Claudio Trionfera

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Il cinema degli obitori. Naturalmente horror. Mica una novità, d’altra parte il luogo ispira. L’ha già fatto con un certo numero di film, non tutti memorabili ma d’immancabile attrazione per i fan del trapasso che sullo schermo spesso e, come si dice, volentieri, non è definitivo. Tanto per ricordarne qualcuno, varrà la pena di citare Nightwatch – Il guardiano di notte di Ole Bornedal (1997), Due volte nella vita di Emanuela Giordano (1998), Il custode dello specialista Tobe Hooper (2005), Il messaggero – The Haunting in Connecticut di Peter Cornwell e il bel After.Life di Agnieszka Wóitowicz (entrambi del 2009), senza bisogno di riesumare roba stantia tipo il pur acconcio Mostro dell’obitorio di Javier Aguirre (1973). Insomma. Marmoreo o metallico, il tavolo settorio è quasi sempre protagonista al pari delle celle frigorifero e di tutto quel che ne discende, sia che il teatro abbia le forme di luogo dedicato, attrezzato e lindo, sia che la scena risuoni d’echi lugubri e sferragliare di catene torturanti, strepiti e gemiti negli sprofondi di sordide caverne.

Una carneficina misteriosa

Si vorrebbe così introdurre Autopsy (uscita in sala 8 marzo) di André Øvredal, norvegese di formazione americana, sperando di aggiungere un capitolo nuovo a questo esclusivo contesto ambientale. Partendo dall’antefatto, vale a dire da una carneficina di misteriose dinamiche che avviene in una villetta: sangue e cadaveri sparsi un po’ ovunque, dinamica inspiegabile; come senza spiegazione resta la presenza del corpo senza vita e senza ferite di una giovane donna ritrovata in cantina priva di vesti e seppellita a metà dentro una fossa scavata in evidente fretta.

Padre e figlio, professione coroner

Sicché a risolvere l’enigma di quella ragazza senza nome devono pensare il consumato medico legale Tommy Tilden (lo scozzese di successo Brian Cox) e suo figlio Austin (il californiano Emile Hirsch, celebrato protagonista di Into the Wild di Sean Penn, 2007, che ricordiamo anche in Venuto al mondo di Sergio Castellitto, 2012), i quali governano insieme un obitorio a carattere, diciamo così, familiare nei sotterranei della loro casa in Virginia. È là che lo sceriffo Sheldon (Michael McElhatton), richiedendone l’autopsia, deposita la salma dal volto angelico e inquietante - l’attrice è Olwen Catherine Kelly, irlandese - cui i due anatomopatologi, seguendo la prassi giuridica americana che assegna questo nome ad una sconosciuta, chiamano Jane Doe (nel caso di un uomo sarebbe John).

E incomincia il “lavoro”. Sul tavolo settorio, con tutti gli strumenti del caso. Spalancando le porte ad una progressione di eventi singolari e prodigi d’ogni risma. Fin dai primi tagli, naturalmente, che rivelano strazi e torture sulle polpe interne, incredibili prim’ancora che orribili a vedersi, anche perché consumate all’interno di un corpo rimasto intatto, cioè perfettamente integro e senza un graffio. Dunque mistero. Nel frattempo, cercando di capire quale sia stato il colore degli occhi di “Jane”, il giovane Austin le spalanca le palpebre, peggiorando ulteriormente lo spettacolo perché quel colore, semplicemente, è sparito generando uno sguardo decolorato, tipico, sentenzia l’esperto Tom, di chi è deceduto da parecchio tempo, pure se l’aspetto di quella ragazza pare tutt’altro che appassito, pallore e temperatura gelida a parte.

Quando incombe la vendetta

Difatti. Quello sguardo, vitreo ma qualche modo ostile, lascia presagire il peggio. Che accade di lì a poco, col procedere inesorabile di bisturi, tenaglie e seghe elettriche nel tentativo di smontare pezzo per pezzo quel corpo che, ad ogni passo, riserva spiacevoli improvvisate: dando la sensazione, con tendenza a divenire certezza, di “opporsi” in qualche maniera alla propria destrutturazione e a manifestarsi in una non celata identità di strega. Di quelle vere e già torturate senza successo in passato. E magari pronta a vendicarsi dello scempio operato dai due Tilden scatenandogli contro una bufera di cadaveri che, nelle celle frigorifero, riprendono vita spalancando i portelli dei loculi e incominciando una furiosa sarabanda di zombi: a preparare il finale allarmante e sanguinoso.

Ma l'attesa dura poco

Un horror gelido e chirurgico, in parte affacciato sull’ignoto e carico di maledizioni arcane. Con una non trascurabile idea di partenza e un bel titolo che non lascia dubbi, sebbene ne giri un altro, non un gran che, del 2008 (di Adam Gierasch) e una band death metal di buona fama porti lo stesso nome. Testimonial eccellenti: Stephen King e Guillermo Del Toro. Insomma, una batteria non trascurabile di requisiti promettenti, capaci di erogare emozioni e tremiti. E qualcosa, per la verità, tutti questi elementi riescono a smuovere. Specie nei paraggi di una “attesa” che, occupando la prima porzione del racconto, ne resta l’elemento più apprezzabile. L’attesa, appunto. Che qualcosa accada. Legata a quella signorina dallo sguardo grigio eppure vivo, a quel tempo sospeso che pare avvolgere l’obitorio e i suoi ignari abitatori, vivi e morti; alle prime anomalie dei reperti anatomici. È qua che la materia nera può prendere il sopravvento e spandere il suo formicolante torpore psicotico. Arrivando, dritta dritta, al brivido.

Quegli aventi “annunciati”

Invece irrompe l’azione. Non che la cosa sia, beninteso, riprovevole in sé. Piuttosto la transizione dalla stasi alla dinamica corrisponde ad un cambio di registro dove lo straordinario lascia il posto all’ordinario. E, dato che per convinzione e tradizione non ci piace commentare i film per come vorremmo che fossero ma per come effettivamente sono, va detto che, oggettivamente, la storia disperde in questo passaggio una parte delle sue attrazioni, del suo magnetismo e di certe sue terrorizzanti lusinghe: lasciando spazio a qualcosa di già visto e proponendo una serie di eventi sistematicamente e largamente annunciati, nel più classico dei rapporti causa-effetto.

Intendiamoci, per chi ama il genere c’è sufficiente sostanza orrorifica da vedere e da apprezzare, specie nei frammenti stragistici e nei soprassalti rivelatorii delle fasi autoptiche più esasperate, nonché in qualche inequivocabile segno demònico sparso qui e là, come la mosca che, una volta uscita in un bagno di sangue fresco da una delle nari della defunta, prende a ronzare e a rivendicare ogni tanto la sua presenza uggiosa, sudicia e scura. Sono però pregi sparsi e dispersi, limitati nello spazio narrativo cui non giovano le parti più gridate, intensamente fenomèniche o addirittura brulicanti di cadaveri resuscitati e grugnenti. Con scene, per fortuna, mai degenerate nel gore che qua sarebbe del tutto molesto. Belle parole, invece, da spendere senza troppe riserve per l’attrice che recita, da ferma, la parte di Jane. Non parla e non si muove, è stesa, nuda, su una lastra d’acciaio per buona parte del film ma la sua (in)espressione di non-viva e di non-morta si ricorda, come in una ballata macabra, con la più sinistra delle suggestioni.

Voto: 2/5
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