Con Marco al Binario 21

Perché bisogna andare al memoriale della Shoah e perché bisogna andarci coi bambini.

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Andrea Polo

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Marco è un bambino sveglio, soprattutto in confronto con i soli 11 anni che sono scritti nella sua carta d’identità. Nonostante questo io e mia moglie abbiamo sempre cercato in qualche modo di proteggere lui e suo fratello dalle brutture del mondo; anche per questo, oltre che per il pessimo ricordo infantile che entrambi abbiamo a riguardo, i nostri pasti assieme si svolgono sempre rigorosamente a televisore spento, il telegiornale insomma, non si siede mai a tavola con noi.

Questo non vuol dire che lui non sappia ciò che accade nel mondo, ma le informazioni gli vengono date, da noi o dagli splendidi insegnanti che fino ad oggi ha avuto la fortuna di incontrare sul suo cammino, in modo tale da essere comprese da un bambino della sua età. Marco ha saputo a suo tempo delle leggi razziali e delle deportazioni degli ebrei così come degli sbarchi di profughi a Lampedusa, ma questa volta è stato diverso.

Mentre girello su Facebook mi colpisce una notizia; in occasione del giorno della memoria un’associazione organizza visite guidate al Binario 21, il memoriale della Shoah realizzato nel luogo esatto da cui partivano i convogli che portarono a morire migliaia di persone.

Marco, affamato lettore, nei primi giorni della sua scuola media ha avuto un compito: leggere un libro dedicato proprio a questo argomento. La storia, vera, di due bimbe che frequentavano la stessa scuola elementare che in questi anni ha fatto da scenario alle elementari dei miei figli e che le leggi razziali separarono segnando per loro, fino ad allora compagne di classe, due cammini differenti.

Forse per via della costrizione alla lettura o chissà perché, nonostante i punti di contatto con la sua storia personale, quel libro a Marco non è entrato nel cuore. Io e sua madre non riusciamo a capirne il motivo, ma penso che se mio figlio vedrà con i suoi occhi le cose che nel libro sono descritte, probabilmente capirà.

Io stesso non sono mai riuscito a visitare quel memoriale così importante e così vicino alle nostre vite, sia fisicamente sia emotivamente, e per questo decido di prenotare. Io e mio figlio vivremo assieme quell’esperienza.

E così, una domenica mattina, di buon'ora ci svegliamo e ci dirigiamo verso la stazione. Marco è assonnato, la sera prima abbiamo avuto a cena degli amici e lui non è affatto contento di doversi vestire e uscire, ma mi segue.

Arrivati al memoriale il nutrito gruppo in cui siamo inseriti, rumoroso fino a pochi minuti prima, fa silenzio e segue le parole della guida. «Questo non è un museo», ci dice, «È un memoriale. E la cosa fa non poca differenza. Non vedrete un posto modificato per ospitare esposizioni, ma un luogo che è rimasto intatto per conservare la memoria». L’unica concessione all’integrità immutata del luogo è una scritta scolpita nella pietra a caratteri cubitali: INDIFFERENZA; quella stessa indifferenza che è stata scolpita a caratteri altrettanto cubitali nell’animo di troppi, e che oggi non deve esistere se vogliamo davvero evitare il ripetersi di quelle cose.

Io e Marco veniamo condotti, con un garbo e una delicatezza che non dimenticherò mai, in un mondo assurdo, ma purtroppo reale. Saliamo sullo stesso vagone che ha portato persone innocenti verso un destino impensabile, leggiamo le storie di chi, per aver dato della marmellata ad un bambino, è stato trucidato e mandato a morte, vediamo illuminarsi su un muro i nomi di tante persone che non conosciamo, ma che hanno il medesimo cognome di amici, compagni di scuola, colleghi di lavoro con i quali abbiamo diviso e dividiamo i nostri giorni. Quei nomi sono bianchi, vuol dire che nessuno di loro è tornato a casa; se fossimo negli anni 40 quei nomi sarebbero quelli dei nostri amici, dei nostri compagni di scuola, dei nostri colleghi e non quelli dei loro nonni, bisnonni o cugini.

La visita finisce, io chiedo a Marco cosa gli sia rimasto di questa giornata. Lui mi dà una risposta che non mi convince e io mi arrabbio, troppo e stupidamente. Trascendo, gli dico cose che non penso in realtà, anzi, se leggi queste parole Marco, scusami.

La verità è che io, da adulto, da padre, sono scosso. Penso a quel bambino cui è stata data la marmellata da una mano pietosa; penso che aveva la tua stessa età, penso che non ha avuto la possibilità di viverla quella età. E soffro.

La sera Marco parla con la madre di quanto accaduto; «Vedi mamma», le dice, «non è vero che non mi è rimasto nulla. Però queste cose le conoscevo già. Le dicono in molti. Ma quello che mi ha colpito è quel cartello con scritto Vietato il Trasporto delle persone, loro erano persone, non dovevano essere trattate così. Questo non è giusto».

Hai ragione Marco, non dovevano essere trattate così. Ed è vero anche che queste cose le dicono in molti, ma tu e tutti quelli che verranno, per favore, non dimenticatele mai e fate in modo che non diventino solo una pagina scritta sui vostri libri di storia e, soprattutto, non diventi mai una pagina riscritta nel vostro presente e nel vostro futuro.

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