La vita di Adele, la formazione all'amore (lesbico) secondo Abdellatif Kechiche

Adèle Exarchopoulos e Léa Seydoux sono un regalo per il cinema, a cui si danno visceralmente e con autenticità

Simona Santoni

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Adele sembra uscita da Alba chiara di Vasco Rossi. È un'adolescente che si veste senza studiare il look, a scuola ama immergersi nella lettura de La vie de Marianne di Marivaux, quando cammina ogni tanto si tira su i calzoni sui fianchi e spesso e volentieri si accanisce contro i capelli che serra in code che disfa e rifà. E poi la sera, quando è sola a letto, a volte con la mano si sfiora, alla scoperta della sua identità in divenire.

Adele è la giovane protagonista de La vita di Adele (La vie d'Adèle - Chapitres 1 & 2), il film di Abdellatif Kechiche che Lucky Red con orgoglio dal 24 ottobre porta nelle sale italiane. Vincitore indiscusso della Palma d'oro al Festival di Cannes, alla Croisette nel maggio scorso aveva conquistato critica, pubblico e giuria, tutti avvinti dalle pieghe esistenziali di Adele, dal suo insicuro avvicinarsi all'amore per poi cadere dolcemente e passionalmente nelle braccia esperte di un'altra donna più grande di lei. Le due magnifiche interpreti, Adèle Exarchopoulos e Léa Seydoux, erano state anch'esse premiate in via eccezionale con la Palma d'oro. 

"Ho l'impressione di fare finta, di fare finta su tutto": Adele (Exarchopoulos) ha quindici anni ma quando prova ad approcciarsi al primo ragazzo sente che qualcosa non va, che quella storia non le appartiene e la fa sentire sbagliata. Sarà un incontro casuale per strada a rapirla totalmente: una ragazza coi capelli blu abbracciata a un'altra ragazza. I loro sguardi si intrecciano per poco, Adele entra in un turbamento completo, tutto scompare, tutto si riempie: Emma (Seydoux) entra così nella sua vita, nei suoi sogni notturni, nei suoi aneliti.

Kechiche riprende con un naturalismo esasperato e sublime il lento formarsi della loro relazione, le prime parole scambiate in un locale lesbico, la seduzione sicura ma delicata di Emma, il trasporto pieno e ingenuo di Adele, il primo incontro a due in un parco rifulgente di sole e del loro desiderio, il primo bacio dolce e sussurrato, il primo intreccio di corpi nudi, appassionato, compiuto, selvaggio e tenerissimo. Il regista tunisino naturalizzato francese, come già aveva fatto in Cous Cous, lascia assaporare ogni momento senza fretta, non recide col montaggio e lascia le due amazzoni della recitazione libere di far sobbollire tutto il loro talento, tutta la passione. È un osservatore rispettoso che non censura e lascia scorrere i ripetuti amplessi, per minuti e minuti, sedotto dai corpi ammalianti delle due donne che suonano così bene insieme. E poi... e poi l'amore muta, quello che vibrava si ferma, nessuna relazione - neppure quella omosessuale - ne è immune. 

Intanto, in tre ore di visione che sono un viaggio emotivo che porta lontano, Adèle Exarchopoulos è un diamante grezzo che si svela al mondo. È tutto quello di bello che un'attrice può essere, così viscerale, così genuina: una stupenda sorpresa. Le sue lacrime, i suoi tremori eccitati, l'adorazione racchiusa in uno sguardo: Adèle dà a tutto un'autenticità suprema. Di Léa Seydoux si conosceva già la bravura: ho ancora addosso le sue iridi perse in Sister  di Ursula Meier. Accanto ad Adèle però la chimica è speciale. Le loro interpretazioni sono un autentico darsi, primitivo e profondo; il loro è un regalo al cinema. 

Uno dei momenti più emozionanti tra tanti? Al parco, dopo essersi incontrate per la prima volta da sole, Adèle ed Emma, ancora fidanzata con Sabine, stanno per accomiatarsi: sono a un passo l'una dall'altra, gli occhi negli occhi, un trasporto evidente che traspira da ogni sfumatura dei visi. In questa immobilità palpitante, a un passo dall'esplodere in un bacio sulle labbra, passano secondi lunghissimi. E poi Emma, quasi prudente, bacia la più piccola Adèle su una guancia. L'attesa del piacere. 

Lo scambio di battute che porto nel cuore appartiene sempre a un incontro nel parco, entrambe distese sull'erba e quasi sospese nella felicità di essere una accanto all'altra. "È bello stare qui", dice Emma. Adèle annuisce. "Forse un po' troppo", aggiunge Emma. "Immagino di sì", conferma candidamente Adèle.

La vita di Adele si ispira al graphic novel Il blu è un colore caldo  (Le bleu est un couleur chaude), opera d'esordio della fumettista Julie Maroh, da poco pubblicato in Italia da Rizzoli-Lizard. Kechiche tanto prende dal romanzo grafico, a partire da alcuni dialoghi, ma allo stesso tempo tanto se ne distacca, soprattutto nella seconda parte, come se la narrazione avesse preso da sé una strada propria e intima, come lo stesso regista ha spiegato. Nel fumetto l'amore trionfa, ma anche la morte incede inclemente. 

Mi è capitato di sentire rimproverare a La vita di Adele di non essere altro che un racconto di maturazione di un'adolescente, con la sola cosa particolare che l'amore che vive è di natura lesbica. Questa "sola cosa" mi sembrerebbe già da sé una grandissima cosa, se pensiamo che tutt'oggi in 78 paesi del mondo l'omosessualità è considerata un reato e che in Italia le leggi sulle unioni civili tra persone dello stesso sesso sono un miraggio sepolto nell'ignavia. 

 
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