Mercedes Derna Viola

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Sono andata a intervistare l'artista Carlo Dell'Acqua che mi ha accolto come si accoglie un amico. Nella sua casa-studio a Milano ho visto alcune sue opere e abbiamo parlato, delle sue opere e della sua vita. 

Carlo Dell’Acqua rompe, disarma e si disarma, e da lì ricrea, ricostruisce. Digerisce così la perdita, intrinseca all'avere qualsiasi cosa: un piatto, un amico, una teiera, un amore, una madre. Sposta i luoghi assegnati alle presenze come da piccolo si è spostata dentro di lui la montagna dov’è nato.


Dove sei cresciuto e quando hai scoperto la tua vena artistica?


“Sono nato in alta Valtellina, in montagna, già da piccolo disegnavo e mi piaceva nonostante minacciassi di voler fare il chirurgo. Avevo undici anni quando è mancata mia madre e son dovuto andare via, abbandonare quei luoghi. Forse in quel momento la montagna è diventata qualcos’altro. Da essere il luogo fisico dove il tempo scorreva più o meno felicemente come suole nell’infanzia, si è spostato su un piano altro, quello della fantasia, con una temporalità alterata, ferma o addirittura rovesciata, a supporto della nostalgia.

Anni dopo, quando ho deciso di fare l’Accademia (Accademia delle belle arti di Brera) dopo aver fatto il servizio militare, che era obbligatorio, mi sono accorto che quegli aspetti biografici di “alterità alpina”, trovavano ragion d’essere sul piano estetico facevano come da lente su tutto il resto.

Quindi spostare quel mondo lì ed applicarlo ad una dimensione che è più legata all’arte, a un certo punto ho pensato potesse essere interessante. 


Per un periodo ho seguito naturalmente un po’ le mode, scegli i maestri, ti ritrovi a imitarli anche senza volerlo. Ma negli ultimi anni seguire questa traccia autobiografica è diventato un modo di lavorare.  Mostrando o forzando una dimensione che è quella più fisica, meccanica, spesso legata al mondo del lavoro. Una specie di principio di realtà che rimarca il divario  tra la nostra singolarità in rapporto all’immaginario dominante e i suoi modelli di consumo. Un divario tale  da  scoprirci automi tragicomicamente desideranti  nel tentativo di colmarlo.

È dentro queste dimensioni che ho iniziato a manipolare gli oggetti.

Come per questo piatto.(Foto gallery n 8)

Riuscire a dargli una dimensione altra e palesare materialmente che ci ho provato..

Questo per esempio è uno strappo d’affresco, un decoro. (Foto gallery n 11)


L’operazione che ho fatto è quella di esercitare, assecondandola, una specie di volontà di potenza, un ingenuo senso di onnipotenza che vuole ricreare un mondo, un cosmo, con la sua forza di gravità. C’è l’immagine di un decoro, di un fiore, e il desiderio di trasformarlo in una cosa che abbia una dimensione altra, tridimensionale, una specie di Urfiore, che si riattivi, che rompa quella specie di velo che rende tutte le cose uguali sul piano bidimensionale dell’immagine. A parole è facile, farlo un po’ meno. Ho usato la fòrmica dei banchi di scuola, il legno e mi piace l’idea di lasciarlo un po’ grezzo, un po’ andato. 

Questa osservazione, sperimentazione, la applico anche sulla persona, sulla mia persona. Non faccio differenza tra la moka impazzita, il plastico ovattato di casa e la mia testa. Non discrimino tra l’osservatore e l’osservato.

Questa fotografia (Foto gallery n 10) per esempio documenta una specie di istallazione: azienda di promozione turistica della montagna. Dove ora c’è il Museo del 900, prima c’era uno spazio d’arte del Comune per i giovani e mi era stato chiesto di partecipare a una mostra. Al piano terra c’era l’azienda di promozione turistica della Valtellina. Allora dico, io sono Valtellinese, cosa faccio? Ho ricostruito una specie di agenzia turistica con tanto di animali imbalsamati e mi sono fatto fotografare. In questo lavoro ripensandoci ho ritrovato il momento della separazione di cui ti parlavo prima, quando sono andato via, il prima e il dopo, c’era questa doppia dimensione: l’io valligiano, e il tragicomico io villeggiante. Ma quel villeggiante è una maschera, una presa in giro, una irrisione, è il carattere di irrisione negli oggetti che ha un gradiente di verità.”


Siamo sempre sulla logica dello spostamento.


"Per esempio, se tu sei abituato a vedere un impiegato sulle scale tutti i giorni, il signor Rossi, e un giorno vedi che ha un lembo della camicia fuori posto, allora la camicia diventa Una Camicia. Il giorno che è di fuori, la camicia apre uno squarcio, perché ce l’ha fuori? 


