Cinema

Bertolucci, Michael Douglas e le contraddizioni del #MeToo

Alcune scene di sesso di "Ultimo tango a Parigi" forse non potrebbero essere fatte oggi. Ecco l'effetto boomerang del movimento femminista

Ultimo tango a Parigi

Simona Santoni

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Ultimo tango a Parigi è uno dei film più trasgressivi, amati e discussi di Bernardo Bertolucci, il regista di Parma e del mondo morto il 26 novembre. Storia di amplessi e seduzione tra sconosciuti, ma anche di libertà sessuale, la sua data di uscita è il 1972 e fu un successo: a tuttoggi è il film italiano più visto di tutti i tempi in Italia. È anche l'unico film italiano condannato al rogo, nel 1976 (furono salvate alcune copie conservate presso la Cineteca Nazionale). La riabilitazione dalla censura giunse nel 1987.

Eppure, probabilmente oggi, 2018, nell'epoca del #MeToo, Ultimo tango a Parigi non potrebbe essere girato, così com’è. La prevaricazione fisica di Marlon Brando, quarantottenne e bolso, su Maria Schneider, diciannovenne di beltà ingenua, la famosa scena in cui le pratica la sodomia aiutandosi col burro, alzerebbe flutti di proteste sulla scia del movimento di matrice femminista, come già in parte è stato, con Bertolucci accusato di cinema maschilista, lesivo della dignità della donna.

Non a caso l'associazione italiana Non una di meno, che riunisce diverse realtà femminili, invece di compiangere Bertolucci in questi giorni omaggia Maria Schneider. Su Twitter scrive:

"Complicità tra maschi, sopraffazione fisica e psicologica, abuso di potere... la storia della scena di Ultimo tango a Parigi è quella di uno stupro. Oggi ricordiamo #MariaSchneider che rimase per sempre segnata da quella violenza. #BernardoBertolucci".

Maria Schneider, infatti, trent'anni dopo l'uscita di Ultimo tango a Parigi in un'intervista accusò pesantemente sia Brando che Bertolucci: dichiarò di essersi sentita umiliata e abusata in quella sequenza, soprattutto per il particolare del burro di cui non era a conoscenza. Sulla sceneggiatura c'era tutto il resto, ma non la presenza del burro da usare come lubrificatore, che le sembrò svilente e la ferì indelebilmente (il sesso sul set fu ovviamente fittizio; ma a mortificarla fu quel particolare aggiunto al momento del ciak, che Bertolucci le omise perché voleva che avesse una reazione stupita e spontanea sul set).

Bertolucci successivamente si scusò con Maria Schneider, anche se ammise che lo avrebbe rifatto: l'amore per l'arte sopra tutto?

Le accuse contro Michael Douglas

Nella scia di contraddizioni che si porta dietro il #MeToo c'è finita anche Catherine Zeta Jones. Suo marito Michael Douglas è stato accusato di molestie da una sua ex assistente, molestie risalenti a circa trent'anni fa, quando l'attore era all'apice del suo sex appeal e della popolarità: nel 1989, secondo l'assistente, si sarebbe masturbato davanti alla donna. Poi le accuse sono svaporate, ma la famiglia Douglas-Jones ha vissuto mesi critici. 

Al Times l'attrice gallese ora ha riportato tutta l'angoscia vissuta: "Io e i miei figli siamo stati devastati da quelle accuse. Ed ero spaccata in due su dove fosse la mia morale assoluta", ha raccontato. "Questa donna è emersa dal nulla e ha accusato mio marito. Ho avuto una conversazione molto aperta con lui, con i ragazzi nella stessa stanza, e gli ho chiesto se si rendeva conto se qualcos'altro poteva venire fuori…"

Ed ecco l'affondo al #MeToo: "(Michael) ci ha detto che non c'era nessuna storia e che il tempo avrebbe chiarito tutto. Così è stato. Nulla ha confermato le accuse. E per ogni accusa che non ha conferma, il movimento torna indietro di 20 anni".

Il boomerang del #MeToo

Sorto in seguito al vaso di Pandora aperto dalle denunce di molestie contro il potente produttore cinematografico Harvey Weinstein, il movimento #MeToo (traduzione: Anche io) prende il nome dall’hashtag usato per la prima volta dall’attivista Tarana Burke. 

Premiato dal Time come "Persona dell'anno 2017", il movimento unisce le "silence breakers", le donne che hanno rotto il silenzio e denunciato le molestie subite negli anni sul posto di lavoro.

Nel tempo però ha assunto sfumature contraddittorie. Si sono susseguite innumerevoli denunce, testimonianze difficili da fare, riportate a giornali e tv, ma spesso alcun accertamento in tribunale. Probabilmente è anche difficile dimostrare l'accadimento di fatti avvenuti per lo più molti anni prima.

Intanto nel febbraio scorso Jill Messick, ex produttrice della Miramax che aveva lavorato nella società di Weinstein, si è suicidata: secondo i famigliari a spingerla al gesto estremo sono state le accuse di Rose McGowan (l'ex amica di Asia Argento paladina del #MeToo) di non essere stata solidale con le donne molestate e la conseguente gogna della stampa. Anche l'attore svedese Benny Fredriksson, ex capo del centro artistico Kulturhuset Stadsteatern di Stoccolma, a marzo si è suicidato dopo le accuse - alcune anonime - di molestie verso molte attrici; nessuna indagine ha provato la sua colpevolezza.

La stessa Asia Argento, insieme alla McGowan voce forte del movimento, ha vissuto sulla sua pelle il boomerang del #MeToo: da presunta molestata è diventata presunta molestatrice. E ora si è sfilata dal gruppo femminista. 

Il rispetto delle donne, come degli uomini, della dignità umana in genere, va prima di tutto. E proprio in tal senso va anche il garantismo, che non dovrebbe essere calpestato. Lo si deve anche e proprio alla causa stessa delle donne veramente molestate, oltraggiate e schiacciate da un sistema di potere spesso in pantaloni. 

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