Come far tacere il nostro critico interiore

I rimproveri silenziosi che rivolgiamo a noi stessi vanno ascoltati, ma fino a che punto? Non devono impedirci di fare il passo successivo

donna con arco

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Ernesto Ciorra

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Spesso mi sono interrogato sul senso e la funzione dell’autocritica. Il nostro critico interiore è un alleato o un nemico? Voglio condividere con i lettori alcune riflessioni personali sul tema, senza pretendere che valgano per tutti. Per strano che possa sembrare, l’esperienza che a volte facciamo di sentirci i nostri peggiori nemici, come spiega un articolo di Psychology Today, è propria di molte persone. Confrontarsi con gli altri e uscirne spesso perdenti, colpevolizzarsi senza possibilità di riscatto dopo un errore, credere che altri avrebbero svolto il nostro lavoro molto meglio di noi, sono comportamenti nient’affatto isolati, e che hanno un minimo comune denominatore: un eccesso di autocritica.

Ma quand’è che l’autocritica, che è un esercizio di per sé salutare, diventa eccessiva? Ci sono tanti segnali, ma possiamo individuarne uno essenziale: proprio come le personalità egocentriche, anche coloro che si trasformano nei propri peggiori nemici sono costantemente presi da se stessi. Se sbaglio, è un errore imperdonabile perché tutti erano lì a osservare proprio il mio sbaglio, e a deriderlo. Il critico interiore, da questo punto di vista, non è che un portavoce dell’immaginaria folla che ci segue, pronta a giudicarci con severità. Nella realtà questa folla sono gruppi determinati di persone, tra le quali alcune poco interessate ai nostri errori come ai nostri successi.

E allora, non è meglio distogliere l’attenzione dal soggetto che agisce – cioè da noi stessi – per concentrarci sull’oggetto dell’azione, su ciò che vogliamo o dobbiamo fare? Invece di insistere ad autovalutarsi, focalizzarsi sul compito. Questo è il primo passo per tacitare il critico interiore, quando diventa molesto. Il grande direttore d’orchestra austriaco Herbert von Karajan, un uomo che seppe dominare il suo critico interiore fornendo interpretazioni musicali di incomparabile bellezza e autorevolezza, seguace del Buddhismo Zen, amava raccontare la parabola del bravo arciere: il bravo arciere non è colui che, imparando l’arte dell’arco e criticandosi a ogni errore, alla fine riesce a scagliare la freccia al bersaglio; il bravo arciere è colui che, mettendosi completamente da parte, lascia che sia la freccia a fare centro.

Noi siamo abituati a pensare che l’autocritica sia il passaggio obbligato verso un risultato eccellente, ma per molte culture e filosofie, che prima della nostra hanno visto i pericoli di un “grillo parlante” che ci riprende continuamente, le continue bacchettate non fanno che, da un lato, accrescere il proprio ego, e dall’altro, infiacchirlo.

Rara è la saggezza di chi, con l’autocritica, si è sbarazzato anche del proprio ego. Ma guardare al compito che ci aspetta, al suo senso per la nostra vita, più che a noi stessi, può essere un buon modo per avvicinarci a quell’ideale. Un altro metodo può essere quello di accantonare non tutti noi stessi, ma il nostro individualismo. Normalmente quando ci critichiamo, infatti, non ci critichiamo in quanto uomini, ma in quanto singoli ben precisi. Ma proviamo a sentirci parte della specie umana, con la sua debolezza ma anche la sua forza, i suoi abbagli e la sua intelligenza. Come diceva il filosofo Pascal, l’uomo è una canna, che un colpo di vento può piegare (e quindi tutti possono sbagliare) ma è una canna che pensa!

Se scriviamo un libro impegnativo, se lavoriamo a un progetto difficile, se dobbiamo superare un esame ostico, se ci dobbiamo misurare con avversari agguerriti, non ci abbattiamo: pensiamo di avere in noi stessi, per natura, tutte le qualità che hanno reso unica la specie umana: in primo luogo, il raziocinio.

In questo modo al nostro critico interiore, che ama deprimerci con passioni come la sfiducia, l’odio di sé, l’assolutismo del tutto o niente, potremo opporre la misura e il distacco della ragione e l'amore verso noi stessi ed il prossimo.

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