L’olocausto spiegato a mio figlio

Ingolositi dal lungo ponte che si poteva sfruttare quest’anno per il 25 Aprile, e cogliendo l’occasione della comunione di un cuginetto, io e mia moglie ci siamo armati di insana intraprendenza ed abbiamo deciso di affrontare il primo viaggio tutti …Leggi tutto

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Andrea Polo

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Ingolositi dal lungo ponte che si poteva sfruttare quest’anno per il 25 Aprile, e cogliendo l’occasione della comunione di un cuginetto, io e mia moglie ci siamo armati di insana intraprendenza ed abbiamo deciso di affrontare il primo viaggio tutti e quattro assieme: destinazione Roma.

Come da abitudinte tutto è cominciato con l’organizzazione militaresca propria di una famiglia di 4 persone di cui il 50% non ha ancora compiuto 8 anni. Io ho preso in carico la gestione di Giovanni, Marco era sotto la gestione della mamma. Incontro per l’inizio dell’avventura fissato alla stazione di Milano Rogoredo per le 15. Quando ci siamo trovati, nonostante Giovanni, strappato dal suo pisolino per evitare di perdere il treno, fosse alquanto irascibile, i bambini sembravano aver capito l’importanza storica che quel momento rivestiva per la nostra famiglia; non stavamo andando al mare dai nonni o in montagna nel solito albergo, per la prima volta li portavamo in un’altra città per fargli conoscere qualcosa. Fino ad allora pensavamo che quel qualcosa sarebbero stati il Colosseo e San Pietro, ma ci sbagliavamo di grosso.

Come da programmi la prima giornata fu dedicata alla comunione e passò via come una qualunque bella giornata fra amici, ma il giorno successivo fu diverso. Tenendo fede al nostro programma originale caricammo tutta la famiglia in metropolitana e cominciammo il giro dal Colosseo. Né Marco né Giovanni furono particolarmente impressionati dall’Anfiteatro Flavio, dalle sue dimensioni o dai nostri racconti sui gladiatori; gli unici elementi che riuscirono ad interessarli furono le carrozzelle coi cavalli che trasportavano i turisti (per non parlare dell’entusiasmo suscitato da uno dei cavalli che, a pochi metri da loro, fece circa 12 chili di cacca fra le grida di divertimento di miei figli) e due panzuti signori romani con improbabili abiti da gladiatori e scarpe Geox (Giovanni: “Papino, guaddaaaa: c’è un cavaliere!!!”).

A metà di via dei fori imperiali fummo sorpresi da un acquazzone (inutile dirvi che in 37 anni che sono al mondo è la prima volta che andando a Roma trovo la pioggia e che tutto ciò avveniva mentre la capote del passeggino di Giovanni si squarciava di netto con la sua testolina che faceva capolino con sorriso malizioso) e ci rifugiammo nel museo delle bandiere militari sotto l’Altare della Patria. Finalmente quei vessilli riuscirono ad interessare i piccoletti che, rinfrancati da quella sosta ripresero a camminare (o farsi spingere) sotto al diluvio. Via del Teatro di Marcello ci portò fino al Portico d’Ottavia e, da lì, al Ghetto.

La pioggia aveva smesso e potevamo camminare tranquilli. Marco fu incuriosito dalle scritte in ebraico sui negozi e ci chiese di cosa si trattasse;  senza accorgercene cominciammo a raccontargli del Ghetto, delle leggi razziali e della terribile notte del 16 Ottobre del 1943. Fin dai suoi primi giorni di vita Marco ha un’amichetta di religione ebraica, Sara. Questo ci permise di spiegare meglio, ai suoi occhi di bimbo di sette anni, cosa avevano significato le leggi razziali e l’olocausto. “È come se”, gli dicemmo, “da un giorno all’altro qualcuno dicesse che Sara e sua sorellina non possono più andare a scuola, il suo papà e la sua mamma non possono più lavorare e devono lasciare la loro casa”.

Bastò questo ad indignare mio figlio che mi guardò con occhi di fuoco e disse: “Non è giusto! Tutti devono andare a scuola”. Da quel momento Marco si fermava a leggere ogni targa commemorativa presente nelle vie del Ghetto, inclusa quella che ricorda la morte del piccolo Stefano, un bimbo di appena 2 anni ucciso davanti alla Sinagoga nel 1982. Si girò da me e sua madre pieno di rabbia: “Perché hanno sparato a un bambino? Che ne può sapere delle cose dei grandi? Poi aveva 2 anni, era anche più piccolo di Giovanni!”

Si Marco, hai ragione, non ne poteva sapere nulla. Ma se fin da bambini riuscirete a capire gli orrori che hanno fatto alcuni grandi, forse, finalmente, non accadranno più. E io sarò contento di avervi portato a Roma per cominciare a conoscere il mondo che vi circonda, e magari renderlo migliore.

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