Claudio Trionfera

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Per il suo 50° anniversario 2001 Odissea nello spazio  di Stanley Kubrick ritorna al cinema (in sala il 4 e 5 giugno, durata 140'): la versione è restaurata da Christopher Nolan ed è stata già presentata all’ultimo Festival di Cannes, conservando il formato originale in 70 mm, evitando dunque qualsiasi alterazione, anche tecnica, del progetto originario.

Alzi la mano chi, dopo averlo visto per la prima volta 50 anni fa, ha capito tutto dell'interstellar kubrickiano. Specie di quel monolito flottante, dell'intelligenza artificiale di Hal 9000 e del suo dirazzamento cibernetico. Le scimmie poi. Che dire delle scimmie? Messe al polo primitivo di una storia che dura cinque milioni di anni raccolti nel spazio di 140 minuti: in un film sul quale, ancora adesso, bisogna lavorare parecchio per decifrarlo, svelandone le pieghe più segrete e magari neanche tutte. 

Quella connotazione sideral-ancestrale

Eppure la percezione del capolavoro ha resistito nel tempo, anzi s'è approfondita e distillata nel rotolare dei lustri, oggi come si sa nel numero di cinque, come il whyskey nelle botti del Kentucky, invecchiando in quell'angolo d'America con rugosi cowboy bruciati dal sole e cani latranti nella notte. E altrove naturalmente. Senza modificarsi nella sua connotazione sideral-ancestrale. Me la ricordo, da spettatore e critico ancora debuttante, l’impassibile esitazione, tra l’imbarazzo e lo sconcerto, dei colleghi – diciamo così – più maturi in una delle sporadiche e ben poco affollate (non c’erano gli internauti…) proiezioni per la stampa.

Ciascuno a pensare, più che a dire, la sua. Concordando sulla suggestione estrema del vedere prodotto dalla fotografia del grande Geoffrey Unsworth che avremmo perduto dieci anni dopo non senza aver vinto due Oscar e averci regalato Cabaret, Zardoz, i due primi Superman, Tess; e del sentire nelle musiche di Johann e Richard Strauss, György Ligeti, Aram Il'ič Chačaturjan.

Il punto di non ritorno di un genere cinematografico

Ma c’era anche un’altra precisa convinzione, consegnata alla permanenza e relativa saggistica del dopo: che quel film segnava un punto di non ritorno nella fantascienza cinematografica, un po’ come era successo su altri versanti, nel 1956, con Pianeta proibito di Fred McLeod Wilcox, che oltre frantumare gli schermi aveva addirittura invaso il mondo dei giocattoli a movimento automatico con Robby il Robot nella sua versione a batterie, consacrando un “personaggio” divenuto a suo modo mitico, perfino precursore di Hal 9000, figlio della profezia robotica di Isaac Asimov.

La corrente mistica tra orientalismi e “flower power”

Dunque lo spartiacque di Kubrick. L’emblema del niente sarà più come prima. Concetto tracciante sotto ogni profilo. Non solo quello tecnico, naturalmente, nella rivoluzione degli effetti speciali e visuali peraltro ancora lontanissimi e per certi versi divergenti rispetto agli universi digitali dell’oggi; ma anche e soprattutto quello tematico, legato, come il Forbidden Planet appena citato, a una meditazione sull’uomo. Con in più, rispetto al film di Wilcox che invitava a diffidare dei mostri scaturiti dall’inconscio, il coinvolgimento in una corrente mistica non estranea agli orientalismi o a quel flower power che aveva acciuffato i cuori dei giovani americani – e i nostri – durante la seconda metà dei 60’s.

Anche se Kubrick e il suo sceneggiatore Arthur Clarke si erano convinti in buona fede di fare della fantascienza “pura”, il loro messaggio era curiosamente disimpegnato nel riferirsi a esseri superiori che tengono il nostro destino nelle loro mani (Dio?), generando quindi una sorta di rassegnazione. Non un limite, naturalmente, piuttosto un segno di forte originalità nel sostituire a uno scenario prefabbricato una riflessione profonda: quella di proporre e non imporre una visione globale dell’essere umano e del suo posto nell’universo.

Proiezione a Cannes con un vecchio debito da saldare

La proiezione di quest’anno a Cannes ha saldato, in un certo senso, un vecchio debito. Di mezzo secolo. Perché l’edizione ’68 del Festival, la ventunesima, l’aveva ignorato. D’altra parte in quell’anno Cannes aveva altro cui pensare: s’era proprio nell’epicentro del Maggio francese, e il Festival saltò, senza assegnare il Palmarès, tra occupazioni studentesche, dimissioni dei giurati (c’era Monica Vitti accanto a Louis Malle e Roman Polanski), PierreHenri Deleau - diventato nel ’69 delegato della nuova Quinzaine des realisateurs - a muovere la rivolta di critici e cineasti e mezza Nouvelle Vague (François Truffaut, Jean-Luc Godard, Claude Lelouch, Louis Malle, Jean-Pierre Léaud) a protestare per la rimozione di Henri Langlois da direttore della Cinémathèque française.

Che caos attorno al vecchio bianco mitico Palais (oggi c’è un albergo al suo posto) e al cinema romantico di quegli anni che imponeva a gente del peso di Alain Resnais, Milos Forman e Carlos Saura di ritirare i loro film da un concorso che, a ripensarne i titoli e gli autori, vengono i brividi d’emozione. L’inaugurazione di quell’anno? Via col vento di Victor Fleming.

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Voto: 5/5
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