Claudio Trionfera

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Donne che lottano. Senza sparare. Con la forza della parola e delle proprie convinzioni. Una di queste si chiama Irène Franchon e fa la pneumologa all’Ospedale di Brest e combatte una battaglia lunga e distruttiva contro una potente casa farmaceutica che da trent’anni distribuisce un medicinale estremamente tossico.

A raccontare la storia vera di Irène (interpretata da Sidse Babett Knudsen) è 150 milligrammi, in sala dall’8 febbraio, girato da Emmanuelle Bercot, regista, attrice e sceneggiatrice di buona notorietà internazionale dopo le sue apprezzate (e spesso premiate) presenze nei principali festival, da Cannes a Venezia, da Berlino a Roma.

Una storia che si sviluppa in un arco temporale relativamente breve, fra l’aprile del 2009 e il giugno dell’anno successivo, dove accade però di tutto attorno al Mediator 150mg, utilizzato su pazienti diabetici e nella terapia dell’obesità. Irène, quasi casualmente ma in termini assai precisi scopre una nesso fra l’uso del medicinale ed una serie di morti sospette, riferibili a gravi valvulopatie cardiache indotte proprio dal  Mediator.

Insidie, illusioni e depressioni
Di qui, insieme col professore  Antoine Le Bihan (Benoît Magimel), col sostegno costante di suo marito Bruno (Patrick Ligardes) e l’aiuto di una équipe medica giovane e combattiva, incomincia un percorso carico di insidie, illusioni e depressioni: prima attraverso una meticolosa indagine statistica sulle persone “curate” con quel medicinale, poi nel doppio confronto con l’autorità francese di controllo e di vigilanza sui farmaci e soprattutto nello scontro impari con la casa farmaceutica, la seconda per importanza in Francia, potente, spregiudicata, tanto ricca da dispensare finanziamenti a pioggia ovunque, già responsabile in passato, però, di un altro tonfo con la provata tossicità di un anoressizzante, l’Isomeride.

Quel danno mortale
Minacce, tensioni, querele, rischi di radiazione dell’ordine dei medici: niente ferma Irène, anche se qualcuno dei suoi colleghi si arrende. Nasce il libro che verrà distribuito in Francia (Editions Dialogues) e che è alla base del film, una “talpa” del sistema sanitario nazionale aggiunge alla ricerca cifre determinanti, un articolo de Le Figaro fa esplodere il caso a livello mediatico e politico, si delinea quantitativamente il danno mortale in una forbice compresa fra le cinquecento e le mille vittime. Quanto basta, insomma, a far ritirare il Mediator dal mercato francese decretando la vittoria della dottoressa Franchon.

Realismo asciutto e concitato
Una corsa contro il tempo. Il contatto straziante con una paziente condannata. Il coraggio di Irène che lotta con passione e convinzione non per se stessa ma per i malati e la diffusione di una coscienza civile sui danni di un farmaco dalle provate capacità lesive sul 70 per cento di coloro che lo assumono. Il film, che la regista costruisce sulla scorta del libro, sul confronto con la vera Franchon e sulle testimonianze dei pazienti, oscilla tra il cinema d’indagine e, nelle fasi del dibattimento davanti alle varie commissioni e nel contradditorio con la casa farmaceutica, con quello processuale. Se è vero che il finale è già scritto e resta dunque prevedibile, è altrettanto vero che il metodo di ripresa e di sviluppo drammaturgico del racconto riposa su un realismo asciutto e concitato capace di coinvolgere ed emozionare.

Un'attrice da ricordare
Emmanuelle Bercot ha accostato la figura di Irène a quella di Erin Brockovich, naturalmente in altro contesto ma con lo stesso disegno e le stesse caratteristiche dell’eroina impavida e, per molti versi, romantica. Qua non c’è la star Julia Roberts, naturalmente, ma un’attrice danese poco meno che cinquantenne, Sidse Babett Knudsen, dalla filmografia scarna e dell’espressività energica, febbricitante e al tempo stesso lieta e trasparente. Un piacere vederla in scena. Una recitazione da ricordare.

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