... Non tutte le favole finiscono a lieto fine ... ma forse vale la pena provarci!

Tutti noi vorremmo che un percorso psicologico con un professionista (o un percorso self-help) avessero sempre successo ... ma a volte intervengono quei fottuti sabotatori ...

Matteo Marini

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In realtà le fiabe originali non avrebbero sempre il lieto fine.

Un processo inesorabile di edulcorazione chiude il sipario con la principessa intenta a limonare con principe … ma questa nuova tipologia di finale probabilmente indurrebbe i fratelli Grimm a presentarsi a Disney Land armati con una testata nucleare.

Ultimatamente mi è stata posta una domanda con una certa frequenza: i percorsi psicologici si concludono sempre con un lieto fine? I sintomi regrediscono mentre le problematiche psicologiche che impattano sulla qualità della vita degli individui svaniscono nel nulla? …  Insomma … Tutti pronti per  appolparsi al principe come se fosse un palo di pole dance?

Mi verrebbe da rispondere che un arto fratturato, una volta ingessato, con ogni probabilità guarirà (prima o poi). Per quanto riguarda il nostro cervello invece la situazione si complica un po’.

Una volta in aula ho raccontato questa barzelletta: “quanti psicologi ci vogliono per cambiare una lampadina? … beh … ne basta uno, ma lei lo deve volere

La reazione fu tiepida, nessune rise ed io mi senti un po’ un bischero per aver raccontato una barzelletta che, per i non addetti ai lavori, può sembrare un po’ ermetica. Il successo di un percorso infatti è determinato da una moltitudine di fattori, ne elenco solo qualcuno: il supporto di persone care, la presenza o meno di figure genitoriali solide nell’infanzia, i traumi subiti, la genetica, l’utilizzo di sostanze, la presenza di malattie ecc. 

Fra tutti i fattori uno spicca in particolar modo, come riporta la barzelletta ermetica: la motivazione. Molti sussulteranno “spendo un fottio di soldi per la terapia e dovrei non essere motivato?”. Capisco la perplessità, ma in certi casi ho notato che i poderosi meccanismi di autoguarigione che il nostro cervello mette in campo a volte vengono letteralmente sabotati dallo stesso utente in terapia.

Il giallo si infittisce: perché cazzo dovrei lavorare contro me stesso al fine di stare peggio? Spendo fatica (e soldi) per quale di motivo allora?   

Le motivazioni possono essere molteplici,  nella mia esperienza quelle che sono emerse con maggiore frequenza sono le seguenti: identità e vantaggi secondari.

Oggi parlerò di quest’ultima: i vantaggi secondari. Probabilmente scaglierete il pc a terra nel leggere ciò … ma anche le psicopatologie presentano dei vantaggi. “cazzo, ma io soffro! Che vantaggio potrei mai avere?”

A volte che lo vogliamo ammettere o meno una specifica psicopatologia presenta aspetti positivi. Nella mia esperienza potrei riportare l’esperienza di Katia, che sviluppò una gravissima agorafobia che le impediva di uscire da sola. Il Marito era costretto quindi ad accompagnarla ovunque. Emerse nel percorso terapeutico la paura di essere abbandonata dal marito, e quindi la malattia era funzionale al fine di evitare un distacco.

Marco invece, dopo aver perso il lavoro, entrò in una depressione profonda che non rispondeva a nessuna terapia o farmaco. Nel suo caso emerse che anche solo l’idea di prendersi delle responsabilità lo mandava nei pazzi. La depressione che lo costringeva a casa in questo caso lo proteggeva dalla paura di rimettersi in gioco.

Negli esempi riportati il disagio era quindi funzionale al raggiungimento di determinati obiettivi. In altre parole presentava (anche) dei vantaggi. A volte le fiabe quindi finiscono a scatafascio (per la gioia dei Fratelli Grimm) proprio perché il soggetto in questione sabota il suo stesso percorso terapeutico!

Risulta ovvio che non è un sabotaggio funzionale al benessere della persona!   

Ovviamente qualsiasi patologia è lungi dall’essere desiderabile … per chiunque! I vantaggi secondari sul piatto della bilancia a volte hanno tuttavia un peso rilevante … e quindi hanno il potere di sabotare o rallentare il processo terapeutico. Il soggetto in questione a volte sospende la terapia o a volte la prosegue … ma senza nessun beneficio.

Ovviamente il processo di sabotaggio non è su un livello di piena consapevolezza, ed il suo essere subdolo a volte lo rende capace di mandare a puttane sia percorsi terapeutici ma (aimè) anche le favole della nostra vita quotidiana. A quali favole mi riferisco? A quelle nelle quali dovremmo mettere in crisi schemi  (forse utili e funzionali nella preistoria della nostra vita) ma adesso totalmente tossici. I vantaggi secondari a volte promuovono una resistenza al cambiamento molto forte che ci impedisce di evolvere nella nostra vita … un vero peccato se ci pensiamo bene.

Una richiesta (ovviamente scomodissima) che vi propongo quindi di porre a voi stessi è quella di non concentrarvi subito sul disagio che vi genera un determinato comportamento o atteggiamento … (questo già lo fate!). Vi chiedo piuttosto di domandarvi quali benefici vi procura la situazione in questione … cercate bene! … benissimo!

Sicuri di non aver trovato niente?    

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