Claudio Trionfera

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Il problema dei sequel sono i confronti con i film che li hanno preceduti. Specie quando  sono dei numeri due e l’unico riferimento resta il prototipo. Figurarsi quando il numero uno ha ottenuto un successo tanto importante quanto poco pronosticato.

Come, appunto, Belle & Sébastien, diventato anche da noi, due anni fa, un piccolo caso cinematografico dopo l’exploit francese, grazie a una suggestiva e intelligente rivisitazione di Nicolas Vanier, scrittore, regista, uomo e documentarista d’avventura capace di estrarre dalla vicenda il meglio del suo spirito umano, epico e figurativo. Non se l’aspettavano in molti, per la verità, pensando che lo sceneggiato tv francese anni Sessanta e i cartoon giapponesi degli Ottanta avessero già detto tutto sulle celebri novelle di Cécile Aubry. Esaurendole, per così dire. Evidentemente si sbagliava chi sottovalutava un richiamo del genere. Tanto forte, poi, da generare il sequel di oggi con un sottotitolo esplicito come l’avventura continua.

Si continua anche a livello temporale. Perché se il film precedente era ambientato nella seconda guerra mondiale (1943), questo si colloca nel dopoguerra immediato e affollato di cascami militari. Su uno di questi, un bimotore dell’esercito  americano, viaggia per tornare a casa Angélina, la figlia dell’anziano pastore César che compone col padre la famigliola adottiva dell’orfanello Sébastien. L’attesa di César, Sébastien e naturalmente del grande cane bianco Belle, sui prati montani,  è però vana. L’aeroplano, difatti, si è appena schiantato nei boschi transalpini, tra l’altro provocando un incendio sterminato e distruttivo.

“Nessun superstite” sentenziano le comunicazioni sull’accaduto. Ne è convinta l’intera comunità salvo, è inevitabile, quel trio che dopo aver atteso inutilmente la ragazza non si è ancora arreso all’evidenza. César conosce un uomo che può aiutarli nella ricerca: il burbero Pierre, che possiede un piccolo aereo e può volare sul luogo dell’incidente. E che, soprattutto, è il vero papà di Sébastien. César lo sa, ma lo definisce “verme” perché lo ritiene responsabile – scopriremo a torto - della morte della donna che aveva messo incinta, abbandonandola sulla montagna prima del parto.

Così, tra l’ansia della ricerca, l’incendio che continua a divampare generando mille pericoli e la progressiva reciproca consapevolezza di ruolo che coinvolge Pierre e Sébastien, la storia si sviluppa su molti fronti, incluso quello delle nuove, eroiche imprese di Belle, cagnone buono, provvido e irresistibile, feroce quando serve a respingere minacce umane e animali. Con un finale che, li si può intuire, non può che essere lieto, addirittura giubilante e definitivamente rivelatore delle identità – e degli affetti – di ciascuno.

Tutto questo potrebbe aprire la strada ad un ulteriore capitolo della serie. Ma sarebbe forse un pericolo per la sua stessa integrità e piacevolezza oltre che per i suoi valori etici. Che qua ancora si conservano ma che già, rispetto al primo film, sono piuttosto affievoliti. Resta però vivido il profilo avventuroso del film, anche se non è più Vanier a dirigere ma Christian Duguay, regista canadese di estrazione prevalentemente televisiva ma di ottime capacità con la macchina da presa.

I paesaggi restano affascinanti, arricchiti e vitalizzati da riprese aeree realizzate con abilità, mestiere e buona resa spettacolare. Belle farà ancora una volta la gioia dei giovani spettatori, ora divertendo ora coinvolgendo con espressività quasi umana e coraggiose scorribande nel fuoco, o contrastando un orso in una lotta impari che potrebbe lasciar presagire il peggio.

Il vero motivo conduttore di questa favola rupestre resta però il rapporto tra Sébastien e suo padre. Una lenta scoperta: prima dell’identità, poi dell’appartenenza, quindi degli affetti. Dove i contrasti mutano in amore, le diffidenze in fiducia. È il côté sentimentale della vicenda, che lentamente prende il sopravvento e oscura in parte le altre circostanze,  lasciando affiorare i suoi aspetti più toccanti e profondi.

Anche tra gli attori, perciò, si manifesta con evidenza Thierry Neuvic nei panni di Pierre, prima ruvido e infido, poi amorevole e benigno senza tralasciare i mezzi toni tra una fase e l’altra. Félix Bossuet resta logicamente Sébastien, cresciuto di due anni, dunque in fedele progressione con la cronologia del racconto che si svolge nel 1945: è rimasto per fortuna bravissimo e con lui il magnifico pastore Belle. Più in retroguardia, ma incisivo, Tchéky Karyo che recita César e Margaux Chatelier nella parte della scomparsa Angélina.

Appendice letteraria: sono già in libreria, per i tipi di Mondadori, due volumi sul film, l’uno è la storia con le immagini, l’altro il romanzo, entrambi in edizione molto accurata.

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