Cinema

Bertolazzi, il make up artist da Oscar che adora inquietare

Il truccatore che l'anno scorso si è aggiudicato l'unica statuetta italiana spera in una seconda nomination per gli orchi e gli elfi di Bright

Alessandro Bertolazzi al lavoro

Antonella Piperno

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Schivo come pochi, quando un anno fa ha vinto l’Oscar per il miglior make up (di Suicide Squad) l’unica statuetta finita in mani italiane, Alessandro Bertolazzi ha deciso di violentare la sua personalità, sottoponendosi a selfie, foto, eventi e via socializzando. "Per me l’Oscar significa condivisione. Più che vincere qualcosa, si diventa per un anno il testimonial di una categoria che rappresenta il cinema, con il dovere di far felici le persone che lo amano" spiega.

A forza di andare in giro è diventato pure presidente del Festival Capri-Hollywood, con relativi convegni e premiazioni  sull’isola dove Panorama l’ha intervistato alla vigilia di un possibile secondo giro di giostra. Perché al timido make up artist potrebbe toccare un altro tour de force annuale di cinesocializzazione: il suo make up per gli elfi e gli orchi di Bright, il film per Netflix di David Ayer, lo stesso regista di Suicide Squade, il 23 gennaio, giorno di nomination, potrebbe entrare nella rosa dei tre candidati (ora sono in sette, selezionati tra 300) da cui il 4 marzo verrà scelto il vincitore l’Oscar. 

Il timido ci sta prendendo gusto?
Inizialmente, quando dall’Academy mi hanno chiesto di inviare il materiale di Bright ho risposto: "veramente non mi sembra necessario. Vincere l’Oscar una volta per me era sufficiente. Poi ho temuto di apparire spocchioso, e arrivato a questo punto confesso una gran voglia di entrare in nomination. L’anno scorso qualcuno può aver pensato che un italiano po’ pazzo aveva vinto un Oscar per caso, un secondo sarebbe la conferma del talento...".

Come ha creato le creature fantastiche di Bright?
Evitando le maschere. Mi piace tendere al surreale, fino al limite che crea la magia, superarlo condurrebbe al grottesco, che non sopporto. Il lavoro preparatorio è durato due mesi: serviti a capire che gli elfi dovevano avere le vene trasparenti, che i capelli non dovevano essere bianchi tipo Il signore degli anelli, ma acciaio e non grigi effetto nonna: per ottenere il punto di colore giusto sono serviti migliaia di test. I denti poi dovevano avere una componente animalesca, che trasmettesse inquietudine e non terrore. Il disturbo comunica più della paura.

Dove crea?
Su ogni set chiedo uno studio con un tavolo quadrato al centro e pannelli intorno. Lì io e il mio team, capitanato dal mio braccio destro Marta Roggero,che ci mette tutti in riga,  pensiamo e attacchiamo sui pannelli disegni e spunti vari su cui ci confrontiamo col regista. Poi usciamo a fare la spesa: piume, vernici, cenere, lana...

Le sue fonti di ispirazione?
Sul fronte dell’arte  mi guidano Francis Bacon, Caravaggio e Egon Schiele: mi sono ispirato alla  prostituta  di in un suo quadro per truccare Monica Bellucci nella scena di Malena in cui viene pubblicamente picchiata. Ma pesco anche molto dall’umanità: i mostri sono tra noi. Per Bright ho trascinato Giorgio (Gregorini, l’hair stylist con cui ha condiviso l’Oscar ndr) nei quartieri malfamati di Los Angeles, volevo immergermi in quell’atmosfera degradata. Quando un gruppo di homeless è venuto incontro alla nostra auto Giorgio era terrorizzato, ma volevano solo dirci che eravamo contromano: i mostri talvolta sono buoni e viceversa. 

È nato vicino Vercelli, ha cambiato tre scuole, ha lavorato in teatro e ora vive tra Firenze e Londra. Quando ha capito di avercela fatta?
Non avevo una gran voglia di studiare e i miei mi avevano iscritto a ragioneria sperando che finissi in banca. Passando dalle scenografie teatrali ho scoperto lentamente il mio talento e probabilmente ho fatto il grande salto con Malena, nel 2000. La Bellucci, donna straordinaria, è stata il mio ponte verso le produzioni internazionali.

Ha appena finito di lavorare nel film Disney Cristopher Robin, sul protagonista di Winnie the Pooh.  Dai mostri ai pupazzetti...
In tanti mi hanno chiesto cosa andassi a fare in un film con gli orsacchiotti digitali, una sorta di Mary Poppins. Ma il regista è  Marc Forster quello di World war Z, film sugli zombie, sentivo che da lui doveva uscire qualcosa di speciale. E infatti il film è una vera chicca con caratterizzazioni garbate: nel film i colleghi di lavoro di Christopher-Ewan Mc Gregor ricordano i personaggi della foresta. Li abbiamo lievemente fatti somigliare a asini, tigri. Non mi interessano  trucchi estetici e maschere, ma ciò che fa emergere il personaggio.

Ma dopo il discorso del 2017, inserito tra i migliori dieci degli Oscar, non è che ha già cominciato a pensare al  secondo?
Il mio "Sono un immigrato, vengo dall’Italia, lavoro in giro per il mondo e questo premio è per tutti gli immigrati" mi è venuto d’istinto. Non preparo nulla e non è solo scaramanzia. Di certo se ci fosse un secondo Oscar  ringrazierei ancora mia moglie Giovanna, senza di lei non mi divertirei così tanto. È anche la mia critica più schietta: ho il terrore di farle vedere le mie cose.  

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