Paura, delirio e nazismo in Europa

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Tommaso Giancarli

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Ciò che muove il tedesco alla crudeltà, agli atti più freddamente, più metodicamente, più scientificamente crudeli, è la paura. La paura degli oppressi, degli inermi, dei deboli, dei malati, la paura dei vecchi, delle donne, dei bambini, la paura degli ebrei. (…) La misteriosa nobiltà degli oppressi, dei malati, dei deboli, degli inermi, dei vecchi, delle donne, dei bambini, il tedesco l’avverte, la sente, l’invidia e la teme, forse più d’ogni altro popolo d’Europa. E ne prende vendetta. V’è una sorta d’agognata umiliazione nell’arroganza e nella brutalità del tedesco, un profondo sogno di autodenigrazione nella sua spietata crudeltà, un furor di abiezione nella sua misteriosa «paura».

Curzio Malaparte, "Kaputt"

Il nazismo è stato, fondamentalmente, un’idea semplice, nascosta dietro un’ideologia raccogliticcia e a volte perfino contraddittoria e dietro rituali e cerimoniali complicati: l’idea è quella di poter individuare tutto il male e, come tale, sterminarlo. Ovviamente, siccome il male è una categoria filosofica, per acciuffarlo e sterminarlo bisognava individuare le categorie umane che ne fossero portatrici: il che, come noto, fu fatto con un certo zelo e con discreta precisione. Benché, come in tutte le ideologie realizzate e messe in pratica, ci fosse un certo scarto tra teoria e realtà, il che spiega la permanenza e la sopravvivenza parziale di certe categorie, il nazismo è noto e spicca tutt’ora per l’efficienza con cui mise a morte chi aveva deciso di uccidere. Paradossalmente, è per questa disumana efficienza nel distruggere il male - per come lo vedevano e individuavano i nazisti - che Hitler e i suoi seguaci sono diventati oggi, a buon diritto, il simbolo del Male assoluto.
Come si distingue il Male? In questo, fino a un certo punto, non c’è differenza fra la definizione nazista, quella di senso comune, e quella che ne diamo noi oggi. Il male è ciò che vogliamo evitare, ciò che, in sostanza, ci fa paura; o meglio: ciò che ci fa moltissima paura e che consideriamo minaccioso e, per così dire, contagioso. Una differenza fra noi e il nazismo, o meglio le persone all’epoca del nazismo, quelle che ne sposarono l’ideologia o quantomeno la pratica, sta certamente nel non considerare più come temibili e minacciose certe cose che per loro, evidentemente, lo erano: nessuno al giorno d’oggi sarebbe così terrorizzato dagli ebrei da proporne l’espulsione o lo sterminio, e lo stesso si può dire per gli omosessuali o per i minorati mentali e fisici (quanto agli zingari e a certi tipi di slavi, forse dire “nessuno” sarebbe un segno di eccessivo ottimismo).
Ma la differenza maggiore fra i nostri tempi e quegli altri sta in realtà in altro: in una maggiore complessità, perché non è la paura in sé a spingere agli stermini, ma è il momento in cui la paura si lascia governare da chi propone le vie più semplici, più comode, anche quando sono brutali. Noi oggi abbiamo dei privilegi, figli di una pace lunga e di una relativa prosperità: le paure, che pure abbiamo, non ci paiono urgenti, per quanto vogliamo figurarcele nere e orribili; e di conseguenza le minacce che ne deriverebbero non sono incombenti. La nostra tranquillità economica ci ha regalato tempo, e il tempo ci ha portato saggezza o almeno buon senso.
Può essere però che un giorno le cose cambino, e che la tranquillità che finora ci ha coperto evapori. Quel giorno ci rimarranno le paure, perché restano sempre; non per questo saremo nazisti, perché sarebbero altri tempi e diverse le paure, ma forse ci troveremo con la tentazione di risolverle con la ricetta più semplice (che non sarà per forza uno sterminio; ci sono tanti modi di allontanare o tener lontani, o quantomeno rendere invisibili, coloro che temiamo). Allora dovremo ricordare che il problema grosso con il Male, almeno quello incarnato da umani, quello che esiste nella realtà, è che è sempre relativo; e quando avremo cacciato ciò che ci fa paura ed è esterno a noi, resterà tutto ciò che è interno a noi stessi e che comunque temiamo. Quel giorno ci troveremo, pur non essendo nazisti, di fronte allo stesso dilemma di chi aveva fucilato, impiccato o gettato nei lager tutto quello che non gli piaceva: dovremo terminarci o tradirci. In entrambi i casi non sarà la paura a cambiarci (è un sentimento umano e, in tante occasioni, anche utile e prudente); sarà non aver saputo affrontare, senza smettere di tremare, tutto quello che non ci piace, non capiamo, e che ci sembra minaccioso. O, meglio, le manifestazioni umane e personali di tutto questo.

(…) la voce con la quale a Soroca, sul Dniester, mi diceva: «Wir siegen unsern Tod, noi vinciamo la nostra morte». E voleva dire che l’ultimo, il supremo alloro delle vittorie tedesce, sarebbe stata la morte del popolo germanico, che la nazione tedesca, con le sue vittorie, avrebbe conquistato la propria morte. Quella mattina guardava sorridendo la colonna di carri armati aprirsi a ventaglio sulla pianura di Kiew: sul margine di quell’incisione di Dürer era scritto con antichi caratteri gotici: «Wir siegen unsern Tod».

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