Claudio Trionfera

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È lanciato verso la felicità Seymour Levov (Ewan McGregor), detto “lo Svedese”, biondo e scultoreo, mito liceale e sportivo nell’America illimitata dei 50’s, affiancato da Dawn Dwyer (Jennifer Connelly),  moglie di bellezza perfetta ed ex miss New Jersey, infine atteso alla condizione della famosa e milionaria fabbrica paterna di guanti nella palpitante corsa economica degli States . Il paradiso è qua.

E idillica è la cornice di quel quadro familiare e sociale dove ogni cosa pare messa al suo posto. Tranne una, piccolo neo nella compiutezza domestica e nell’armonia estetica e sentimentale dei due sposi: la balbuzie della loro figlia Merry (Dakota Fanning), destinata però a segnare decisamente – e drammaticamente – il futuro di tutti.

La sfida dell’esordiente

Questo il nucleo narrativo di American Pastoral (uscita in sala 20 ottobre). Quasi superfluo, ma necessario, ribadire che è la versione cinematografica del celebre romanzo di Philip Roth, che fruttò all’autore il premio Pulitzer edizione 1998 e che oggi, dopo vari tentativi operati dalle produzioni hollywoodiane, diventa film: nel segno di una sfida che proprio Ewan McGregor, all’esordio da regista, decide di lanciare nel doppio ruolo dietro e davanti alla macchina da presa.

Partita complicata per l’attore e neo-cineasta, alle prese con le 400 pagine del libro e con l’attesa, inevitabile, che tanto trasloco dalla pagina allo schermo porta con sé. Va subito detto, comunque, che McGregor se la cava discretamente, a patto di considerare il film come tale dimenticando, almeno in parte, il romanzo così come, del resto, è giusto fare in questi casi.

Quella rivalità devastante

Peraltro la traccia del libro viene seguita a sufficienza per conservarne la riconoscibilità, se non il respiro e la potenza. A partire proprio da quel gruppo di famiglia in un interno/esterno americano che, lo si intende fin dall’inizio, non potrà conservare le sue armonie. Latente, ma incisiva, è infatti la rivalità che la Merry “imperfetta” prova verso quella madre impeccabile e splendida, lo sfavillio della quale è forse la causa del suo balbettare. Né l’amorevole, paziente, tenero adoperarsi paterno sembra poter generare le necessarie sintonie domestiche, che comunque un po’ a fatica e con qualche tensione, vengono mantenute.

Ma col passare degli anni e il rotolare degli eventi storici le cose cambiano. Come in tutto il Paese. E in peggio naturalmente.

Perché, tra i molti guai, arriva anche quello della guerra in Vietnam e la ragazza, già ombrosa e ribelle di suo, viene letteralmente risucchiata dalla contestazione giovanile più polarizzante e violenta: con la stessa forza e, si può dire, con la stessa rabbia che l’allontanano dalla sua famiglia e dai valori che rappresenta. Fino a macchiarsi, in latitanza, delle azioni più dannose e deteriori seminando bombe, attentati e morte.

Il racconto dell’alter ego

Penoso, allora, è il peregrinare disperato e implorante dello Svedese, un tempo magnifico e invincibile che intanto ha smarrito anche la moglie, alla ricerca della figlia e della letizia perdute.

Sotto una grande ala malinconica che, fin dall’inizio della storia poi sviluppata come uno smisurato flashback, conduce lo scrittore-narratore del film Nathan Zuckerman (David Strathairn), uno degli alter ego più utilizzati da Roth nei suoi libri autobiografici, alla ricerca dei destini e delle gesta di Seymour. Uno spunto che, subito, tocca le corde della memoria e della nostalgia, conservate lungo l’intero arco del film nella fotografia dorata di Martin Ruhe, nelle musiche che portano la firma importante di Alexandre Desplat, ovviamente nello script di John Romano sul quale grava il peso dell’adattamento.

Una scelta prudente e contemplativa

Un apologo del sogno americano infranto e polverizzato. La famiglia Levov, sulla quale ristagna l’intero racconto cinematografico,  ne è simbolo e vittima. McGregor, ricco di sfumature ampie e di sentimenti acuti e penetranti come attore, non azzarda da regista  la liaison tra privato e pubblico, tra piccole storie e grande Storia sulla quale, forse, rischierebbe il ruzzolone.

Limitandosi piuttosto ad una rappresentazione molto lineare e spettacolare, moderatamente emozionale ma non asettica, più finalizzata alle urgenze e alle simpatie popolari che alla riflessione sociale e politica.  Senza approfondire troppo, senza ferire più di tanto. Non che sia un male, questo, trasferendosi in una dimensione contemplativa ma non asettica, venata di struggimenti, rimpianti ed echi, starei per dire, più  fitzgeraldiani che rothiani.

Della recitazione di Ewan McGregor nelle vesti dello Svedese si è detto. Quella di Dakota Fanning nella parte di Merry si sviluppa volutamente sopra le righe, aspra e allucinata, capace tuttavia di smarrimenti e lacerazioni che spesso la rendono tragicamente indifesa. Jennifer Connelly, moglie e madre abbacinante nell’aspetto, non nei fatti che il suo ruolo impone, si muove in sintonia col personaggio usando grande sobrietà espressiva.

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