Vado (Forse)

Un biglietto in mano per andare a New York e la paura di viaggiare per la prima volta senza i figli. Un dialogo interno combattuto e una decisione presa. Forse.

New York

Mercedes Viola

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Era gennaio quando sotto i 40 gradi umidi della fin del mondo e colta da un raptus emancipante, ho prenotato due biglietti, per me e una mia amica, con destinazione New York (New York), data: maggio. 

E fintanto maggio era lontano sono stata tranquilla, a momenti anche entusiasta. Ho preso la guida Lonely Planet  con i percorsi d’Autore, e ho girato tutta Manhattan a cavallo del mio cursore su google maps, pensando alla frase che i miei strutturi di PNL ripetevano sempre e che (colgo l’occasione per confessarvelo) non ho mai capito: “La mappa non è il territorio”. 

Mi sentivo un conquistatore da tastiera. Ho studiato la distanza dall’aeroporto all’appartamento e i mezzi per arrivarci, posso dirvi la programmazione di Brodway, gli orari dei musei, e dove trovare i migliori noodles e il miglior mojito.

L’idea di viaggiare da sola dall’altra parte del mondo mi inebriò fino a marzo. Da lì in poi mi sono sdoppiata ed è un mese e mezzo che convivo con questo dialogo interno (ahimè per il socio familiari e amici, anche esterno) continuo, insopportabile, tra queste due parti di me opposte l’una a l’altra come Il Toro a La Bambina senza paura.

Tutto iniziò una sera nella quale tra una commissione, un aperitivo con due amiche, una pizza e una riunione di classe di mia figlia di mezzo, sono stata fuori di casa da sola per più di sei ore. Il “vado non vado” si era già insinuato, e quella sera arrivata a casa ho detto al socio: - Non vado, è deciso. Il mio posto è qui, le bambine sono ancora piccole, se il mio aereo precipita cosa ne sarà di loro?. Lo so, tutto può succedere anche stando qui, ma perché andare a cercarmela? Per piacere? Per scoprire il mondo?. Il mondo è come i libri, sai quanti libri non riuscirò a leggere prima di morire? Pazienza. - Il ragionamento non faceva una piega. Si vede che quelle sei ore avevano creato una specie di sindrome di astinenza oppure avevano momentaneamente appagato il mio bisogno di aria. 

Il giorno dopo e venuto fuori questo sole di primavera che rende tutto bello e semplice, e l’allegria per la decisione presa si è trasformata in rabbia. 

- E’ come seguire i consigli dell’amico pauroso o i divieti del fidanzato geloso. Cose che non ho mai fatto. Perché dovrei iniziare ora? -

- Beh, non puoi mettere me, la tua nobile voce della coscienza adulta, alla pari di amici paurosi e fidanzati gelosi; io sono quella che protegge i tuoi figli e te stessa da un’idea erronea di libertà, la libertà è interiore. -

- Ma pensa, libertà interiore. Dai, dimmi anche che posso allargare la cucina e le hai dette tutte, ma chi ti ha tirato su, a te? -

- E a te invece, così mondana? -

- Lo sono sempre stata, altrimenti non saresti qui. Se fosse per la tua curiosità non saremmo mai uscite dalla pancia -

- Certo, e tu sei tanto spigliata che ora cinque giorni a New York senza i figli ti mandano in black out cerebrale. Vai a cucinare, Giovana d’Arco, va’. -

E così sono andata avanti in una discussione costante con me stessa, intanto preparavo colazioni, pranzi, portavo a scuola, facevo ceretta, ripescavo a scuola, portavo a danza, leggevo Carver, facevo la spesa, andavo a tip tap, chiamavo mia madre, chiedevo proroga di due giorni a mia figlia per rispondere  a come, specificamente, arriva il seme nella pancia, ma potevo invece dirle subito che sì, la fata dei denti sono io, pure il coniglio di pasqua babbo natale e il capro espiatorio di tutti i suoi traumi futuri. Mi sono data spigolate  accidentalmente in testa, sulle gambe, e mi sono chiusa la portiera della macchina in faccia.

A seconda di chi prevalesse, chiamavo diversi amici. Quando volevo andare ho chiamato tutti quelli che “VAI. Non ci pensare nemmeno una volta. E se muori, dici? Perchè, tu credi che qualcuno possa fuggire alla propria morte spostandosi per il mondo? Non funziona così, baby.” E nei giorni in cui non volevo andare, non avevo chi chiamare, potevo solo richiamare i più moderati ed esporre i miei cervellotici ragionamenti finche mi dicevano “Certo, se ti fa stare così male, rimani, puoi sempre andare in un altro momentoi”. Poveri tutti, vi voglio bene. 

Il socio, dopo essere stato accusato di volermi lontana se mi appoggiava ad andare, o di volermi ai fornelli se mi appoggiava quando volevo restare,  si è tirato completamente fuori dai giochi, e se la sera quando torna mi vede dubitare mi offre un prosecco, ride, canticchia “Should I stay or should I go” e se la gode da spettatore.

Le bambine invece mi spronano ad andare dandomi tutte le rassicurazioni possibili. Si vede che a loro quelle sei ore non sono bastate.

La Francy, che ora è là, mi ha mandato le foto che accompagnano queste parole e mi  convincono che anche là il sole sorge e tramonta ogni giorno. Grazie Francy.

Così alla fine mi sono decisa: vado (forse). 

E’ vero, Trump con le bombe, i cinesi e la terza guerra mondiale non ci volevano, ma ormai il fatalismo ha preso il sopravvento e mentre discutevano se spostarla o meno perchè toglieva forza al messaggio dell'opera che la precedeva, c’è chi ha visto la bambina ridere seduta sopra il toro, aggrappata alle sue corna, volando tra i grattacieli. 


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