Inconscio collettivo
Illustrazione cortesia di Tatiana Brodatch
News

Inconscio collettivo

Decisero a ultimo momento di andare a mangiare fuori. I bambini stavano già con i nonni e furono i primi ad arrivare al bar, dove si sedettero a un tavolo in attesa dei genitori che arrivarono dopo.

Era una sera stellata d'estate e il bar era pieno. Dopo un po’ di attesa, si avvicinò al tavolo la cameriera con un piccolo taccuino in mano, e attese col sorriso che si mettessero d’accordo. Spiegò poi che per lo stesso prezzo di due coca piccole, i bambini potevano prendere una coca grande. La madre ringraziò e rifiutò l’offerta. «Non vuole che bevano tanta coca» il nonno si sentì nel dovere di spiegare. Nel frattempo i bambini facevano a turni per stare vicino alla nonna e fare giochi di parole e ridere, per pastrugnare le sue braccia e appoggiare la testa sul suo petto cosicché lei grattasse la loro testa. 

Nel tavolo affianco due coppie di anziani si prendevano tutto alla leggera  e ridevano, mentre un cane gironzolava tra i piedi delle persone guardandoli negli occhi con lo sguardo più triste che sapeva. Dal tavolo dietro qualcuno guardava una donna con insistenza, come guardano tutti quando qualcuno arriva o se ne va. Tracce dell’inferno che abita l’anima dei paesi. 

La cameriera arrivò con i piatti e tutti iniziarono a mangiare. La birra era ghiacciata e le patatine fritte tagliate a mano. In quel momento arrivarono due giovani con un carrellino trasportando un parlante, una chitarra e un pacco di buste di carta vuote. Lui in bermuda, ciabatte e canottiera collegava il microfono al parlante, mentre lei camminava fra i tavoli con un sorriso dolce, lasciando la busta vuota in un angolo. Aveva i capelli corti e azzurri, un cappello da maga, e le gambe coperte di una peluria nera e folta. Avrebbero interpretato due canzoni, anticiparono. Iniziarono con un canto popolare. La gente conversava ancora ma ascoltava anche. Finita la canzone tutti applaudirono. Una signora abbronzata con un vestido rosa a fiori urlò pure, esagerando, un bravo! Tanti misero la collaborazione dentro la busta mentre gli artisti annunciavano che si sarebbero congedati con Inconscio collettivo, del gran genio del rock nazionale Charly Garcia. Ottimo, chiudere in grande, toccare gli archetipi e lasciarci con il desiderio di sentirli ancora. Il pubblico applaudì sulla fiducia. Partì la canzone, quasi tutti canticchiavano con occhi malinconici, fino a quando arrivò il ritornello storpiato in linguaggio inclusivo «Ieri ho sognato con glx affamatx, i/le mattx…» 

L’inconscio collettivo sentì un brivido freddo alla nuca e si scollegò in automatico. Restò senza segnale con le righe verticali a tutti i colori e rumore di fritto misto, e dopo qualche secondo di sconcerto in ogni tavolo ripresero a conversare, e quando il rumore di sottofondo finì e la ragazzx passò fra i tavoli, le allungarono distrattamente la busca, come un invito. E qualcuno mormorò: prossima volta compro il filetto al cane. 


I più letti

avatar-icon

Mercedes Viola