Mi piace lo spaventa passeri, la carcassa, il contenitore. Noi siamo, più che contenuto, contenitore. Non ci appartiene neanche tanto, il contenuto. Questa sorta di relativizzazione radicale della realtà è qualcosa che mi preme. Come se volessi trovare un fondamento al netto delle convenzioni formali anche delle discipline che s’interrogano sul senso delle cose. Se uno ha la capacità di prendersi in giro, di esibirsi, si avvicina di più alla possibilità di sapere quello che è."


Nell’errore?

"Assolutamente. Perché tornando alla camicia del signor Rossi, solo nell’errore, nell’incidente, dimostra di essere una camicia, la rinominiamo originalmente, quella parola assume uno spessore che non aveva più.  Quindi non è un errore, apre una breccia sul reale o almeno assume un gradiente di verità superiore. Quell’uomo con quella camicia fuori posto prende corpo, sotto è nudo, magari puzza ha delle cicatrici ma prende oscenamente vita."


Cosa ti ispira?

Guardo le cose e le lascio fluttuare senza un progetto preciso mi faccio suggerire dalle forme che queste “casualmente” prendono nella mia testa. Lascio che la valutazione su cosa fare, non sia solo del Carlo Dell’Acqua che conosco, ascolto altri suggerimenti apparentemente distanti lasciando che stravolgano anche quella che mi sembrava una buona idea.

Forse dietro quest’assenza di progetto si cela un progetto più ampio di sperimentazione e conoscenza che va oltre la mia ambizione artistica. 

Ho sempre avuto una certa curiosità verso la psicanalisi e le sue pratiche, in qualche modo le adotto, per esempio tendo a dare importanza al non detto, al tra le righe, alle forme delle dimenticanze, all’apparente casualità. Ci si scopre trasparenti soprattutto quando si pensa di non esserlo affatto.

Questa modalità influenza anche il mio rapporto con l’arte."



Questo mi fa pensare alla tua opera Tic. (Foto gallery n 3)


"La forma del sintomo veicola un altro contenuto. Tu guardi e il video esercita un’azione su di te. Io da piccolo ho sofferto di questa cosa, avevo un tic e chiudevo gli occhi compulsivamente, questo dà un continuo salto d’immagine come nel video."


E l’opera Il Generatore? (Foto gallery n 9)

"Lei è immobile, passiva sembra subire, diventa una sorta di quadro elettrico. Ricorda la statuaria allegorica con tanto di briglie o guinzagli. Non ci sono cani o cavalli agli estremi, i cavi elettrici generati da lei alimentano una schiera di elettroutensili da cantiere in libera giubilante agitazione.

Con i Circoli di Käthe faccio il percorso inverso. Il falciare ha una funzione precisa, se spostiamo il falciare fuori dal suo naturale contesto ci ritroviamo a vivere una condizione simile a quella degli elettroutensili ridicolmente esposti a una fruizione estetica e anche simbolica. Käthe Kollwitz era la moglie di un medico della mutua nella Germania del primo novecento, nelle sue incisioni c’è un’umanità derelitta, i proletari assistiti dal marito, da lì l’impegno politico nei circoli rivoluzionari, la falce dei contadini poveri incisi da lei diventava arma di rivendicazione, di riscatto.

In entrambi i casi il mio interesse era anche di spostare la dimensione del lavoro manuale, quello di fatica, che sporca per intenderci e che conosco, dentro la vetrina dell’arte.


Parlaci di Oggetti Parziali.


"“Oggetti parziali”, (Foto gallery n 5 e n 8) ho iniziato a chiamarli così perché sono innanzitutto ricostruzioni parziali non complete in vetro o ceramica, poi perché ho trovato una qualche prossimità con gli oggetti parziali di Melanie Klein. Lei osservava come i bambini trattavano oggetti e giocattoli, come manifestavano aggressività distruggendoli e poi tentavano di ripararli amorevolmente, allora lei sosteneva che i giocattoli non erano semplicemente oggetti, ma qualcos’altro. Mi interessa il fatto che un oggetto porti dei contenuti altri.”


Cosa significa per te rompere?

"È un gesto ambivalente che ha una componente violenta con valore distruttivo di scarica gratuita ma anche di conoscenza: solamente quando rompi l’oggetto capisci di che materiale è fatto.  C’è quindi un elemento costruttivo e di scoperta, nella rottura. La ricostruzione poi porta quell’oggetto a essere qualcos’altro. O meglio forse ancor più sé stesso perché dalle fratture ricomposte ne intuisci l’interno, ciò che funziona e preme sotto l’immagine di superficie. L’hardware per capirci."


