Cinema

Benedetta Barzini, la top model che odia essere fotografata

Nel film "La scomparsa di mia madre" del figlio Beniamino Barrese il suo ritratto di passioni e contraddizioni. La voglia di lasciare tutto, l'ardore contro il capitalismo, l'amore

Benedetta Barzini

Simona Santoni

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"Il lavoro che stiamo facendo è un lavoro di separazione", dice Benedetta Barzini nel documentario La scomparsa di mia madre, che suo figlio Beniamino Barrese le dedica (dal 10 ottobre al cinema distribuito da Reading Bloom e Rodaggio). Benedetta vuole andarsene, prima o poi, lasciare tutto e tutti e sparire. Ma quando in sala, al Mic di Milano, guarda il suo Ben destreggiarsi col microfono in mano, le brillano gli occhi, neri di carbone e brace

Benedetta vorrebbe scomparire, non un suicidio, no, un "morire da vivi". Aborre l'apparire e la fotografia, che ferma un istante ma non restituisce la persona. Eppure, da super modella degli anni Sessanta, ispiratrice di Andy Warhol, Salvador Dalì, Irving Penn e Richard Avedon, ha passato una vita a farsi fotografare e ritrarre. E anche ora, seppur infilando amen e maledizioni, accetta di farsi riprendere da suo figlio, uno dei due avuti dall'artista Antonio Barrese (prima ha avuto altri due figli dal regista Roberto Faenza). 

 

Benedetta Barzini è un energico vibrare di contraddizioni e passioni, che Beniamino, telecamera in mano, osserva, adora, fa sobbollire. Ora che ha 76 anni e ha scelto di prendere su di sé senza remore i segni del tempo, rughe e capelli bianchi, Benedetta sprizza ancora una bellezza radiosa e combattiva. "È tutta la vita che fotografo e filmo mia madre, senza sapere perché", dice lui nel film, teneramente. 

La scomparsa di mia madre, unico film italiano presentato all'ultimo Sundance Film Festival, diventa così una dolcissima lettera d'amore madre-figlio, un balletto di avvicinamenti e fughe, in cui le mani di chi scrive si intrecciano, ora lui, l'innamorato, che riprende e fa domande anche un po' sciocche, ora lei, che si arrabbia, dice parolacce, balla, ride, fa la pipì, irriverente. E ama. 

"Ho vissuto una vita addomesticata. Vorrei regalarmi il contrario di quello che ho vissuto fino ad adesso". Benedetta Barzini

E intanto tutt'attorno, affascinante e puro, c'è tutto il mondo di convinzioni e umori di Benedetta. "A volte mi piacerebbe non essere vista", dice. "A me il lusso fa paura". "La fotografia pietrifica, non mi piacciono le cose cementate". "L'obiettivo è un nemico". "La depressione è un'invenzione piccolo borghese". C'è la femminista, la giornalista, la docente di antropologia. C'è l'idealista fermamente anticapitalista

Benedetta non si riconosce nel mondo "dell'uomo bianco" che rincorre successo e soldi, neanche nei giovani a cui insegna e che ugualmente rincorrono soldi e successo. Ma guardando al suo Ben, davanti al pubblico in sala, sa che lui non è come loro: "Non so se ora farà un altro film sull'onda della popolarità. Ben è uno che pensa ed è lento".

La scomparsa di mia madre ha un po' il tocco ingenuo dell'opera prima, che ha però l'effetto di esaltarne purezza e sincerità. Sembra senza filtri il ritratto di Benedetta Barzini che si staglia. Lei ha infatti detto: "Ho cercato di non essere finta mai, di non edulcorare la vecchiaia". Eccola nel disordine affollato di una casa normale, nei suoi maglioni domestici, tra bollette e premi da cittadina milanese benemerita. Ora assorta, ora nervosa, ora sorridente. E quando Beniamino le chiede da quand'è che non fa la doccia lei risponde, con naturalezza, "due settimane". 

Il montaggio di Valentina Cicogna riunisce e dà ritmo, chiudendo compiutamente il cerchio sul finale, con la mano di Benedetta Barzini che si muove verso l'obiettivo del suo Ben a cercare il nero dell'offline. 

Chissà se Benedetta scomparirà davvero, lontana da lavori spesso accettati - come ha ammesso - per crescere figli e far quadrare i conti, lontana da una società avida ed egotica in cui non si riconosce. "Ho vissuto una vita addomesticata", riflette. "Vorrei regalarmi il contrario di quello che ho vissuto fino ad adesso". 

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