Mercedes Viola

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Nel tuo libro sembra di girare per una Europa popolata da giovani lontani dai sovranismi, dalle chiusure e dai muri, giovani che maneggiano tecnologie e linguaggi a noi sconosciuti, che si riuniscono, parlano, escono, si divertono e bevono insieme; che studiano, suonano, imparano le lingue, inventano cose con ambizione e con altruismo. Una gioventù che è una speranza, e una spinta a fare di meglio.

«Non sono partito con questo obiettivo, quando ho cominciato a immergermi nella vita dei giovani delle dieci città che ho scelto di raccontare: città medio-grandi, da Atene, nel mezzo della più grave crisi economica dal Dopoguerra, a Stoccolma, capace di attirare le più importanti aziende tecnologiche del mondo. Ma mano a mano che andavo avanti a vivere la vita dei giovani tentando di mimetizzarmi in mezzo a loro, mi sono accorto che in effetti - pur essendo le città molto diverse – c’era un minimo comune denominatore fra i ragazzi: un’energia molto forte, una voglia di giocarsela, di provare a trovare la stella polare della propria vita. Spesso noi adulti non glielo riconosciamo, anzi c’è chi continua a chiamarli bamboccioni. Ecco, io non li ho incontrati, questi bamboccioni: peraltro è un’espressione che mi infastidisce molto, inventata proprio da chi ha provato a rubare loro il futuro e il presente. Ho invece scoperto una nuova generazione capace di affrontare uno dei momenti più difficili e complessi per i giovani da decenni, che non si arrende mai».

In questi tempi si parla di aumento di problematiche legate alla sfera del desiderio (nei giovani e non), ma tu hai incontrato una gioventù mossa da “passione, desiderio di conoscere, apertura mentale, curiosità, flessibilità”.  Perle rare o basta dare ascolto per trovarli?

«Non sono perle rare. Le generalizzazioni non valgono mai, ma per scrivere il libro ho incontrato, fermandoli in università, nei locali, nei luoghi di lavoro, a scuola, per strada, nei caffè e nei fast food, più di millecinquecento ventenni. Un campione molto vasto: ebbene, raramente ho trovato ragazzi spenti, o rinunciatari, o depressi. E quasi tutti avevano voglia anche solo di essere ascoltati. Segno che pensano di avere qualcosa da dire».

Sembra che abbiamo un’idea molto forte e chiara di quello che noi chiamavamo essere cittadini del mondo, e che la vivano. Sono una minoranza? Se non lo sono, l’Europa ha un futuro in loro?

«Ce l’hanno, l’idea, anche se bisogna fare una distinzione: solo coloro che hanno sperimentato il viaggio, e in particolare un trimestre Erasmus, ne hanno piena consapevolezza. E questi restano comunque una minoranza. In alcune città, penso a Dublino o a Riga, la presenza di molti giovani stranieri facilita la percezione di essere parte di una comunità più ampia di quella locale. È per questo che io sono convinto che l’Europa dovrebbe sviluppare un “Erasmus di Cittadinanza”, che permetta a tutti i ragazzi, magari già alla fine delle superiori come esperienza post-maturità, di presentare un piccolo programma per poter vivere in un’altra città europea per due-tre mesi. È così che nasce una vera identità europea transnazionale».

L’Italia è una destinazione Erasmus appetibile per i giovani del resto d’Europa?

«Lo è, almeno a giudicare da ciò che mi hanno detto i molti ragazzi stranieri che ho incontrato altrove ed erano stati in Italia per Erasmus. L’Italia ha cultura e capacità d’accoglienza: se non dovessimo continuamente parlare male di noi lo ammetteremmo. Le nostre università sono ottime. Anzi, proprio nel caso si introducesse l’Erasmus di Cittadinanza di cui parlavo si potrebbe incentivare le municipalità a sviluppare forme di ospitalità per i ragazzi stranieri: l’Italia ne trarrebbe grande vantaggio». 

Cosa dovrebbe fare o avere l’Italia per attrarre la buona gioventù, sia la propria a restare o tornare, sia quella straniera?  

«È un discorso molto ampio. Ma tutto alla fine si riduce a una cosa, in particolare: dovrebbe fare come fanno altre città, e Paesi. E cioè, non porsi l’obiettivo di far rientrare i giovani. Dovrebbe invece cominciare a pensare ai giovani più in generale come a una priorità: a quelli italiani ma anche agli stranieri che volessero venire a studiare e lavorare qui da noi. A prenderli in considerazione, ad adottare politiche che li aiutino, dal trovare una casa al trovare lavoro: soprattutto i migliori, quelli che possono dare qualcosa alla società. Italiani e non. A Stoccolma c’è un ufficio pubblico che si pone proprio questo obiettivo: aiutare chi arriva a integrarsi. Funziona benissimo». 

Nel libro, una giovane milanese parla dell’apertura mentale, l’ispirazione tratta dal vedere che esistono diversi modi di vivere. Come lo vedi un Erasmus per over50? 

«È un’idea fantastica! Sarebbe un ottimo modo per far aprire la mente a tutta la società. E in fondo, fra i vari corsi di formazione di cui le istituzioni pubbliche già ora dovrebbero farsi carico, ci starebbe benissimo». 

“A Berlino tutto è possibile” dicono i giovani in Germania, ma è la stessa sensazione che danno i giovani in altre città. Sarà Berlino in particolare, o proprio l’andare via di casa che apre il ventaglio delle proprie capacità?

«Credo che Berlino in effetti abbia qualcosa in più di altre città – penso a Copenhagen e Varsavia, più immobili – da questo punto di vista. Crede realmente, e lo crede anche chi ci va a vivere, di essere un luogo in cui si realizzino i sogni. Ma non è solo Berlino. Da Siviglia a Strasburgo e Stoccolma, mi sembra che i ragazzi che ho incontrato si sentano nelle condizioni di spirito di provare a realizzare i propri desideri. Con la consapevolezza che non è facile, certo. Ma siccome niente è facile, ormai, per nessuno, perché arrendersi prima di provarci?».

Se avessi oggi 25 anni e dovessi scegliere una destinazione per fare un Erasmus, dove andresti? Dove immagini le tue figlie?

«Me lo sono chiesto, per loro soprattutto. Premesso che vorrei che scegliessero il luogo che sentono più affine –  in fondo ho scritto questo libro anche allo scopo di presentar loro dieci città possibili –  io penso che i posti migliori siano quelli in cui c’è già tanta energia portata da ragazzi d’ogni provenienza: Dublino, Berlino, Stoccolma su tutti. Ma anche Atene non sarebbe male: lì c’è una gioventù che sta risalendo una corrente ancora più forte. Potrebbe far provare loro l’esperienza di una società che sta tentando di rinascere fra mille difficoltà». 

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