Il lato positivo, 5 motivi per vedere il film

Con una Jennifer Lawrence da Oscar, David O. Russell tratta la malattia mentale sul filo della commedia. Senza cadere

Jennifer Lawrence e Bradley Cooper in "Il lato positivo" (Eagle Pictures)

Simona Santoni

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Chiariamolo subito: Il lato positivo - Silver Linings Playbook, dal 7 marzo al cinema, non è il film dell'anno (almeno secondo me). Quello deve ancora arrivare nelle sale (spero). La pellicola di David O. Russell, che ha conquistato Hollywood guadagnando otto nomination agli Academy Awards , con l'Oscar per la migliore attrice a Jennifer Lawrence , è però un'opera da gustare e da cui lasciarsi piacevolmente coinvolgere.

È divertente, è quanto basta profonda, tocca un argomento complicato come la malattia mentale con leggerezza ma non senza riguardo e rispetto. E ha un cast da applausi. Sì, c'è da ammetterlo, è anche un film un po' ruffiano, perché maneggia la storia a proprio piacimento, puntando più che sulla plausibilità sulla godibilità. E sul "e tutti vissero felici e contenti".

Ma nonostante la deriva romantica, e forse anche per questo, ecco 5 motivi per cui Il lato positivo è da vedere.

1) Bradley Cooper e la sua energia catalizzatrice. Finora non sono mai stata particolarmente estimatrice del biondone con faccia da commedie sentimentali. Eppure il ragazzaccio di Una notte da leoni mi ha sorpreso. È assolutamente credibile nel ruolo del protagonista Pat Solatano, da poco uscito da un istituto psichiatrico e sofferente di disturbo bipolare, ostinato nel tentativo di essere positivo nella vita al motto di "Excelsior". Con la sua fisicità imponente e il volto pronto a piegarsi a ogni emozione riesce a bucare lo schermo e a sostenere magnificamente la parte principale del film (in fondo è lui quello che ha il minutaggio maggiore). È esilarante quando si infuria per il finale tutt'altro che lieto di Addio alle armi di Hemingway: "È così difficile essere positivi e scrivere un lieto fine?!", urla gettando lontano il libro.

2) Jennifer Lawrence, la consacrazione. Ok, è facile da dire soprattutto ora che a soli 22 anni per questo film ha vinto il suo primo Oscar, ma lei, Jennifer, è talento puro. E anche se probabilmente l'Academy Award se lo meritava più lo scorso anno per Un gelido inverno , pure ne Il lato positivo dimostra che attrice di razza sia. Qui interpreta Tiffany, vedova che nel dolore del lutto ha svenduto il suo corpo. Anche lei ha qualche disturbo psichiatrico e il primo incontro con Pat è soprattutto un confrontarsi sui diversi medicinali assunti. Cupa in viso, cruda e diretta e quasi temibile, pur elargendo rarissimi sorrisi riesce a far ridere. E questa è già una mezza novità per Jennifer, finora impegnatasi soprattutto in parti drammatiche (The Burning Plain - Il confine della solitudine, Mr. Beaver , Hunger Games ). Sul palco del Dolby Theatre, dopo l'imbarazzante caduta , ha dimostrato di avere anche un bellissimo sorriso. Mi piacerebbe vederla prima o poi anche in un ruolo più solare.

3) Un ritratto intimo di famiglia, in tutti i suoi bizzarri tic. David O. Russell già con The fighter ci aveva mostrato la sua abilità nel pennellare l'intimità delle famiglie, in tutte le loro manie e nei rapporti più o meno malati. Con Il lato positivo ci dà un altra dimostrazione della sua maestria. Entriamo così in casa Solatano, un po' camminando sulle uova, scrutando e imparando ad amare i suoi screziati componenti fuori dalle righe. Se Robert De Niro, una volta di più, è superbo nell'interpretare il padre di Pat, scommettitore incallito fissato per la squadra di football locale, è una bellissima sorpresa Jacki Weaver, la mamma di Pat, così accogliente e in fondo anche lei complice delle manie del marito. Entrambi erano candidati agli Oscar come migliori attori non protagonisti.

4) Sceneggiatura scoppiettante. Curata dallo stesso David O. Russell  e tratta dal libro L'orlo argenteo delle nuvole di Matthew Quick, è stimolante e coinvolgente. Sa far sorridere ma non manca di profondità. Ci mette qua e là anche qualche frase ad effetto, ma senza esagerare. Un esempio? "Il solo modo per assecondare la mia pazzia era fare qualcosa di pazzo tu stessa", dice Pat alias Cooper. E poi lo sapevate che il termine "OK" nasce come acronimo del club "Old Kinderhook" di New York (chi partecipava a quel club era considerato in gamba)? Sì, in verità questa è solamente una delle tante ipotesi sull'origine di "OK", ma è divertente scoprirla durante il film.

5) Malattia mentale e speranza. La regia trova un non facile equilibrio tra lo humour e il tatto nell'affrontare il delicato tema della malattia mentale. Se i tocchi romantici e l'accattivante finale "positivo" sono probabilmente le pecche del film, per certi versi sono anche una pacca sulla spalla, di speranza. Chi vive sulla propria pelle la malattia mentale, più o meno direttamente, sa che bruttissima bestia sia e sarà inorridito da facili semplificazioni da film. Ma è anche vero che è bello pensare che pure nella malattia ci siano speranza e spazio per momenti di gioia. Come nell'esultanza spassosa dopo la gara di danza, tutta da ridere. Io sono uscita dal cinema col sorriso. Ed è una piacevole sensazione.

PS: Presto rivedremo David O. Russell dirigere l'accoppiata Jennifer Lawrence e Bradley Cooper. E i due attori saranno ancora insieme per Serena di Susanne Bier. Sono due belle notizie.

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