Mercedes Viola

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1.

Sarebbe bastato spostarla con il piede per farla scivolare giù dal molo e nessuno avrebbe saputo della sua esistenza. Nessuno tranne chi l’aveva partorita e forse posata lì, sulle mani invisibili del suo destino, vestita e poi fasciata con un lenzuolo e una vecchia coperta di lana. 

Albeggiava. Tra poco le acque del Canal Grande sarebbero iniziate a muoversi, agitate non già dalla tempesta, ma dal rumore dell’acqua contro le barche e dalle voci dei mercanti. 

Si chinò verso il fagotto e le sue braccia, le sue mani grandi abituate ad altri carichi, ritagliarono il gesto per avvolgere quel carico piccolo e vivo, di una prepotente fragilità. 

Per non destare sospetti, rientrando al Fondaco adagiò il fagotto sulla bilancia come si fa con tutti i carichi che entrano: quattro chili e settecento grammi; la creatura non doveva pesarne più di tre. Lo riprese, e alzando gli occhi colpì con lo sguardo  il medaglione sul muro con la scritta Respice finem.  Considera la fine. Era conferma o avvertimento? 

Salì le scale alla sua sinistra prendendo due scalini per volta.

Le regole del luogo erano chiare: pena la multa o l’incarcerazione niente parole oscene o ingiurie, niente strepiti, niente risse né giochi a carte, ma non c’era scritto da nessuna parte cosa fare con un neonato trovato sul molo.


2.

Sono entrata in un’Ospedale, cercavo la Chiesa e la Sala della Musica. Non ho chiesto indicazioni perché a Venezia perdersi è la buona strada. Quando mi perdo, alla fine -o al meno quella che io considero la fine- arrivo sempre da Fiore,  e da lì le calli mi portano per mano a destino.

Mi sono persa e cercando la chiesa sono entrata in Ospedale, dove salgo delle scale seguendo un affresco sul tetto: una donna inginocchiata per terra che tiene tra le braccia un uomo agonizante mi trattiene lì, nel primo ripiano, con la testa all’indietro. 

Finite le scale mi trovo in mezzo a un lungo corridoio, con volte e vetrate, che dava su un cortile interno. Lo camminai tutto; le porte delle stanze erano chiuse e, a guardare, niente indicava che fossi con certezza nel 2019 e non centinaia d'anni prima.

Sono scesa da un altra scala e mi sono trovata in un cortile vuoto. L’ho attraversato. In mezzo c’era un vecchio pozzo d’acqua popolato da tredici gatti che prendevano il sole, con quel modo loro di stare al mondo che sembra sappiano qualcosa che a noi sfugge. Ero l’unico essere umano nel cortile e i gatti si sono mossi lentamente per venirmi incontro. Non ne ho mai avuto uno e questi m’infondevano timore. Mi sono fermata e tre di loro mi camminarono intorno strusciandosi contro le mie gambe. Ero immobile, e non temevo più.


3.

Chiuse dietro di sé la porta della sua stanza al secondo piano. Il suo compagno di viaggio stava finendo di vestirsi e lo guardava. Non c’era niente da dire, si avvicinò e Lorenzo spostò la coperta scoprendo il viso diminuto.

Sarà viva, sarà malata, deforme? 

I piedi della creatura si mossero sopra il suo braccio. Aveva il viso di una pelle rossastra e gli occhi ancora ciechi ceravano qualcosa nella luce. Non piangeva, bensì emetteva quel lamento potente, soffocato dall’involucro di lana che faceva da sordina alla su piccola cassa di risonanza. Sembrava un gatto neonato con le gengive brulle e la lingua irta e tremante. 

I due uomini si guardarono atterriti. Più atterriti di quanto lo fossero stati davanti alla tempesta che aveva rischiato di affondare la loro barca la notte precedente e che li aveva trattenuto al Fondaco più del previsto. 

Era viva, era in forze, ed era un problema. Loro sarebbero ripartiti con la loro merce da lì a tre giorni e prima dovevano sistemare quello spaventoso e amorevole carico.


4.

Sono tornata indietro e ho attraversato altri cortili, ingressi e diverse aree dell’Ospedale. Vedo il disegno di una chiesa su un cartello quando incontro una signora delle pulizie che spinge un carrello pieno di attrezzi. Ha in tutto cinque denti e le manca il dito medio della mano destra; parla un veneziano schietto, gentile senza manierismi. Mi piaceva. Sistemò il carrello in un angolo per poter spiegarmi anche con le mani due percorsi diversi per arrivare alla chiesa.

