Parole in estinzione

Parole in estinzione

Mercedes Viola

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Sapevo che stavamo arrivando quando guardando fuori dal finestrino, dopo chilometri di niente, vedevo una luce. La prima luce di una piccola casa sperduta nella campagna era per me la porta d’ingresso al paese. Dopo qualche chilometro, un altra luce. E da lì in poi i chilometri tra una luce e l’altra erano sempre di meno, fino a farsi continue all’ingresso del boulevard. 

La fabbrica d’olio di girasole dava al paese un profumo di semi tostati che d’inverno ci avvolgeva insieme alla nebbia. 

In quel paese vivevano i miei nonni materni. Per chiamarli la domenica dovevamo contattare il centralino, chiedere la comunicazione con il numero dei nonni alla centralinista, riattaccare e attendere. Non si sapeva per quanto tempo, perciò la linea doveva essere libera perché la centralinista non sarebbe stata lì a insistere. Dopo qualche ora il telefono suonava e la mamma diceva “corri che è la nonna”.

La nonna aveva il telefono sopra un giradischi accanto alla finestra, sopra il quale c’era il televisore. Sul davanzale della finestra aveva una agenda perpetua con la copertina arancione dove segnava tutti i numeri, indirizzi postali e cose da ricordare o sapere.

Accanto al giradischi c’era la porta della camera più piccola della casa, che aveva il letto con il materasso più bello e i guanciali di piuma che cullavano i sogni. Il letto era affiancato al muro nel quale c’era una finestra dalla quale d’estate si vedeva la luna. Appeso c’era un armadio dove la nonna teneva le lenzuola e gli asciugamani piegati in modo che solo a pensarli rassicurano, che profumavano di sole e marsiglia.

La loro casa aveva un patio, con erba, un nespolo, tante piante, una griglia e in fondo una stanza, rifugio della nonna quando cucinava i fritti; del nonno quando armeggiava con i suoi strumenti di pesca, o s’improvvisava calzolaio; e mio quando volevo entrare in un mondo parallelo, un po’ buio ma ordinato, con un tavolo di lavoro e strumenti per riparare o inventare cose.

Un giornalista mi diceva che certe cose - come calzolaio, giradischi, centralinista o sogni -  non bisogna chiamarle più in un certo modo, perché non hanno più una rappresentazione immaginaria delle persone. Preferisco continuare  a nominarle e raccontarle, affinché non si estinguano. 



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