Un giorno a digiuno

E' il braccio di ferro più stupido che abbia mai visto.

Il paese di Cuccagna

Mercedes Viola

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Mate amaro a stomaco vuoto: coca per il cervello, acido muriatico per l’intestino. Però mi tiene compagnia  e mantiene occupati mani e bocca, e questo è stato di aiuto nel mio primo (e ultimo) giorno di digiuno della mia vita. 

Ho messo piede dentro il paesaggio della quarantenne che vede rallentare drammaticamente il suo metabolismo e non vuole sminuire l’apporto calorico né incrementare l’attività fisica sportiva; e che, come se questo non bastasse, si trova anche a dover rivivere una situazione ormonale da prima adolescenza, con sindromi pre-mestruali degne da un romanzo di Robert Bloch. 

I quaranta sembrano l’adolescenza della vecchiaia. La pelle del collo e del dorso delle mani si assottiglia ma ancora tiene, ed e priva di macchie che arriveranno insieme agli occhialini per leggere, la tinta mensile, e le palline per la ginnastica del perineo, sulla quale ci racconteremo esilaranti storie il mercoledì dal vinnaio, dove ormai beviamo solo vino  buono, non perché il palato si sia raffinato ma perché il fegato non regge. Salutiamo come regine girando solo il palmo della mano e mangiamo sciatto pur di non dover agitare la saliera.

E’ il momento di una di resa dei conti parziale: cosa ho fatto fino ad oggi? Voglio continuare a fare le stesse cose o voglio postularmi come parte dell’equipaggio per il prossimo viaggio su Marte? E così c’è chi inizia a suonare uno strumento, chi cerca una religione nuova, chi cambia modo di vestire, pettinatura, marito, lavoro. Chi decide che è ora di fare un figlio, e chi di non farne più.

I motori di ricerca sparano titoli come “La magia della donna a quarant’anni” (chi l’ha scritto non sa che non si tratta di magia,  semplicemente buttiamo le cose degli altri quando non sono a casa) “Come cambia il sesso” “Il dress code perfetto” “Motivi per preferirla a una donna più giovane” (coincidono con quelli per lasciarla) fino a, come no, “La dieta della quarantenne” a base di acqua carciofi e bacche di goji. Da lì al digiuno il passo è corto.

Ho iniziato allora la ricerca di articoli che parlassero sui benefici del digiuno, e ho letto fino a quando sono arrivata al punto di chiedermi come mai il mondo intero non fosse a digiuno. Ho immaginato milioni di persone sorridenti, luminose, con dei colon rosei da neonati e un sistema cellulare che non fa che rinnovarsi all’impazzata, e l’ho iniziato. 

Sei del mattino: due bicchieri d’acqua e limone e poi via, il primo succo bio spremuto a freddo da un vegano con la mano sinistra in una notte di luna piena. Scalzo. E contento. Un succo di colore verde e sapore di sedano e finocchio che fa venir voglia di fumare (mistero). 

In quel momento, con le papille gustative sottoposte ad un profondo disaggio e l’anima che si leccava il ricordo di un cioccolato al latte consolatorio, sono partita con la contro ricerca: articoli che parlassero sugli effetti negativi, o meglio: devastanti, del digiuno. 

Risulta che al terzo succo della giornata, oltre ad avere freddo sonno tristezza e fame,  in base alla mia ricerca avrei anche compromesso il mio metabolismo e squilibrato il sistema ormonale (che già con una dieta onnivora mi rende pericolosa), nonché dato un cattivo esempio ai figli e uno schiaffo alla parte della popolazione mondiale che digiuna perché non ha scelta.

C’erano motivazioni mediche, morali, politiche e colpevolizzanti per smettere subito e riprendere a mangiare normalmente. Ma ero a braccio di ferro con me stessa. Braccio di ferro molto difficile, perché avendo le uniche braccia a disposizione impegnate, appunto, nel braccio di ferro, non c’è modo di aggrapparsi al tavolo per darsi forza e non si ha la possibilità di guardare negli occhi l’avversario per intimorirlo o per farlo ridere.

La giornata di digiuno è finita con successo, quindi “me” ha perso e “me stessa” ha vinto, o viceversa, e andando a letto non sapevo se ero contenta o no. 

E’ il braccio di ferro più stupido che abbia mai visto. 

Il giorno dopo ho fatto colazione, ho versato il caffè nero e amaro nella mia tazza preferita, e con lussuriosa goduria ho spalmato il burro salato sul pane, come quando ero piccola, come farò da vecchia, e in segnale di pace ho fatto uno per me e un’altro per me stessa.


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