Via gli algoritmi dal gioco, torniamo a divertirci

Sarebbe folle fermare i progressi dell’AI. Ma non dimentichiamoci mai che si gioca per giocare e per divertirsi anche contro un computer

Ernesto Ciorra

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Il leggendario campione di scacchi americano, Bobby Fischer, anni dopo il suo ritiro dai tornei, disse: "Gli scacchi sono morti, li hanno uccisi i computer". Quel gioco meraviglioso, antichissimo, di origine indiana, in cui per secoli si erano sfidati giocatori di ogni sorta: metodici, folli, ubriaconi, spericolati che lanciavano attacchi come offensive di cavalleria, oppure temporeggiatori che pazientemente accumulavano piccoli vantaggi, era defunto.

La sentenza di Fischer fu confermata quando il campione Kasparov venne sconfitto dal computer Deep Blue della IBM. Era il maggio 1997, e la creatività umana, negli scacchi, cedette il passo all’algoritmo. Fischer addirittura inventò una sua variante degli scacchi, il Fischerandom Chess , introducendo elementi di casualità nel gioco per aggirare lo spietato algoritmo. Aveva capito che il bello degli scacchi non era vincere, ma il gioco stesso, impostare tattiche e strategie che potevano funzionare o anche fallire e, soprattutto, la sua imprevedibilità.

Dalla sconfitta di Kasparov contro Deep Blue, per l’uomo è stata una disfatta: non c’è gioco – dama, go… - in cui l’intelligenza artificiale non abbia infine avuto la meglio. Nel gennaio dello scorso anno, anche il poker, nella sua variante Texas hold’em, ha capitolato: il software Libratus programmato da due ricercatori della Carnegie Mellon University, al Rivers Casino di Pittsburgh, in migliaia di partite ha sbaragliato un nutrito gruppo di pokeristi professionisti umani.

A differenza che con gli scacchi, stavolta in un certo senso i pokeristi umani se la sono cercata. Perché già da molti anni, nei tornei non si affrontano pokeristi che fanno affidamento sul loro sesto senso, sull’intuizione psicologica, sul carisma nel bluffare, insomma tutte quelle risorse che associamo al pokerista “romantico”. Macché. Sono in realtà dei matematici, studiosi della teoria dei giochi e del calcolo delle probabilità che, in base alle carte che hanno in mano, calcolano (mentalmente) un range obbligato di giocate. Oggi, se parli a un pokerista professionista di fantasia, di ispirazione al tavolo verde, di psicologia, quello si fa una bella risata. Ma quale fantasia e ispirazione: è una semplice – si fa per dire – questione di numeri! E tutti i pokeristi professionisti, oggi, usano potenti computer e i software più aggiornati per trovare giocate sempre più esatte, e sempre più limitative della loro creatività.

Dunque, la marcia trionfale dell’intelligenza artificiale anche nel campo di un gioco pieno di indeterminatezze (e quindi di problemi per l’algoritmo) come il poker, in un certo senso suona come un campanello d’allarme per l’uomo, nel suo rapporto con i giochi. D’accordo, il computer vincerà sempre. Ma aveva ragione Fischer: il prezzo da pagare è la morte di quel gioco. Un gioco dove la volontà umana non conta più nulla, perché è predeterminata dall’algoritmo, non è più un gioco, ma un esercizio meccanico. Persino uno scienziato, quando fa un esperimento, nonostante tutta la matematica e i modelli computerizzati di cui fa uso per prepararlo, attende con ansia il risultato, incerto se scoprirà una nuova legge o farà un buco nell’acqua.
I fisici teorici usano la fantasia, l’intuizione, per elaborare i loro modelli dell’universo.

Perché allora abbiamo permesso all’intelligenza artificiale di toglierci il gusto di giocare? Sarebbe folle e impossibile fermare i progressi dell’AI, che sta aprendo una nuova rivoluzione tecnologica dalla portata imprevedibile. Ma non dimentichiamoci mai che non si gioca per vincere, si gioca per giocare e per divertirsi, magari anche contro un computer.

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