Cinema

E se Black Panther vincesse l'Oscar?

Per la prima volta un fumetto da supereroi potrebbe vincere la statuetta come "Miglior film"; tra "black power" e donne protagoniste assolute

Black Panther

Marco Giovannini

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Il film Black Panther è stato definito «un Black power party cinematografico»: ci sono, infatti, solo due attori bianchi. Questo perché, come ha commentato un critico impertinente: «servono sempre due maschere, lo stupido e il cattivo». Ma c’è soprattutto la più grande concentrazione mai vista di potenti personaggi femminili in un film che non sia un proverbiale «chick flick», cioè «per pollastrelle», slang americano usato in tono dispregiativo, affibiato a quelle pellicole sdolcinate rivolte solo al pubblico femminile.

Questo, e molto altro, è Black Panther, il diciottesimo titolo della premiata ditta Marvel, che è già nella storia col suo inaspettato e prodigioso incasso: 700 milioni di dollari in America, 1,3 miliardi considerando tutto il mondo (9 milioni di euro in Italia). E fra due settimane, il 24 febbraio, potrebbe addirittura fare incetta di Oscar. E quindi tornare prepotentemente nelle sale.

Fra le sette candidature c’è addirittura quella per la categoria più importante, «miglior film dell’anno». Compare nella lista accanto a titoli «seri» come La favorita, Roma, Greenbook, Vice-L’uomo nell’ombra, BlacKkKlansman. In più, sei altre importanti candidature. Un fatto mai accaduto prima nella storia della prestigiosa statutetta: potrebbe essere la prima volta, quindi, che un film di supereroi dei fumetti, un genere che fino qualche anno fa nemmeno esisteva, potrebbe sbancare Hollywood. Nell’attesa, Black Panther sta frantumando una quantità di record tra cui quello di «titolo più twittato di tutti i tempi». Ha superato lo storico Star wars- Il risveglio della forza, primo sequel della saga dopo 32 anni.

Gli hashtag riferiti all’esotico e immaginario regno africano di Wakanda, dove è ambientata la storia, sono diventati simbolo di aggregazione, partecipazione e condivisione: #WhatWakandaMeansToMe, #WakandaForever, #WakandaCameToSlay, e anche il provocatorio #MakesWakandaGreatAgain, dove ogni riferimento allo slogan nazionalista di Trump sull’America, non è certo casuale... Ricordate l’ipnotico ritornello «Nel continente nero, alle falde Kilimangiaro?». A differenza dei Watussi, celebrati da Edoardo Vianello come inventori del ballo hully gully, i Wakandesi hanno inventato di più e di meglio, ma a insaputa del mondo esterno.

Il piccolo regno, che confina con Azania, Canaan e Narobia (non perdete tempo a cercarli sulla mappa perché fanno parte di un mondo non a caso chiamato Marvel, cioè meraviglia, nato dalla fantasia e non dalla geografia), ha sviluppato in segreto una società avveniristica grazie al Vibranio, elemento extraterrestre estratto da una montagna sacra creata dalla caduta di un meteorite, che fornisce un metallo indistruttibile, per capirsi è la materia con cui è fatto lo scudo di Captain America.

Per autoproteggersi, Wakanda ha da sempre chiuso i suoi confini preferendo passare per uno di quei Paesi poveri e sottosviluppati che Trump ha di recente definit «shit hole» (cessi). E in questo modo, nei secoli dei secoli, è riuscita a non farsi mai colonizzare.

Decisamente non il consueto ambiente, né il tema, di un classico film di supereroi. Come non è consueto, né classico, Ryan Coogler, che a 31 anni, ha polverizzato il record di regista più giovane di un film Marvel, battendo Jon Watts che aveva 36 anni quando diresse Spiderman Homecoming.

Ma è probabilmente anche il regista più impegnato della scuderia Marvel come ha dimostrato col suo film d’esordio, Prossima fermata - Fruitvale station, in cui ricostruiva l’ultimo giorno di vita di un ventiduenne nero e disarmato, ucciso dalla polizia di Oakland, la città in cui è nato. Coogler ha anche sempre amato la cultura pop (il suo secondo film è stato Creed, sequel nero dell’epopea pugilistica di Rocky) ed è cresciuto leggendo i fumetti di Black panther, creati da Stan Lee e dal disegnatore Jack Kirby e apparso per la prima volta in Fantastic Four 52 nel luglio 1966. Tre mesi dopo, a ottobre, fu fondato il partito delle Pantere nere, definito movimento rivoluzionario di autodifesa della comunità afroamericana. Proprio a Oakland.

«Ho cercato di infondere nel film la stessa emozione provata da ragazzo quando, per la prima volta, ho visto un supereroe in cui immesimarmi, perché aveva lo stesso colore di pelle», spiega Coogler a Panorama. Ma il suo colpo geniale è stato curare l’altra metà del cast: non solo ha usato donne per compiti solitamente maschili (Rachel Morrison alla macchina da presa, Debbie Bergman al montaggio, Hanna Beckler, production designer), ma è stato attento a non relegare personaggi femminili a semplici ruoli di contorno o, peggio, solo di riposo del guerriero.

Ce ne sono almeno quattro, assolutamente fondamentali per il giovane re T’Challa (identità segreta di Black Panther), e per lo sviluppo della storia: la regina madre Ramonda, superconsigliera del re, interpretata da Angela Basset; l’ex fidanzata Nakia, maestra di controspionaggio (Lupita Nyong’o’, premio oscar per 12 anni schiavo); la sorella Shuri, genio tecnologico più di Tony Stark/Iron man e creatrice di tutti i gadget di cui si serve Black Panther, un po’ come Q nei film di James Bond (Letitia Wright); Okoye, leader delle Dora Milaje, il corpo delle formidabili amazzoni guerriere del re con la testa completamnente rasata (Danai Gurira, la popolarissima Michonne del serial tv Walking dead).

Proprio la differenza di taglie, stili, look, ha permesso l’immedesimazione a ogni spettatrice, dalle studentesse, alle casalinghe, alle vip. Fra le fan di Wakanda, anche la superinfluencer Oprah Winfrey, le attrici Charlize Theron e Melissa McCartney, l’ex first lady Michelle Obama, che ha ricordato una frase del marito, secondo cui la civiltà di un paese si giudica da come tratta le donne.

E a Wakanda è stata raggunta l’utopica parità dei sessi, ognuna può essere ciò che vuole: scienziata, stratega o guerriera, in un mirabile connubio di cervello e corpo. Potrebbe esserci presto l’ancora più rara parità cinematografica, perché Ryan Coogler, mentre sta già preparando il sequel Black Panther 2, pensa anche a uno spin-off tutto al femminile, sul modello di una nuova serie di albi Marvel sulle Dora Milaje pubblicati in edicola.
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