Un gatto al guinzaglio

Una passeggiata, lontano dalla città, per ritrovare in sogno un paese interiore, con una bella piazza e un gatto al guinzaglio

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Mercedes Viola

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Qualche giorno fa ho lasciato casa mia a Milano per le colline laziali, dove l’eccesso di ossigeno e di verde, complice una rete wi-fi intermittente come luci di natale, mi hanno tenuta lontana dalle tastiere. Ma questa notte ho fatto un sogno che vi volevo raccontare.

Ero a casa mia (anche se non era proprio casa mia, sapete come sono i sogni) ma all’improvviso era vuota, e un amico, amante d’imprese controcorrenti e vicine alla natura, costruiva una torre con assi di legno e l’arredava.

All’ultimo di cinque piani c’era il mio salotto, dove aveva messo un divano a dondolo con dei cuscini foderati di rosso a quadrettoni. Io mi ci sedevo sopra e dondolavo felice, ma la struttura della torre era aperta, senza muri, e quando dondolavo le travi miagolavano. Non sembrava molto solida.

I bambini giocavano attorno senza pensieri, e tra le loro risate pensavo nel sogno: dovrei avere paura pur sentendomi felice? Questo miagolio sarà normale o devo prendere i bambini e correre al riparo?

Mi sono svegliata con addosso una sensazione di domanda senza risposta.

Siamo andati in paese a prendere il caffè al bar della piazza, e seduta al tavolino ho pensato alla bellezza dei paesi con piazze arredate di panchine e fiori, cartelli di sagre,  l’ufficio postale, la fruttivendola che vende le cose del proprio orto “dove non ci sono domeniche, cara signora” e ci consiglia il macellaio che vende la carne buona “tanto è buona che pure mia figlia che non ama la carne la riesce a mangiare”.

E il pescivendolo che ci convince di prendere il pesce del lago “perché questo è buono, se ci piace, e se non ci piace: no, certamente” e lascia il suo telefonino sulla terra dentro il vaso della pianta all’ingresso, perché per parlare c’è sua moglie, che pulisce il pesce, e ha una sedia per gli ospiti, in quel momento occupata dal proprietario e cassiere del piccolo supermercato.

E nel supermercato ci sono tre donne che conversano, una vede dondolare un cartellino di offerte appeso al soffitto e dice “ho sentito un boato”, “ma va, stai tranquilla!” dice un'altra “non è il terremoto”, e con dissimulata diffidenza continuano a parlare sorvegliando i cartellini con la coda dell’occhio.

E poi c’è l’edicola, il vinaio, la questura con carabinieri che dicono “buongiorno” sorridendo quando li incroci per strada, il panettiere che lunedì fa i pici, giovedì gli gnocchi, e sabato pici e gnocchi. C’è la chiesa, l’estetista, e la farmacia, luoghi dove si va per tentare di sentirsi a posto. Ci sono i vicoli con i panni stessi al sole: lenzuola, mutandoni bianchi grandi, e in una casa vestiti di bebè. E c’è il profumo di ragù misto al rumore del telegiornale che esce come pozione magica dalle finestre.

Tornando con la spesa verso la macchina, troviamo un gatto adagiato in posa regale su un cuscino sopra una panchina alla quale era legato il suo guinzaglio. E ho pensato che, come dicono i findelmondani “Sicuro è finito in galera”, tanto vale fidarsi degli amici e fare amicizia con noi stessi, ricostruirsi dal nulla liberandoci dei muri, e dondolare gioiosi in una struttura regale che miagola, con lo sguardo lontano e il cuore al guinzaglio delle origini. Vicino ai bambini e alle loro risate, senza pensare che crolleremmo ma tenendo a bada i cartellini con la coda dell’occhio. Lasciare i telefonini dentro i vasi e invitare i vicini polacchi a festeggiare un compleanno, cantare in tutte le lingue una per volta , brindare con buon vino, e camminare per il mondo, un paese alla volta, con una sensazione di domanda senza risposta.

 

 

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