Mercedes Viola

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Gino Panariello l’ho conosciuto nella palestra Glorious Fight dove, in modo molto discontinuo, pratico boxe. Gino Panariello invece è costante, sembra infaticabile e ha, come ho sempre trovato nell’ambiente pugilistico, una certa nobiltà. La bontà e il rispetto verso quelli che, come me, inciampano saltando la corda e fanno più fatica. Ho conosciuto la sua scrittura attraverso i social e questa intervista nasce dal desiderio che i suoi testi arrivino a più persone.

Dopo aver letto alcuni tuoi scritti credo di capire meglio la tua avversione per quelli che si dichiarano vincitori.

«Non ho avversione per chi vince, ho avversione per chi vince e infierisce o chi si schiera coi vincenti per convenienza, tradendo. 

E magari dopo abusa del vantaggio acquisito.»

Pensavo a uno scritto dove parlavi di chi si dichiara vincitore di fronte a una dipendenza.

La si vince mai?

«Assolutamente no. Una dipendenza non la vinci. La tieni a bada, a distanza, la gestisci, come fa un "outside fighter"contro un picchiatore, per usare una metafora pugilistica, ma non la vinci. Perché non ne sei mai del tutto fuori. Tutto quel che puoi fare è evitare situazioni che ti espongano, evitare un confronto diretto da cui usciresti sconfitto.

Ad esempio: se hai una dipendenza dagli alcolici e vincerla significherebbe riuscire a bere un solo bicchiere senza berne altri cento e sbronzarti, ma è impossibile perché appena porteresti il bicchiere alla bocca non riusciresti più a fermarti e,  fidati, so di cosa parlo,

quindi l'unica è NON "accettare la sfida”.»

Quando ti sei avvicinato al pugilato?

«Ho iniziato a praticare sport a 36 anni, per trovare qualcosa che mi aiutasse a rimanere fuori, appunto, dalle dipendenze, e anche per "sfogarmi" nei giorni in cui sentivo tutto il peso delle mie scelte sbagliate. Poi, per puro caso, vidi degli atleti di kickboxing allenarsi, così, incuriosito, iniziai a frequentare palestre di sport da combattimento (MMA comprese, che ho anche praticato, con risultati pessimi), notando però che tutte, o quasi, le discipline avevano una radice in comune: il pugilato. Così 7/8 anni fa, mi avvicinai alla boxe. E  me ne innamorai. La boxe è il blues degli sport da combattimento.

Nella pratica ho trovato semplicemente un modo di gestire le mie negatività e di incanalare la rabbia, trasformandola  e anche di spostare la mia attitudine alla dipendenza verso qualcosa di positivo. 

Credo che  l'attitudine alla  dipendenza, sia in alcuni soggetti (come me) una cosa innata: così invece di lottare per annullarla puoi provare a “spostarla" verso qualcosa di buono.

Lo sport può essere un buon "target" anche perché ha, per certi versi, lo stesso meccanismo della droga:  il senso di gratificazione, le endorfine che entrano in circolo.»

E per la rabbia credi  che ci debba essere un motivo, o può essere anche essa una cosa innata, qualcosa che si porta con sé da risolvere in qualche modo?

«Su questo non so risponderti. Credo che la mia non sia “innata”, perché, dai dodici anni in poi, le cose per me e la mia famiglia diventarono abbastanza difficili. Mio padre fu arrestato e mia madre lavorava anche dodici, quattordici ore al giorno per tirare avanti e cercare di crescerci nel migliore dei modi. Con mia sorella funzionò, diventò una ragazza responsabile e attenta. Con me molto meno: ho avuto una gioventù incasinatissima tra droghe, alcolici e  cambiando centinaia di lavori. Un inetto anche tra i " cattivi" essendo un  balordo di mezza tacca.»

E quella rabbia non va via, si può solo arginare

«In effetti a volte torna. È latente, sì. Ma attenzione, anche quella, volendo, si può "spostare". Prima ero arrabbiato col mondo. Oggi, quando questa rabbia "riemerge" , la sento molto più verso me stesso, per tutto quel che ho buttato via.  

Oggi la  rabbia è causata, più che altro, dal rendermi conto che buona parte dei miei fallimenti è colpa mia.»

Seguendoti su Facebook la domanda è d’obbligo: chi è Luca Prone?

«Luca prone è un cretino. (risata).

È il mio alter ego "cattivo". Per quando mi bannano.»

Vedo spesso che prendi le difese di chi viene attaccato, sbranato sui social, come ad esempio Greta Thunberg. Cosa pensi di questa faccenda?

«Io non credo che Greta agisca in mala fede, anche se forse il suo approccio è un po’ ingenuo, comunque dice cose giuste e sacrosante, nessuna fesseria.

