Blancanieves, il film capolavoro al ritmo di flamenco

Gesto artistico sublime e mai banale, il lungometraggio spagnolo di Pablo Berger è la perla più bella offertaci dal 2013 cinematografico

Macarena García in "Blancanieves" – Credits: Movies Inspired

Simona Santoni

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Blancanieves è un film che fa credere nei miracoli e pensare che la bellezza possa ripulire il mondo. È la meraviglia dell'espressione artistica che riempie straripante il cuore e gli occhi e ci illude - almeno per l'intera giornata della visione - che le capacità umane siano grandi. 

Scritto e diretto dallo spagnolo Pablo Berger, è così gustosamente anacronistico, in bianco e nero e muto: un'ora e mezza circa in cui vista e udito, quotidianamente bombardati da stimoli fragorosi e luccicanti, sono coccolati e nutriti con una qualità suprema. Può sembrare paradossale ma il bianco e nero è gravido e croccante, esalta ora il brillio delle pupille ardenti di Biancaneve, ora l'espressività malvagia della matrigna. Il silenzio è accompagnato da una colonna sonora che entra dentro ed è parte integrante della narrazione. Realizzata da Alfonso de Vilallonga, alterna flamenco a canti popolari spagnoli e musica da circo: un capolavoro dentro il capolavoro.

La voce-lamento di Sílvia Pérez Cruz ancora risuona straziante: "Blanca, de piel blanca, como la nieve, blanca, vestida de muerte...".

Uscito in patria nel settembre 2012, ha conquistato ben dieci premi Goya (i nostri David di Donatello). Agli Oscar 2013 invece, in maniera del tutto strabiliante e assurda, non ha trovato spazio nella cinquina per il migliore film straniero, dove al contrario è entrato, ad esempio, No - I giorni dell'arcobaleno di Pablo Larraín, lavoro onesto e pregevole ma non dello stesso rango di Blancanieves. Che l'Academy non volesse sentirsi ridondante nel premiare un altro film in bianco e nero, visto che nel 2012 The Artist vinse l'Oscar come miglior film?

Blancanieves, rispetto a The Artist, è più sanguigno e caldo. Le scelte di Berger non sono mai scontate e sono sempre stilisticamente e intimamente originali sublimi: il finale, dolce e amaro, aperto a diverse letture, è la summa di questa sua raffinatezza. Berger, cinquantenne al suo secondo lungometraggio, rilegge in chiave gotica la favola dei fratelli Grimm Biancaneve e i sette nani, ma ci fa dimenticare di ciò, con una storia che pare avere un canovaccio tutto suo, per poi ricordarcelo ogni tanto con richiami mai banali.

Siamo nel sud della Spagna tra gli anni '10 e '20 del secolo scorso. Non c'è un re ma un torero famoso, Antonio Villalta (Daniel Giménez Chaco). C'è una nonna meravigliosa, Doña Concha (la diva spagnola Ángela Molina), che inizialmente accudisce con amore la figlia del torero, la graziosa Carmencita (Sofía Oria), e le insegna il flamenco. Ma ovviamente c'è la perfida matrigna che si chiama Encarna (Maribel Verdú, Goya come migliore attrice). Odia la figliastra e la tratta con dispotismo sadico. Crescendo, Carmencita ha il luminoso volto di Macarena García (premiata ai Goya come attrice rivelazione) e, dopo aver rischiato la morte nel bosco, viene salvata da un gruppo di toreri nani che la chiamano Biancaneve...

Gli animalisti potranno avere un sussulto di fronte alle tante corride che puntellano Blancanieves, ma i titoli di coda rimarcano che nessun animale ha subito maltrattamenti. Per di più, a inizio Novecento, allora più che ora, la corrida era parte integrante della cultura spagnola. 

In Italia dobbiamo ringraziare Movies Inspired che dal 31 ottobre ha distribuito il film, in Lombardia il Cinema Mexico che, dal 23 novembre, finalmente, ci ha regalato la visione. 

Per voi che pensate "un film in bianco e nero e muto, sai che barba", uno sprone provocatorio ad andare oltre i preconcetti: Blancanieves può essere più avvincente di Fast & Furious 6 e Iron Man 3 messi insieme.

  
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