Turco, bulgaro, umano. Le guerre necessarie

The Battle of Citate

Tommaso Giancarli

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Ma c'è una scena che mi ha interessato moltissimo. Immagina: un poppante fra le braccia della madre tremante e tutt'intorno i turchi che hanno fatto irruzione. Hanno escogitato un bel giochetto: accarezzano il piccino, ridono per farlo divertire e ci riescono: il piccino si mette a ridere. In quell'istante un turco gli punta la pistola a quattro verškì dal viso. Il bimbo ride contento, allunga le manine per afferrare la pistola e di colpo il nostro artista gli fa scattare il grilletto proprio sul viso, spappolandogli la testolina... Artistico, vero? A proposito, si dice che i turchi amino molto i dolci.

Fëdor Dostoevskij, "I fratelli Karamazov".

La storia, com'è noto, tende a ripetersi o perlomeno a ripresentare fenomeni ricorrenti; non ci stupisce dunque più di tanto che scoppino attriti e tensioni fra Turchia e Russia, perché ne conosciamo il passato di ostilità e di interessi in lotta (anche se le circostanze dell'agguato vigliacco e dell'esecuzione criminale del pilota russo sono piuttosto uniche nel contesto del diritto internazionale e dei moderni rapporti fra stati civili); e però anche cose che a noi paiono peculiari e tipiche del nostro tempo, o del tutto inventate negli ultimi anni, hanno invece alle spalle un lungo percorso.

È il caso, che giusto la tensione russo-turca degli ultimi giorni mi ha riportato alla mente, delle guerre umanitarie. Ci pare infatti, a noi contemporanei, che l'intervento bellico per motivi morali, per salvare popolazioni oppresse ed etnie massacrate, sia un'esclusiva e un'invenzione dei nostri tempi, resa possibile dalla rottura dell'equilibrio semi-statico della guerra fredda (o, diranno altri, dal venir meno di un contrappeso all'arbitrio imperiale); e ci viene in mente subito la decisiva entrata in campo della Nato nella guerra bosniaca che sembrava infinita, o - qualche anno dopo - la vicenda, assai più ambigua, della cosiddetta "guerra del Kosovo". Per non parlare, in tempi vicinissimi e anzi in questi stessi giorni, dell'intervento in Libia o della richiesta da più parti di mettere gli stivali sul terreno, da qualche parte in Medio Oriente, contro l'Isis o contro la minaccia antiumanitaria di turno. Ma in realtà la guerra scatenata per motivi etici e nobili, e richiesta attraverso una campagna mediatica tambureggiante, è un'invenzione ben precedente, e risale appunto a un altro momento di tensione fra turchi e russi.

Tutto ha inizio nel 1876 - beh, non tutto; il dramma, specie nei Balcani, è anzi che ogni cosa ha un'origine e un pretesto ben lontani e perduti nel tempo -, quando in Bulgaria scoppia un'insurrezione. Essa è, nel suo modus operandi, nella sua genesi e nei suoi capi, una tipica insurrezione ottocentesca: pensata, organizzata e gestita, piuttosto male, da intellettuali, figli di commercianti, insomma da borghesi; proprio come altri borghesi guidavano in Europa occidentale, all'epoca o poco prima, altre insurrezioni in genere nate male e destinate all'insuccesso. Il problema, senza farla lunga, è che la Bulgaria non era e non è in Europa occidentale, e anzi all'epoca si trovava sotto il dominio turco. La reazione fu dunque quella tipica e naturale dell'Impero ottomano, e portò ai consueti massacri, distruzioni di villaggi, ecc., con occasionali impalamenti e altre più complesse atrocità; tutte cose che gli ottomani facevano da quattro secoli in reazione a qualsiasi rivolta.

Ma i tempi, anche da quelle parti contemporaneamente marginali (per l'Europa) e centrali (per i turchi, data la vicinanza della Bulgaria a Costantinopoli e l'importanza che essa rivestiva per l'impero), stavano cambiando. Stavolta la presenza di diplomatici intoccabili e di giornalisti/avventurieri pronti a scrivere reportage e testimonianze di prima mano fecero sì che quelle atrocità non si perdessero nell'oblio; esse giunsero invece, dai villaggi bruciati e dalle colline coronate di teschi, alle maggiori capitali europee. I giornali pubblicarono articoli su articoli, del resto attendibili e fondati, riguardo ai massacri; ed esuli bulgari più o meno ben informati sulla vicenda, o più o meno bulgari, apparvero ovunque a riscuotere la simpatia degli europei.