Passando attraverso un ponteggio sono arrivata. Si celebrava il funerale della zia di una ragazza che leggeva un discorso di addio. La zia aveva forse qualche anno in più di me. La ragazza poteva essere mia figlia e aveva accento milanese e tristezza. La zia era stata “donna di mondo, ribelle, libera e veneziana”. Chissà se avevano apprezzato anche da viva questa sua leggiadria, o se era la zia troia della vergogna. La morte ha questa facoltà vigliacca di addomesticare gli aggettivi. 

In piede nell’ultimo banco della chiesa avrei voluto fare sesso. E’ l’unico antidoto alla morte. Per questo la gente si tocca le parti intime davanti alle disgrazie. Mi veniva anche da piangere. Impostora, mi dicevo, non devi piangere una zia che non conosci, è loro il dolore. Allora ho guardato alla mia sinistra tentando di distrarmi e ho trovato un Tintoretto, enorme, travolgente, che mi sdoganava il pianto.


5. 

Trovarono latte di capra per zittire la fame di vita di quel essere. Pensarono come portarla fuori dal Fontego senza farsi beccare, ma non trovarono modi che sembrassero fattibili. Passarono quel giorno, quella notte e il giorno successivo passandola dalle braccia di uno alle braccia dell’altro di modo che non piangesse, le diedero il latte nei modi più incredibili e lei trovò il modo di mandarlo giù. E attesero che qualcosa accadesse. 


6.

Ma quella non era la chiesa che cercavo.

Attraversando ancora l'impalcatura sono uscita verso il rio e ho camminato, sempre persa.

Avevo girato abbastanza da essere passata due volte dallo stesso bar, perché camminare a Venezia e come camminare nel bosco. La seconda volta entro, chiedo un caffè americano e mi siedo fuori, in mezzo ai gabbiani affamati che mi rimproveravano  per non aver preso niente da mangiare. In quel momento entra al bar una signora con l’aria di non riuscire a guidare bene né il suo corpo né le sue parole, chiede un caffè e il barista le ricorda che se non era accompagnata non poteva darglielo, solo acqua. Lei se ne andò imprecando e bestemmiando. 

Guardandola andare via per la calle davanti a me, vedo a sinistra una porta. Vedo quella porta, una porta che avevo sognato, un portone di legno massiccio. Mi alzo, porto la mia tazza al barista e vado a vedere: Chiesa dell’Ospedaletto e la Sala della Musica. Un cartello avvertiva che si poteva visitare solo su prenotazione. Chiamai ma era impossibile “è chiusa per l’allestimento di un’istallazione per la biennale”.


7. 

La mattina del terzo giorno, in mezzo all’agitazione generale, sbarcarono un carico di una merce mai vista al Fondaco. Era un carico pieno di scimmie, rumorose e inconsapevolmente ironiche si agitavano dentro le gabbie alterando i soliti suoni del molo. Non erano consentiti animali nel Fondaco e passarono delle ore fino a quando hanno avuto il permesso di sbarcarle. Giusto per il tempo di una notte di ristoro per i mercanti, e al mattino presto sarebbero dovuti ripartire.

Sistemarono le gabbie all’ultimo piano, in mezzo a queste urla animali che tanto somigliavano alla piccola imboscata. 


8.

Sono tornata al bar. Un altro caffè, questa volta lungo e in piedi. Un signore accanto a me inizia a parlarmi di Venezia, dei turisti, complice, come se io fossi veneziana. Tento di dire qualcosa ma lui continuava a parlarmi, mi raccontò di com’era, di com’era cambiata, di come io non potessi ricordare perché avevo meno anni. Che ormai è una violenza  reciproca: il turista non sa dov’è, e il veneziano offre al turista vetro di murano cinese e pizza al trancio. Quando alla fine toccò a me dire qualcosa, già non lo volevo, ho pensato di dire verde o Marghera, che erano due parole che dicevo con una bella erre veneziana, ma mi avrebbero negato il caffè per non essere accompagnata. Mi dichiarai, alla fine, quella categoria che nessuno vuole essere, e come dichiararsi amante nascosta mi dichiarai turista. Inutile parlare del mio amore e la mia devozione, il mio rapporto sanguigno con Venezia, come credersi speciale per un Casanova. 

Uscì dal bar e girai intorno all’edificio, cercavo una porta, un ingresso. Accarezzai il portone, lo spinsi un po’ anche se era palesemente chiuso. E tornai ancora al bar. 


9. 

Quella notte sarebbe stata l’ultima notte prima di ripartire. Dovevano fare qualcosa.

Avevano un bisogno doloroso di credere che ci fosse un destino per poter appoggiarla sullo scalino di una chiesa e correre via, sapendo che mai avrebbero avuto più notizie sulla sua sorte. Immersi in questi pensieri che toglievano loro il sonno, nel silenzio della notte, furono sorpresi dalle urla dei mercanti e lo strillare acuto delle scimmie.


10.

Terzo caffè, anzi, terzo e quarto perché è un espresso doppio e lo porto fuori. 

