La gara internazionale di karate

Per la prima volta tuo figlio affronta una gara ufficiale, e tu scopri tante cose. Anche che lui sa gestire le emozioni molto meglio di te

malta striscione

Andrea Polo

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Qualche anno fa vi avevo raccontato di come Marco si stesse avventurando nel meraviglioso mondo del karate. Oggi è arrivato il momento di raccontarvi un altro passaggio di quella strada: la prima gara ufficiale. Tutto è cominciato poco dopo l'estate, quando il maestro di Marco ci ha proposto di farlo partecipare alla "gara di Malta" di cui tante volte avevamo sentito parlare, ma sulla quale mai ci eravamo informati troppo. Dopo un breve conciliabolo con il diretto interessato abbiamo dato il nostro assenso e da settembre il piccolo karateka ha cominciato a destreggiarsi fra scuola, catechismo e ben tre allenamenti settimanali, incluso quello del sabato pomeriggio alle 14.30 che più volte, da settembre ad oggi, ha messo a rischio gli equilibri mentali di noi genitori.

Un bel giorno di marzo, finalmente, arriva il momento della partenza e tutti (si tutti, anche Giovanni che non potevamo né volevamo escludere da questa gita sportivo-familiare) ci siamo presentati in aeroporto per partire alla volta de "la gara di Malta". Ammetto che quando ho visto tutta la squadra, più o meno una decina di bambini e altrettanti adulti, orgogliosamente indossanti la felpa bianca della loro società sportiva, la mente è tornata a quando, invece che accompagnatore, ero atleta e mio padre mi accompagnava in giro per la Sardegna a fare le mie partite di pallavolo.

Circa 15 secondi dopo aver fatto la carta d'imbarco Marco ci ha lasciato per fare gruppo con i suoi amici i quali, in virtù della pazienza che solo le arti marziali sanno trasmettere, hanno di buon grado e con affetto accolto fra le loro fila anche il piccolo Giovanni, ovviamente il più piccolo della ciurma e quindi da subito mascotte. Noi genitori, nel frattempo, cominciavamo a fare gruppo a nostra volta.

Arrivati a Malta il primo pomeriggio di soggiorno è stato dedicato a visitare Valletta e ho capito quanto Marco tenesse alla sua gara nel momento in cui, dopo aver incontrato davanti a un museo un bambino greco in vacanza col padre, ha voluto mostrargli (nella piazza principale della città) l'esercizio che avrebbe fatto il giorno successivo al palazzetto.

Dopo un velocissimo pranzo il gruppo si è mosso alla volta del palazzetto e lì...io, e sottolineo io, ho cominciato ad agitarmi. Ad occhio e croce erano presenti circa 900 atleti di età compresa fra i 6 e i 65 anni in rappresentanza di una quarantina di nazioni. Questo equivale a un numero di spettatori pari a più o meno 1.500 persone, ovvero 3.000 occhi che avrebbero guardato mio figlio muoversi, da solo, su un tatami al centro di un palazzetto dello sport dove si svolgono competizioni internazionali.

Si sarebbe emozionato? Avrebbe dimenticato il suo esercizio? Sarebbe scoppiato in lacrime? Via via che passava il tempo la mia ansia e quella di mia moglie crescevano. Uno alla volta tutti i suoi compagni erano stati chiamati, ma lui, che continuava ad allenarsi con una serietà incredibile nel corridoio il cui accesso era riservato agli atleti (sì, a quel punto al suo collo c'era un pass grande quanto tutto il petto con scritto "athlete") ancora no.

La sua categoria era l'ultima, Marco cominciava ad agitarsi e, nonostante io non potessi scendere vicino a lui, voleva che gli stessi fisicamente accanto, nel punto più vicino della balaustra e chiedeva a me, che di karate non capisco nulla, ma sono comunque suo padre, consigli su come fare l'esercizio e se il modo in cui eseguiva il suo kata fosse corretto. Ho finto di sapere benissimo quello che diceva e, soprattutto, ho fatto in modo di dirgli quello che lui voleva sentirsi dire; era bravo, si era impegnato tantissimo e tutto sarebbe andato nel migliore dei modi.

Alla fine eccolo; dall'altoparlante del palazzetto lo speaker annuncia "Category five, please proceed to tatami 3" (Categoria 5, per favore avvicinarsi al tatami numero 3). Marco mi saluta con un sorriso enorme, supera la transenna e va al tatami dove mi sembra più piccolo che mai. La sua categoria comprende ragazzi fino ai 15 anni e non avete idea di quanto un adolescente danese di 15 anni possa essere più alto di un bambino italiano di 9 anni appena compiuti. Ora è il suo momento, chiamano il numero del pettorale e Marco si avvicina al tatami.

È da solo davanti al suo impegno, con il carico di tutti gli sforzi fatti e io, come mi capiterà mille altre volte nella vita, non posso che stare dietro alla transenna e sperare che tutto vada bene; passano i 2 minuti e mezzo più lunghi della mia vita e lui non sbaglia. Fa tutto il suo esercizio e come un adulto aspetta il giudizio dei giudici, ringrazia, si allontana dal tatami e poi si gira verso di noi, sorride.

È contento, io mi nascondo dietro la macchina fotografica e mi commuovo con il cuore pieno di orgoglio lasciando sciogliere la tensione. Arriva il momento dell'esercizio di coppia, poi quello dell'esercizio di squadra dove Marco e i suoi compagni, ancora una volta i più piccoli di tutti, se la cavano benissimo e non arrivano poi così lontani dalla coppa, ma la cosa più bella è che della coppa a loro sembra non interessi proprio nulla.

Si divertono, sono felici, sono orgogliosi di aver fatto quello che hanno fatto e, anche grazie a loro, noi genitori leghiamo ancora di più. Sembriamo tutti in gita scolastica. Ci divertiamo e anche se il tempo è orribile, per noi Malta non è mai stata così bella.

 

 

 

 

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