La prima guerra umanitaria fu una febbre che bruciò il continente nel volgere di pochi mesi. La ribellione scoppiò ad aprile e già a maggio era domata; a luglio, tuttavia, arrivarono in Bulgaria i diplomatici inglesi e statunitensi incaricati di indagare sulla repressione (il console americano, per la verità, era lì solo per controbilanciare il probabile pregiudizio turcofilo del legato inglese), con giornalisti al seguito. Prima della fine dell'estate i giornali erano pieni di pezzi sulla vicenda e le piazze ribollivano di indignazione. Già a settembre l'ex e futuro premier dell'Impero britannico, William Gladstone, diede alle stampe un pamphlet sugli orrori bulgari, in cui si denunciava il governo inglese dell'epoca come complice e omertoso sui misfatti turchi. Seguirono una sfortunata avventura bellica serbo-montenegrina e un tentativo di risolvere la questione diplomaticamente; ma i turchi, forse pensando che Londra li avrebbe di nuovo coperti, non presero la cosa troppo sul serio. E invece nel 1877, vista la poca volontà della Porta di concedere una resa politica e ottenuto l'appoggio di tutta l'intellettualità interna ed europea (da Dostoevskij a Darwin a Victor Hugo, in pochi non colsero l'occasione di esporsi pubblicamente per i bulgari), la Russia entrò in guerra sul fronte balcanico.

Man mano tuttavia che le armate zariste, nonostante la resistenza ottomana e le gravi difficoltà logistiche, si avvicinavano a Costantinopoli, la febbre europea, almeno nelle cancellerie, si attenuava; e quando le ultime difese erano superate e la città si stendeva quasi inerme di fronte ai soldati ortodossi, la flotta britannica ritrovò il suo usuale stato di salute e si schierò a difesa dei turchi, ottenendo la fine della guerra e la salvezza dell'impero.

Finiva così, con un esercito vittorioso fermato a pochi chilometri dall'entrata trionfale e sanguinaria nella capitale del nemico, la prima guerra cominciata come umanitaria. Essa, mossa per vendicare gli innocenti bulgari massacrati e per liberare i vivi, era costata comunque migliaia o decine di migliaia di vittime civili, aveva causato massacri di civili da parte di tutti gli eserciti e le milizie coinvolte (anche da parte dei russi vendicatori e perfino dei bulgari massacrati) e avrebbe portato all'esodo di altre decine o centinaia di migliaia di musulmani dalla Bulgaria liberata e ristabilita. Con la Bulgaria (per la verità ancora divisa, per qualche anno, e sotto la teorica ma lasca autorità ottomana) rinascevano ufficialmente le già semi-indipendenti Serbia e Romania, mentre si riconosceva il Montenegro. In sostanza, gli stati-nazione e il nazionalismo si imponevano nei Balcani, che tanto a lungo li avevano ignorati; sarebbe disonesto non rilevare il legame fra questo fatto, certe guerre avvenute fra 1912 e 1913 e anche, se vogliamo, una certa visita a Sarajevo nell'estate del 1914.

D'altra parte, l'Impero ottomano sopravvissuto - grazie alla realpolitik britannica - non avrebbe utilizzato quell'insperata proroga per sanare i propri difetti e placare i lamenti dei suoi popoli; al contrario, i pochi decenni rimasti all'Impero turco saranno in buona parte occupati da violenze crescenti e oppressioni sempre più odiose, e i trenta o cinquantamila bulgari soppressi nel 1876 perché vicini alla ribellione diverranno nel 1915 il milione e mezzo di armeni eliminati in quanto passibili di rivoltarsi. Ossia, in breve, in quanto armeni.

Le guerre umanitarie, per ricollegarci a quanto detto all'inizio, sono rimaste da allora un fenomeno ricorrente e abbastanza uguale a se stesso. Se fossero una scultura o un'idea platonica, esse apparirebbero come creature dal corpo umano, umano e sofferente come il nostro, perché è vero che il Male esiste, si manifesta, e che ovunque andrebbe fermato; dalla testa di leone, perché solo il più forte è in grado di recidere il male, anche se i morsi del leone non hanno precisione chirurgica e staccano carne un po' a caso, e in fondo anche di queste ferite benevole si può morire; e lunga coda di serpente, con sonagli incantatori, perché anche una causa umanitaria può essere, e spesso è stata, il pretesto per compiere o quantomeno prolungare un arbitrio. Ma forse, come tutti i mostri che abbiamo incubato e messo su questa terra, anche questa chimera è una creatura umana e in sostanza ci raffigura: rappresentando, io credo, il sogno umano di cancellare il Male dalla terra e la prassi, anch'essa umanissima, di utilizzare un male, magari più piccolo o sulle prime circoscritto, per guadagnare potere, forza e posizioni su altri uomini.

- Se i giapponesi avessero invaso l'America - dissi - e si fossero comportati con le vostre donne come voi vi comportate con le nostre, che cosa direste, Mrs. Flat?

- Ma noi non siamo giapponesi! - esclamò il Colonnello Brand.

- I giapponesi sono uomini di colore - disse Mrs. Flat.

- Per i popoli vinti - dissi - tutti i vincitori sono uomini di colore.

Curzio Malaparte, "La pelle".

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