La signora sgangherata torna, chiede una bottiglia d’acqua naturale, si siede al tavolino di fianco al mio e mi chiede da accendere. Le dò il mio accendino, penso se fumare o meno, e scelgo o meno. Guardo alla mia destra. C’è una porta di vetro che si apre per far uscire qualcuno. Dentro c’è un signore maggiore che controlla. Apre la porta ed entrano due persone blandendo le credenziali, sono quelli che allestiscono la mostra, penso. Mi alzo per andare però mi accorgo di aver lasciato la tazza di caffè sul tavolo. Torno indietro a riportarla al barista rischiando di trovare la porta di vetro chiusa. Invece è ancora aperta. 

Entro sapendo che non avrei potuto mentire, con menzogne non valeva. Ma nessuno mi chiede niente. Il controllore è di schiena e quando gli passo affianco mi saluta, buongiorno rispondo gentile voltandomi di lato ma senza fermarmi, come se fossi la padrona di casa. Vado avanti, camino con la schiena dritta e il passo fermo e arrivo a un cortile, il cortile delle Quattro stagioni, penso, anche se non lo so per certo. L’ho sognato forse solo un po’ più grande, come se lo avesse visto da bambina, quando tutto ha altre dimensioni. 


11. 

Le scimmie erano scappate dalle gabbie all’ultimo piano e avevano preso un possesso delirante di tutto il Fondaco. Avevano invaso le gallerie, si spostavano con le loro code prensili urlando, sembravano gioire e ridere, sfidando le regole e i mercanti sorpresi nel sonno, prendendo gli oggetti e giocando con loro, rotolandosi nella merce in attesa di trasporto. 

Loro due capirono che era arrivato il momento. Scrissero col calamaio una frase su un lembo del lenzuolo, avvolsero la creatura prima con il lenzuolo, dopo con la coperta di lana, e uscirono in mezzo alla confusione. 

Fuori dal Fondaco il loro respiro risuonava forte quanto i loro passi nelle calli poco illuminate. 

Persa nella strada avrebbe potuto forse salvarsi. 

Aspettarono il più possibile per avvicinarsi all’alba e la appoggiarono davanti al portone della chiesa, pregando alle statue che li guardavano dall’alto di essere loro testimoni, di smuovere il letto di chi doveva aprire quella porta, di proteggere quel carico dai randagi della note.


12.

Nel cortile c’è gente che sistema delle foto enormi, sembrano una pubblicità di rivista del sabato. Faccio per entrare nella chiesa ma non si può perché dei lavoratori hanno scoperchiato il pavimento dell’ingresso. Allora attraverso il cortile e vado verso una piccola porta che intravvedo sulla destra, e da lì una scala a chiocciola di cemento, un corridoio con le finestre e alla mia destra l’affresco, la Sala della Musica invasa da un grande schermo e da un tecnico che pettina mille cavi. Sono lì, sono dentro e mi avvicino al cane che sembra uscire dalla scena. Mi tremano le gambe tanto che quasi non mi reggo e quando mi siedo mi sanguina il naso, sangue del mio sangue Venezia, sempre così profondo il tuo richiamo. 


13.

Non ho fazzoletti, tampono con la sciarpa ed esco, salgo al posto dove suonavano le figlie, dove nascoste agli occhi del mondo donavano i suoni a quella scatola dell’acustica perfetta ed entravano nei corpi degli altri come sostanza invisibile, prendevano le loro anime e le portavamo in volo. 

Sangue  lacrime e amore vibrano ora insieme in questa scatola di carne ed ossa che sono e che cambia ogni volta, con una acustica perfetta per la musica che una volta suonavo e ora scrivo. 

Mi siedo esausta dopo questo lungo viaggio su una delle sedie delle figlie, come le chiamavano, le ragazze orfane, le abbandonate, le accolte dal destino, le muse di Vivaldi. Mi siedo e mi rimprovero per quelle fantasie senza appigli, per l’esoterismo esasperato mi castigo e mi vergogno. Con la mano libera accarezzo il velluto, i bordi dove il tessuto viene attaccato al legno, e vado sotto con le dita, percorro tutto il bordo interno del sedile fino a trovare quel buco, coperto con qualcosa che sembra dentifricio asciutto che grato e viene via, e prendo il rotolo di tessuto scritto con una calligrafia agreste, veloce e antica:  

Venezia ti partorisce sul molo del Fontego dei Tedeschi una notte in tempesta 

I mercanti ti salvano

Le scimmie ti liberano

quando piangi suoni come una Viola d’amore.-



LA REGOLA DEL SOGNO

Un’installazione di Barnaba Fornasetti e Valeria Manzi

T Fondaco dei Tedeschi, Venezia

8 maggio – 24 novembre 2019

Orario: 10-20, entrata gratuita



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