Cinema

1968: i dieci film più belli (che compiono cinquant'anni)

Il cinema di un anno fatidico nell’evoluzione di forma e contenuti. Per una "classifica" fatta di capolavori e opere che hanno rivoluzionato i generi

2001: Odissea nello spazio

Claudio Trionfera

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Cinquant’anni fa. Il 1968. Quello del cinema, del Festival di Cannes interrotto con le dimissioni di Monica Vitti e degli altri componenti della giuria, della Mostra di Venezia che incomincia a traballare sotto il peso della contestazione ma riesce a premiare col Leone d’oro Artisti sotto la tenda del circo: perplessi di Alexander Kluge – e con questo, forse, tutto quel fantastico movimento del Giovane Cinema Tedesco - prima di andare in apnea per una decina d’anni.

Poi i film, soprattutto quelli. Nell’autonomia delle loro consistenze, dei loro argomenti, della loro ispirazione creativa; e con le realtà del tempo che li attraversano senza forzarne il contenuto ma orientandone, in qualche caso, l’altro polo costitutivo, cioè la forma. Sicché non è difficile individuare i film più belli del 1968 guardandoli oggi a distanza e, insieme, contestualizzandoli nel loro presente: proprio per quelle caratteristiche speciali che li offrono al confronto col pubblico e con la critica in una fase di complessità storica e culturale.

Qualche capolavoro, qualche film-simbolo. Curioso. Tutti a celebrare il loro cinquantenario. E che autori, poi. Messi insieme, il gruppo che si costituisce è imbarazzante per solennità e imponenza, ricordando quelli che (troppi, oramai) non ci sono più. In fondo, poi, anche quel cinema – nel senso del farlo e del fruirlo – non c’è più o s’è comunque ritratto lasciando il posto a differenti misure di schermi e modalità di consumo. Eccoli, allora, i magnifici dieci scovati nell’insieme di valore: mai troppo facile formulare una top ten ma ci si prova, se pur da personalissima prospettiva. Con l’obbligo, tuttavia, di segnalare, subito, due “fuori-quota” eccezionali come passaggi cruciali e documentali sulla musica planetaria dell’epoca e i suoi riflessi sociali.

 

ONE PLUS ONE di Jean-Luc Godard

L’ascesa dei Rolling Stones e i movimenti estremi giovanili. Collateralmente alle sedute di registrazione della band britannica il film-documentario realizza sequenze provocatorie dando la parola ai Black Panters e ad altri gruppi di contestazione. È l’ultimo film di Godard (sottotitolo Sympathy For the Devil) col gruppo Dziga Vertov e il suo impegno nella ricerca collettiva su un nuovo cinema politico.

MONTEREY POP di Donn Alan Pennebaker

Considerato il capolavoro nel genere dei film-concerto, è il reportage di straordinario valore sociologico sul Festival pop d Monterey del 1967 con il concorso, fra gli altri, di Jimi Hendrix, Janis Joplin, Otis Redding, Simon & Garfunkel, The Animals, The Who, Ravi Shankar. Rilevante il contributo, alla fotografia, di Albert Maysles, pioniere col fratello David del cinema documentario all’interno della corrente Direct Cinema.

10) L’ORA DEI FORNI di Octavio Getino e Fernando Solanas

Girato in tre anni e in totale clandestinità, questo film di montaggio e lunga durata rimane l’opera più importante della nuova cinematografia argentina degli anni Sessanta, manifesto di un cinema rivoluzionario che ripercorre la storia del Paese dalla sua liberazione passando per il neocolonialismo, le crisi, le speranze sollevate dal peronismo, l’avvento dei militari golpisti e l’affacciarsi del “Che” nell’America Latina.

9) C’ERA UNA VOLTA IL WEST di Sergio Leone

Il prototipo di un genere, chiamato western spaghetti, un po’ schifato all’inizio dalla critica che finisce in verità per conquistare e affascinare tutti. Tra romanzo picaresco, opera buffa e commedia dell’arte riscrive il western classico con dosi di violenza e di erotismo e la musica lancinante di Ennio Morricone, orientandosi sul ritratto acido di un mondo mutante che assiste al tramonto dell’eroismo pionieristico.

