Arrivo dall’artista Tatiana Brodatch e raggiungo la sua casa al terzo piano senza ascensore nel quartiere cinese, a Milano. Senza ascensore ma con una scala antica a chiocciola che lascia intravedere le ringhiere e al contempo sa di anfratti castellani. 

Con Tatiana abbiamo in comune la passione per il caffè americano e la colazione eterna, e così sarà la nostra intervista, una lunga colazione sotto lo sguardo di un paio di donne sedute sulla mensola alla mia destra. 

Partiamo con il primo caffè, brioches, formaggi e la sua scoperta dell’arte nella sua Mosca natale.

“A quattordici anni disegnavo le mie fantasie adolescenziali, riempivo la mia stanza di fogli. Di nudi già allora. A sedici bisognava decidere cosa studiare, e quasi tutti studiavano economia o legge, le materie nuove dopo il crollo dell’Unione Sovietica. 

Io parlavo le lingue, e economia non faceva per me. Avevo bisogno di altro, e mi sono iscritta al corso preparatorio all’Istituto di architettura dove mia madre insegnava ingegneria. 

Lì vedevo le persone, gli studenti e i professori, che sembrava non appartenessero alla realtà sovietica, si vestivano in un modo diverso. Si usava, per esempio, portare dei vecchi cappotti dei nonni, del periodo della seconda da guerra, se non la prima, capelli lunghi o le creste, orecchini. Erano belli, un po' punk. Ascoltavano bella musica, parlavano di arte e libri. Sembrava vivessero una vita alternativa, creativa, intrigante e affascinante per me. 

Dopo ho saputo che tanti di quei bei ragazzi erano tossico dipendenti. Negli anni 90 in Russia c’era una vera epidemia, c’era tanta droga pesante, e molti miei amici talentuosi  purtroppo sono morti giovani.”


La conversazione scorre, prende diverse vie e poi ritorna. Il tempo passa piacevolmente, entra il sole dalle finestre sulla strada, e Tatiana propone una frittata di asparagi e dell’altro caffè. Continuiamo a parlare accanto ai fornelli (uno dei migliori posti di conversazione che ci siano).

“Dopo qualche anno sono venuta a studiare al Politecnico. Milano mi ha affascinata, la vita qui girava intorno alla moda, il design, l’architettura.  Tanta energia creativa, tanta bellezza, ed erano vivi ancora i grandi. Mi ricordo di aver fatto un colloquio con Sottsass.

Mentre la cultura russa é prevalentemente verbale - i russi sono forti con le parole, literatura, teatro, filosofia…idee folli - io sono totalmente visuale. Amo il bello. Mi innamoravo sempre delle persone che innanzitutto trovavo belle (del mio futuro marito mi sono piaciuti i suoi capelli, la sua pesante frangia nera).

Perciò in Italia mi sono sentita al paradiso. Lavoravo in noti studi di architettura e sono stati dei bei anni.

Ma mi mancavano i miei amici moscoviti. I miei coetanei italiani, allora, mi sembravano infantili e poco ambiziosi, avevano una storia troppo coccolata forse, rispetto a quello che avevamo vissuto nell’Unione Sovietica. A Mosca invece iniziavano gli anni 2000 con tante prospettive, i miei amici aprivano i loro studi di architettura, e sono tornata là. Sto forse parlando troppo di me?”

E’ difficile parlare d’arte senza parlare di sé.

“L’arte è il modo più egocentrico di esistere, che non vuol dire, come pensano tanti, 'fregartene degli altri, bere e fumare canne'.  Ma la materia prima sei te stesso. Sei tu lo strumento creativo, devi tenerlo sempre accordato. E saperlo suonare.

Adesso lo faccio di lavoro, mi sono dichiarata ufficialmente egocentrica. E’ la mia professione e lo hanno accettato anche i miei familiari. Ma e’ stata una bella lotta.”

Quel è il punto G dell’arte?

“Il punto G sarebbe arrivare a fare quella cosa che ti definisce. Che è il tuo linguaggio personale e con questo linguaggio dici qualcosa nella quale, anche se parli di te stesso, gli altri si possono rispecchiare.”


Cosa dicono le tue sculture?


“Non lo so. Ho difficoltà a parlare di quello che faccio, perche non è tanto il soggetto, è forse il linguaggio, il mio tono, quello che la gente commenta.

Mi piace il gesto. Io sono lì a fare un personaggio, poi ne aggiungo un altro. Li posiziono insieme e anche se sono soltanto seduti uno di fianco all’altro,  si crea una relazione, non solo sessuale, anche amorosa, affettiva.


Chi sono questi personaggi?

Sono spesso io, siano uomini o donne. In certo modo scarico le mie emozioni nei miei personaggi, il mio bisogno d’amore, di affetto, di dare e ricevere supporto, li sublimo nelle mia plastilina. Così come le mie paure e ansie.

E mi diverto, mi piace quando diventano vivi e quasi interagiscono da soli. Allora li riprendo, faccio animazioni, e mi diverte anche vedere che sono capace di farlo.” 

Lavori con dei modelli dal vivo?

“Mi piace tanto lavorare con i modelli dal vivo, perché ogni volta che lo faccio sento che mi arriva un altra esperienza nelle mani. Mi piace anche fare ritratti. 

La tecnica è qualcosa che si può sempre migliorare. Ora sto pensando di frequentare di nuovo un corso di disegno anatomico. Nella figura singola la definizione nel dettaglio è più importante, mentre quando sono due o più, è la relazione a dare il tono. Raccontare il gesto.