 La cosa che più mi infastidisce, è questa: si potrebbe anche non essere d'accordo ma insultare in modo così spietato una ragazzina è davvero da pezzi di merda.

Si può dissentire in modo civile, magari argomentando, ma l'atteggiamento da bulli di tanti che hanno anche il quadruplo della sua età è una cosa schifosa. E poi magari condividono i link "contro il bullismo”.»

Sì, ed è lo stile che pervade quasi tutti i confronti ormai.

«In particolare è lo stile di Facebook. L’insulto fine a se stesso. Senza neanche provare a capire, insultare per partito preso.

Stiamo regredendo, credevamo che  Internet  avrebbe diffuso cultura, contribuito alla conoscenza, invece no, invece ha diffuso l’ignoranza arrogante di chi ha trasformato il web in un bar.»

E si sta mangiando il nostro tempo, perché agisce sulla gratificazione, come qualsiasi droga . 

«Lo vedo su molte persone. Passano giornate su Facebook. Non su "Internet", attenzione, ma su Facebook, e pubblicano, quasi sempre, post polemici e pieni di odio. Se vai a commentare qualcosa in un gruppo finirai sicuramente per litigare con qualcuno.»

Mi sembra che i giovani stiano usando internet in un modo diverso.

«Vero.  

Ma vengono criticati da vecchi rincojoniti che stanno su FB.

Ho sempre pensato che i giovani, in questo senso, siano molto più intelligenti. Usano i social in modo forse più sintetico ma più funzionale e consono alle proprie esigenze. Mentre i vecchi  “napalm 51” organizzano crociate contro instagram "perché sono solo foto di ritardati, questi giovani non sono come noi, noi pensavamo alla figa” e dimenticano che siamo stati tra quelli con il maggior numero di morti per overdose da eroina. Altro che “ la figa” »

Da quando scrivi?

«Da sei anni, più o meno.

Veramente lo faccio da prima, ma tutto quel che è antecedente a sei anni fa non  lo prendo in considerazione perché  fatto a tempo perso, in modo molto più superficiale e sgrammaticato. Poi, invece, ho iniziato ad appassionarmi cercando di farlo con almeno un minimo di criterio.

E, sì, anche questo rientra nelle "cose che incanalano rabbia  ed energie in modo positivo”»

Che altre cose "ti salvano”?

«La musica. 

Anche se non suono, adoro la musica.

E viaggiare, ma attenzione, per viaggio non intendo necessariamente andare a Capo di Buona speranza a piedi. A me basta anche solo salire in auto e girovagare senza  meta.

E poi mi salva la consapevolezza (acquisita dopo l’episodio di cui parlo in “Il sole non è mai cattivo") che essere vivi non è una cosa scontata, potremmo morire da un momento all'altro, che, alla fine dei conti sono stato fortunato. Che, insomma, dovremmo ricordarci più spesso di essere vivi. 

E apprezzarlo.»

Chi si trova ora dove  tu eri prima, può ascoltare queste parole?

«No, non credo.»


IL SOLE NON È MAI CATTIVO

Gino Panariello

Qualche anno fa di questi tempi ero nelle vigne intorno a  Mäcon a staccare grappoli d' uva dalle viti e a tagliarmi con le cesoie quando sbagliavo la mira o il fogliame era troppo fitto per consentirmi di vedere la posizione delle mie mani. Durò circa un mese, un mese in cui le mie mani diventarono irriconoscibili, piene di tagli anneriti dal succo zuccherino degli acini. La sera poi andavo in palestra e il sudore si insinuava tra le ferite e bruciava nonostante le fasciature.

Fu uno dei periodi più strani delle mia vita. Ero scappato ancora una volta  dai contratti capestro, da un fallimento dietro l' altro cercando " qualcosa di meglio". Il fatto è che non avevo idea di cosa fosse " meglio". Specie quando mi dissero che Antimo si era fatto arrestare di nuovo e, nonostante la pena blanda ( un anno)che per lui , vecchio lupo con quasi vent'anni di gabbio sul groppone avrebbe dovuto essere una passeggiata, si era suicidato lasciandosi cadere dalla branda coi lacci delle scarpe al collo.

Fu allora che capii .

Nessun attimo va " sacrificato" in nome di " qualcosa migliore" che forse non arriverà mai.

Credo che i vitigni francesi della Borgogna datati 2013 siano particolarmente dolci: in quel mese non piovve quasi mai, il sole stava lì quasi a sfottere dicendomi " Non sai neanche tu cosa cazzo vuoi dalla vita, sfigato" mentre stavo inginocchiato tra i filari bassi. 

Ma era uno sfottere benevolo, il sole non è mai cattivo.

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