I bambini, Lampedusa e una lettera senza risposta

Se c’è una cosa che mi ricordo nettamente della mia infanzia ovattata è che, appunto, era ovattata. Non sono certo nato in anni storicamente semplici (ho visto la luce poco prima degli Anni di Piombo), eppure quello che accadeva nel …Leggi tutto

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Andrea Polo

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Se c’è una cosa che mi ricordo nettamente della mia infanzia ovattata è che, appunto, era ovattata. Non sono certo nato in anni storicamente semplici (ho visto la luce poco prima degli Anni di Piombo), eppure quello che accadeva nel mondo dei grandi non entrava mai nel mio. Sono cresciuto così, felice, e così ho pensato fosse giusto crescere anche i miei figli. Almeno fino allo scorso 14 ottobre.

Marco, come ormai probabilmente sapete, frequenta la seconda elementare di una scuola pubblica. Una di quelle con tanti problemi dati dai tagli all’istruzione, dove i genitori si devono fare carico di portare a scuola i rotoli di carta igienica, le risme di carta o fare volontariato perché rimangano in piedi servizi come la biblioteca. Ma anche una di quelle in cui insegnanti che fanno onore alla propria professione non smettono di lavorare con passione, insegnando ai figli, ma ogni tanto anche ai genitori.

Quel 14 ottobre, a cena, scattò il solito pseudo interrogatorio che io e mia moglie facciamo ai nostri figli ogni sera; la prima e più classica delle domande è: “Cosa hai fatto oggi a scuola?” Di solito l’argomento viene liquidato da Marco e Giovanni in circa 26 secondi, ma la risposta che ci dette Marco doveva essere approfondita: “Abbiamo scritto al sindaco di Lampedusa”.

Io e mia moglie ci siamo guardati un po’ stupiti e abbiamo chiesto a nostro figlio di sapere qualcosa di più. Allora ci ha spiegato che la sua maestra gli aveva raccontato quello che era accaduto a Lampedusa alcuni giorni prima, di quelle persone che sfidavano la morte per cercare un destino migliore, delle condizioni in cui vivevano nelle loro terre di origine e dei barconi con cui provavano ad arrivare in Italia e di come molti erano morti. Ciascun bambino ha fatto un disegno e, io ho visto quello di Marco, da questi si capiva che le cose gli erano state raccontate senza filtri, se non quelli dati dalla capacità di comprendere un bambino di sette anni.

Ognuno dei 29 alunni della seconda A della Scuola Armando Diaz di Milano ha poi preso carta e penna per scrivere di suo pugno una lettera al Sindaco di Lampedusa e ai bambini lampedusani. La maestra in alcun modo ha indirizzato nello scrivere; ecco il testo di quello che ha scritto Marco

Cari bambini, abitanti di Lampedusa, sono un bambino di 2A elementare. Vivo a Milano e ho tanto sentito parlare di voi, e volevo dirvi che voi e i vostri genitori siete delle persone molto speciali, perché aiutate sempre i profughi. Continuate così!
P.S. Ripeto, siete bravissimi
Marco

Le 29 lettere sono state spedite il giorno stesso, ma purtroppo, ad oggi, nonostante la cosa sia stata segnalata al sindaco, lei stessa le abbia lette e più volte abbia promesso di farlo, quelle lettere ancora non hanno avuto risposta.

Marco quasi ogni sera, tornando a casa, chiede se il sindaco gli ha risposto. Speravo proprio, uno dei giorni passati da ottobre fino ad oggi, di potergli dire che sì il sindaco aveva letto le loro lettere e gli aveva risposto, quantomeno con un rapido grazie, in grado di far capire a 29 bambini che è importante guardare cosa accade nel modo.

Purtroppo l’anno scolastico ormai è finito, e il Sindaco di Lampedusa ha perso un’ottima occasione per dimostrare a 29 futuri cittadini il valore delle istituzioni e che l’Educazione Civica non è solo una materia noiosa che una maestra ci fa fare a scuola.

Non stupiamoci se, diventati grandi, quei bambini il giorno delle elezioni andranno al mare o a fare una gita in campagna. Peccato caro sindaco, sarebbe bastato scrivere “grazie”. In 20 secondi avrebbe insegnato tanto, sono arrivate solo le solite promesse, purtroppo mai una risposta.

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