Si parla spesso del coraggio nel scegliere di fare l’artista.

“Io non trovo che sia così coraggioso. Spesso neanche c’è la scelta: è l’unica vita che immagino possibile per me, e la sto facendo. Ho un mio studio, dove passo tanto tempo e sono felice. 

Certo che a volte entri in crisi. Non sai cosa dire, cosa fare, e quello che fai non viene bene, hai un progetto in mente ma non ti riesce. 

Mentre lavoro ascolto e guardo dei documentari sugli artisti, e vedo che la storia di quasi tutti gli artisti sono canzoni della persistenza e della pazienza, più che del talento.


Una specie di fedeltà al proprio desiderio

“Pensi che succeda solo a te, e invece succede a tutti di avere dubbi. E’ bello vedere quanti anni ci hanno messo, quanti sforzi. Poi certo, le storie che vediamo sono di quelli che a un certo punto sono arrivati al punto G, tu non sai mai se ci arriverai o no.”


Una continua ricerca 

“Sì, ognuno cerca il suo modo per vivere, la sua pace. Io sono cresciuta in un ambiente ateo, ma c’è chi la cerca nella religione. L’obiettivo probabilmente è di vivere in armonia con la propria coscienza.

Non so perché, ma tutti quelli che conosco hanno  questo”urge” di accettarsi, trovarsi, e lasciarsi stare.  Alla fine qualsiasi infanzia è traumatizzante. (ridiamo) Anche quelle super felici. O sarà la gente che frequento io, ma abbiamo tutti un sacco di cose da risolvere.”


Cosa fai quando l’ispirazione ti abbandona?

“Il processo creativo va sempre nutrito. Il lavoro dell’artista e trovare il metodo per attrarre, saper riconoscere e catturare il momento, e di essere in studio in quel momento, con il materiale in mano. Solo di questa cosa puoi essere certo professionalmente, a parte la tecnica, che si acquisisce con il tempo e lo studio. Non si puo fare l'artista part time.

Poi ci sono quelli che t'ispirano con il proprio esempio, o sanno dirti due parole che incoraggiano a osare a rischiare, a scatenarti.  E’ fondamentale per un artista, e credo sia il compito dell'arte,  “to break the borders’, rompere i limiti, i propri e quelli della società. 

Forse sia più facile per un maschio di venticinque anni che per una donna. Ma no. Lo dico io e poi penso che ho fatto una mostra con una scena esplicitamente sessuale su un letto…”


Cosa ti ha lasciato l’architettura? 

"Spesso sento la mia formazione e esperienza come architetto. Gli architetti hanno uno sguardo un po’ diverso, più dimensioni e scale nella testa, più ordine nel percepire quello che si fa. Un parte razionale dentro lo sguardo artistico, domande sui materiali, sul perché e per chi lo fai. A me piace creare istallazioni, creare ambienti.  


La tua mostra LOVE IS A VERB dà un grande senso di libertà.

“Sì, lo dicono spesso e sono d’accordo, non perché sia quello che voglio trasmettere, ma perché e’ quello che io cerco da tutta la vita. Partendo dalla mia infanzia, essendo cresciuta in un paese così particolare riguardo questo concetto.

Io non parlo di liberta, è semplicemente l’ingrediente. 


Le tue sculture sono fatte di libertà e plastilina. Per finire, mi racconti qual è il tuo rapporto con il buio?

“Forse e’ nel buio dove nasce la luce? E’ molto da artisti soffrire ogni tanto. E’ un procedimento chimico delle reazioni giuste per creare... forse. Spesso penso che mi piacerebbe essere più allegra, più serena.  Ma ne conosci molti artisti cosi? Felici, allegri, sereni?

L’ora più buia è l’ora prima dell’alba. L’anno prima di scoprire la plastilina io ho vissuto quella malattia, la depressione. Non c’è niente più spaventoso che ammalarsi mentalmente, impazzire. E lì la annusi questa cosa. 

Ma è stato un anno anche molto formativo, perche ho imparato a distinguere quello che devo fare e quello che non devo fare, chi devo frequentare e chi no; a essere più costruttiva e ascoltarmi, perché se non ti senti non hai più scelta.

E’ una malattia che ti toglie l’energia, la espressione. La gente diventa bella non perché sia bella, ma perché ha questa vita che esprime, che la anima. Io non avevo niente di tutto ciò, e la gente non ti riconosce, tu non ti vedi. 

Ho passato tutta una estate a bruciare dei sigari asiatici di erbe vicino a dei punti nel mio corpo per fare ripartire l’energia. Mi facevo le domande semplici: vuoi acqua, vuoi altro o non vuoi niente? Vuoi farti la doccia o no? E cosi, piccole cose. Un passo sbagliato ti stronca per una settimana, un mese. Ma una volta superata la depressione ti da un'indulgenza: devi fare quello che ti serve, quello di cui hai bisogno e ti fa stare bene. 

Dopo è arrivata la plastilina, l'Accademia di Brera e l’Italia come conseguenza. Perché quando sopravvivi a una cosa del genere, rispetti più le tue esigenze. Diventa chiaro,  per te e per gli altri, che ognuno deve fare il suo percorso e prendersi la responsabilità di essere felice per sé stesso.” 



Trovate Tatiana Brodatch su Instagram 

 


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