Come sei arrivato a rompere i piatti Fornasetti?

Barnaba Fornasetti aveva visto il mio lavoro in alcune occasioni e dopo una mia performance a Palazzo Archinto mi ha detto “perchè non vieni a prenderti dei piatti?”. Al momento non capivo ero un po’ perplesso. Poi in un locale a porta Venezia mi disse che lo solleticava l’idea di far incontrare l’immaginario fantastico e figurativo di suo padre Piero con un artista prevalentemente “concettuale” e performativo. Gli dissi che laddove la figurazione ci differenziava ci univa però la dimensione surreale legata al sogno e a una sorta di “metafisica” domestica. Sono arrivati i piatti insieme alle infinite variazioni sul volto di Lina Cavalieri. Un’ossessione che ho fatto a pezzi ma che poi ho restituito rimontando le tracce in cocci di quell’immagine, in una testa stravolta tridimensionalmente ma che conserva la fissità dello sguardo di Lina, con la capacità di scivolare tra l’orrifico, il bello, la maschera funebre." 


L’hai avvisato che li avresti rotti?


“Barnaba aveva visto già cosa riservo alle cose e alle persone. Suo padre aveva già fatto fare di tutto a quella donna, a questo volto, persino da memento mori accostandole un teschio.

Tornando alla richiesta di Barnaba gli ho detto che a me interessavano di più i lati nascosti, oscuri dell’immaginario fornasettiano. Spostare quel volto prendendolo a martellate è stato naturale, forse liberatorio. Liberarlo da una dimensione bidimensionale di pura immagine e ricostruirlo tridimensionalmente.

In autunno ci sarà una mostra dove questa dimensione dell’ossessione, legata allo sguardo e veicolata dai cocci sarà centrale. Mi sto divertendo.”



Lavori anche su delle fotografie?


“Questi due lavori risentono un po’ delle ricerche, degli elementi che mi solleticavano di più, legati alla semiotica, alla linguistica, alla natura del segno, alla possibilità di definire o circoscrivere le cose. 

Allora cosa ho fatto: mi sono messo i guanti da anatomopatologo, ho preso la foto della mia macchina, l’ho incisa con un chiodo fotografandomi mentre lo facevo. (Foto gallery n 15)

Questo aspetto legato al bisogno di verifica nasceva dal constatare che l’obbiettività del mio sguardo era disturbata o falsata da elementi non tanto ottici ma affettivi. Ti puoi fidare di quello che vedi? Quello che vedi c’è? C’è anche per gli altri, o solo per te?


In questo caso (Foto gallery n 6), in un centro culturale a Brescia, ho separato con un vetro due spazi simmetrici, in uno dei quali, quello reso inacessibile dal vetro, ho appeso all’altezza dello sguardo questa testuggine che ti fissava. Tu la vedevi, ma non potevi “toccarla con mano”."


Cosa ci dici sulla performance Scatole Craniche che hai fatto con Valeria Manzi, artista e poetessa? Ci sono elementi autobiografici? 


Questo non è altro che un autoritratto. Sono io senza Io. (audio del video: “Con quello che mi sei costato. Mio caro microfono. Porco, Porco di un microfono. Lungo grosso di un microfono. Porco, sei un porco.”) Vado per libera associazione e il microfono scivola nei diversi significati. In questo lavoro, il modo di espormi è molto autobiografico, ma senza filtri, mi esibisco non tanto per come vorrei essere quanto soprattutto per quello che non so di essere, con il “rischio” del ridicolo o dell’osceno, che sorprende anche me quando viene fuori."


Come ti è venuta in mente questa cosa?


"Volevo spostare questa logica della ripetizione e della ricreazione che faccio sulle cose investendo anche me, diventare io stesso il soggetto o meglio l’oggetto delle mie opere, io il mio corpo insieme a quel magma di parole impastate in pensieri pronunciate e diffuse con gli amplificatori."


Che rapporto hai con l’oscurità?


"Non temo il buio, se è questo che intendi. Lo cerco assoluto sotto le coperte. Mi piace immergermici, fantasticare di un ritorno nel grembo materno, o addirittura nell’indifferenziato (come i rifiuti). Tendo all’entropia, insomma, mi piace l’ebbrezza del vino, ballare, prendere il sole, stordirmi con la corsa in montagna. Se consumassi delle droghe sarei da eroina non da cocaina."


La intervista è finita. Per rendere onore all'artista Carlo Dell'Acqua forse sarebbe il caso di stamparla, inviargliela e chiedergli di distruggerla e ricostruirla. Sarei curiosa di sapere quale verità nascosta si palesa.


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