Jean-Louis Trintignant: 'Torno al cinema grazie a Michael Haneke'

L'attore ottantaduenne de Il Sorpasso commenta il suo ritorno in sala con Amour: "È un film colmo di speranza, mi ha fatto rimandare il mio addio al cinema"

Jean-Louis Trintignant (Credits: Ufficio Stampa)

Claudia Catalli

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La dimostrazione più efficace di come si possa fare cinema di altissima qualità, carico di emozioni e spunti di riflessione, raccontando una semplice storia d’amore sul filo tra la vita e la morte tutta girata in casa, con soli due attori (Isabelle Huppert a parte) non più giovani, in barba a ogni strategia di marketing o legge del glamour. Questo è Amour di Michael Haneke, film potente e commovente senza mai mostrare una lacrima, Palma d’Oro a Cannes e caso cinematografico dell'anno - continua a fare incetta di riconoscimenti internazionali e in giro per l’Europa ha già registrato decine di migliaia di spettatori solo alla prima settimana di programmazione -.

Dal 25 ottobre è nelle sale italiane e, in occasione dell’uscita, è venuto a farci visita Jean-Luis Trintignant, memorabile protagonista della pellicola insieme a Emmanuelle Riva. Una leggenda vivente: 82 anni e una lucidità impressionante, negli occhi conserva la stessa grinta dell’uomo che rideva, capelli al vento, accanto a Vittorio Gassman ne Il sorpasso, e che sedusse Brigitte Bardot al suo primo film.

Dopo anni di assenza torna sullo schermo: cosa l’ha convinta?
Michael Haneke, l’unico regista con cui farei mai un altro film. Ritengo Amour la sua prova migliore: a volte cede a scene di provocazione e violenza gratuite, mentre in questo film tutto è al servizio della storia. E mi ha colpito che ci abbia ordinato di non cedere mai a sentimentalismi.

Trattandosi di una pellicola che racconta il dramma di vedersi sfiorire accanto la donna amata da una vita, probabilmente voleva evitare trappole ricattatorie.
Proprio così, e mi sono innamorato di questa scelta: ci ha chiesto di non far trasparire per nulla al mondo l’emotività. Emmanuelle scoppiava a piangere? Lui subito diceva: "No, tagliamo, non voglio vedere lacrime".  Voleva suscitare commozione senza mostrare, l’evocazione funziona di più. Ecco perché ritengo che la storia e l’argomento affrontati siano dolorosi, il film no: uscendo dalla sala predomina una sensazione di felicità.

Com’è lavorare con Haneke? È severo come dicono?
Mai incontrato un regista migliore. Certo ha un grande rigore, ma forse è il migliore proprio perché è il più esigente. Parecchio esigente, lo ammetto. Persino con il piccione lo è stato: abbiamo impiegato tre giorni per girare la scena in cui dovevo acciuffarlo. Avevo un braccio rotto, anche se nel film non si vede perché potevo sfilare e rinfilare il mio gesso di resina. Però posso dire una cosa? Lo ammiro troppo, non avrei fatto lo stesso per nessun altro regista.

È vero che inizialmente non voleva proprio farlo questo film?
Sì, non volevo che il pubblico vedesse cose tristi. Oggi invece sono contento: ho rinviato il mio addio al cinema e visto Amour quattro volte, lo trovo carico di speranza. Sono contento che in Germania e Austria sia diventato quasi un fenomeno sociale, speriamo che tramite il passaparola succeda lo stesso anche in Italia.

Ha lavorato con Bertolucci e con Risi: che ricordo conserva del cinema italiano?
Ho vissuto l’età d’oro del vostro cinema. Mi fa più piacere ricordare Risi rispetto a Bertolucci, anche se Il Conformista è stato un grandissimo film, perché riuscire a dire cose importanti attraverso la commedia è un grande merito. Mi spiace solo che Il Sorpasso in Italia fu considerato un film commerciale, mentre in Francia era ritenuto intelligente, di gran lunga.

Ha appena pubblicato l'autobiografia Alla fine ho deciso di vivere (edito da Mondadori): è tempo di bilanci?
No, posso solo dire che ho avuto fortuna nella vita. Ad oggi ho interpretato centotrenta film, di cui cento potremmo dimenticarli, ma forse trenta vale la pena ricordarli. E sono felice così: continuo a fare cose che mi piacciono. Sul libro: è tutta colpa o merito di André Asséo, non sapevo che volesse scrivere qualcosa su di me. È un caro amico, mi veniva a visitare e mi poneva domande a cui rispondevo. Poi un giorno è arrivato con il volume in mano... Ora che ci penso, quasi quasi mi metto a scrivere anche io un libro su di lui.

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