né eroi né criminali, ma solo persone stanche e impaurite che non si ricordano più cos'è la felicità, o forse non l'hanno mai saputo.

Il fascino del film aumenta se si considerano le condizioni in cui è stato girato. La lavorazione è stata un inferno: Ridley Scott e Harrison Ford non sono mai andati d'accordo, né durante le riprese nè tanto meno dopo, quando il regista ha presentato una nuova versione, la Director's Cut (1992), basata sulla tesi che anche Deckard fosse un replicante. Una novità clamorosa, che ribalta la prospettiva del film e ha contrariato moltissimo il protagonista, e anche Rutger Hauer. Se ha questionato con le star del suo film, Scott non è stato certo più accomodante con gli altri. Freddo, scostante, esigentissimo, ha costretto tutti a ritmi di lavoro quasi inumani, e le cose sono peggiorate quando la produzione ha stretto i cordoni della borsa, costringendo la troupe a lavorare 24 ore su 24, e non è un modo di dire, negli ultimi giorni a disposizione.

Il culmine della tensione, però, si è raggiunto quando è scoppiata la cosiddetta “guerra delle magliette”. Tutto inizia perché il regista inglese ha la bella idea di rilasciare un'intervista piuttosto acida a un giornale del suo Paese. Il sunto è che le troupe americane sono composte da lavativi, mentre quando lavora con i suoi connazionali è abituato a sentirsi dire sempre “Sissignore”. L'articolo arriva chissà come sul set: apriti cielo... Passano un paio di giorni, e gran parte dei tecnici si presenta sul set con una t-shirt che, più o meno, recita: “Sissignore un cazzo”. Il sentimento antibritannico monta, e allora Ridley e i suoi connazionali si fanno stampare una maglietta con la scritta: “La xenofobia fa schifo”. Sembra incredibile, ma è tutto vero. Poi, fortunatamente, tutti si calmano e si ricordano di essere dei professionisti.

Il perfezionismo di Scott, però, lima i nervi di tutti e produce risultati a volte paradossali. In una scena, per esempio, la controfigura di Daryl Hannah deve eseguire una serie di salti mortali. All'ennesima ripetizione, però, la ragazza (una ginnasta professionista) dà forfeit: non ce la fa più. Morale della favola, viene trovato in fretta e furia un rimpiazzo, che però ha un difettuccio: è un maschio! Il tempo però stringe: il prescelto viene truccato e, con l'aiuto di una parrucca, si trasforma in una delle attrici più belle del mondo. Nonostante screzi e intoppi, comunque, il progetto giorno dopo giorno prende corpo, e anche chi non può sopportare Scott deve riconoscere il suo genio e la grinta con cui difende le sue idee di fronte all'impazienza dei produttori. Nonostante la stanchezza e il nervosismo, insomma, in molti comincia a insinuarsi un piacevole sospetto: vuoi vedere che abbiamo fatto qualcosa di speciale? Poi il film arriva in sala, e i dubbi si dissolvono: Blade Runner è meraviglioso, e poco importa se chi l'ha girato, Harrison Ford in primis, lo ricorda come un incubo. Non dategli retta: oggi, dopo trent'anni, tutti sono fieri di poter dire “Io c'ero”.  Hanno capitoo che sulla grandezza di un film del genere non possono esserci dubbi. Io, però, uno ce l'avrei: per andare a Tannhäuser, che strada si fa?

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