Pioggia di chiavi - Piatto calendario Fornasetti

Serve una pioggia di chiavi che aprano porte-rifugio delle anime, porte segrete, porte ritrovate, antiche porte che ci riportino ad antichi saperi, che si spalanchino gentilmente e che questa gentilezza sia contagiosa. Porte di bar consacrati, al sacro ritrovo tra gli amici e tra gli amori.

Fornasetti Calendar Plate 2019

Mercedes Viola

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Piovono nel piatto. Loro che si perdono, si nascondono, si smarriscono. Si cercano nel buio mondo delle tasche e delle borse. Si legano alle stringhe e corrono al passo. Si camuffano con la terra delle piante, e fanno equilibrio sulla traversa della porta che delimita l’ingresso al campo di gioco della vita.

Si consegnano, in un solenne atto di raccomandazioni, a chi è diventato abbastanza grande per averle. Si tolgono a chi non è più amato. Si ridanno indietro a cambio di uno spazzolino da denti a chi più non ama noi. 

Portano con sé distintivi, che penzolano nella notte appesi al gancio mentre sogniamo: il nome della città natale sbiadito su un pezzo di cuoio, una coccinella scelta dalla tua bambina, una palla da tennis per trovale più rapido, un plastico giallo da venti centesimi con su scritto solaio

Si ritrovano. Se ne fa una copia che  spesso non funziona. Si lascia una di emergenza da un amico fidato. Si ricevono alla reception e si riconsegnano finito il viaggio. 

Sono inquiete, cadono nelle bocche degli ascensori e per strada nei tombini e nelle grate. Si infilano a lato dei sedili della macchina, nel punto esatto dove le dita non arrivano. 

Si lanciano dalle finestre avvolte nello straccio della cucina, e volano verso quegli occhi rivolti al cielo, quelle due mani mendicanti. 

E quando si perdono non smettono di essere. Aspettano inalterate. E se quando le ritroviamo già non servono, le conserviamo lo stesso: scatoline, piccoli vasi d’argento o di vetro, porta penne e cassetti  ne hanno sempre al meno una, a custodire il ricordo di uno spazio che fu. 

Racconta Eduardo Galeano nel Libro degli abbracci che a Caracas l’amico viene chiamato chiave, e Mario Benedetti gli dice che “quando viveva Buenos Aires, ai tempi del terrore, aveva con sé nel portachiavi cinque chiavi non sue: di cinque case, di cinque amici: le chiavi che lo salvarono.

Oggi quei tempi sono finiti, ma purtroppo ogni tempo ha il suo terrore. Serve una pioggia di chiavi, che aprano porte-rifugio delle anime, porte segrete, porte ritrovate, antiche porte che ci riportino ad antichi saperi, che si spalanchino gentilmente e che questa gentilezza sia contagiosa. Porte di bar consacrati, al sacro ritrovo tra gli amici e tra gli amori. Chiavi per porte che ancora non conosciamo, che si aprano verso terre feconde di desideri, dove il tempo diventi arte che ci inzuppi le mani e possano nascere cose nuove. Tempo scandito da un calendario dove ogni giorno sia una porta e nei nostri piatti una pioggia di chiavi. 











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