8) BACI RUBATI di François Truffaut

Da portiere di notte in un albergo a apprendista detective, Antoine Doinel prosegue le sue avventure incominciate con I 400 colpi. Uno dei migliori film di Truffaut girato in piena mobilitazione pro Henri Langlois: con lo charme lunare di Jean-Pierre Léaud, la leggerezza e la commozione, l’originalità dei dialoghi, l’immagine nostalgica di “quella” Parigi, la canzone di Charles Trenet Que reste-t-il de nos amours?

7) FACES di John Cassavetes

Una crisi matrimoniale risolta ai limiti del paradosso in doppio tradimento e rara concertazione di commedia drammatica: che Cassavetes costruisce in un magistrale happening d’una potenza brutale diviso tra riso e dolore. Corpi e linguaggi s’incrociano sul set trascrivendo ciò che realmente vi accade, con gli attori a raccontarsi e a raccontare “come dal vero” paure e disfacimenti d’un calvario coniugale.

6) HOLLYWOOD PARTY di Blake Edwards

Cinema nel cinema e gaffe su gaffe dell’attore indiano di second’ordine invitato per sbaglio al party d’un produttore hollywoodiano. Peter Sellers è irresistibile come la comicità emanata da questa perla della commedia americana, nata come pastiche de La Notte di Antonioni - della quale Edwards riprende l’estetica fredda e geometrica – sviluppata con lo spirito di Jacques Tati nella diffusione corale dei gag.

5) JE T’AIME,  JE T’AIME di Alain Resnais

La vita e la morte, la sospensione nel tempo, il passato e il presente del protagonista Claude, la scienza confusa e impotente. Nel puzzle affascinante del maestro francese si compone un’atmosfera angosciosa per un film indimenticabile e misteriosissimo all’interno di un profondo dramma psicologico. Dal quale scaturisce una sorta di poesia grave e smorzata nell’enigma temporale in conflitto fra conscio e inconscio.

4) ROSEMARY’S BABY di Roman Polanski

La giovane coppia felice che viaggia verso l’incubo satanico incarna una stupefacente allegoria del Male. In un autentico must del cinema fantastico – una delle migliori opere di Polanski -  elaborato sul trionfo della suggestione e dell’invisibile, dunque dell’occulto, senza effetti speciali, solo con la distillazione progressiva della tensione e della paura. Destino beffardo e oscuro del cineasta: nel ’69 ci sarà la strage di Bel Air.

3) IL PIANETA DELLE SCIMMIE di Franklin J. Schaffner

Il capostipite della serie, probabilmente inarrivato  per capacità di attrazione e allarmati turbamenti. La vicenda degli astronauti, calati nella civiltà spaziale sconosciuta con le tre razze di scimmie,  genera un impatto filosofico di rara profondità, esaltato dalla mise en scène dinamica e dei formidabili trucchi. Fantascienza sì, ma anche avventura e favola capace di leggere il nostro presente e il nostro futuro.

2) LA NOTTE DEI MORTI VIVENTI di George A. Romero

L’apoteosi   della metafora, la parabola antirazzista e pacifista - nell’America angosciata del post-Vietnam - presa a modello narrativo  in questo simbolo d’intelligenza e di efficacia cinematografica. 16 millimetri, basso costo, bianco e nero, stile documentario, sci-fi e horror mescolati in cifra sociologica per un “risveglio dei morti” che riscrive i canoni del cinema di genere, diventando anzi genere a parte. Una meraviglia.

1) 2001: ODISSEA NELLO SPAZIO di Stanley Kubrick

Ancora oggi, a 50 anni di distanza, questo capolavoro sorprende, rapisce e sconcerta, lasciando aperti gli interrogativi sul monolito nero del quale neppure Kubrick stesso volle spiegare la natura. Che si considera aliena se si segue la traccia indicata da Arthur Clarke, artefice letterario della storia. Fascinazione perenne per un film incapace d’invecchiare nel suo enigmatico messaggio sul ruolo dell’essere umano nell’universo.

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